La crisi dell’umanità – Intervista a Bonifacio Angius

La crisi dell’umanità – Intervista a Bonifacio Angius

Tra i nomi di punta di quel nuovo cinema sardo in grande fermento, Bonifacio Angius è regista, sceneggiatore, attore, direttore della fotografa, produttore, e anche musicista. Dopo vari corti ha esordito nel lungometraggio con Sagràscia. Perfidia, la sua opera seconda, è stato presentato in concorso al 67° Festival di Locarno nel 2014. Il suo terzo lungometraggio, Ovunque proteggimi, è stato presentato al 56° Torino Film Festival. Il suo ultimo film breve dal titolo Destino, di cui è anche attore protagonista, è stato presentato alla Settimana Internazionale della Critica della 76a Mostra di Venezia come Evento speciale di chiusura. Dal 2013, Bonifacio Angius è amministratore della società di produzione cinematografica Il Monello Film. Con I giganti torna in concorso a Locarno. Abbiamo incontrato Bonifacio Angius durante la manifestazione ticinese.

Molti hanno fatto un paragone tra I giganti e La grande abbuffata. Credo che il tuo film segua il capolavoro di Ferreri ma solo fino a un certo punto, perché i tuoi personaggi non sembra abbiano programmato una rimpatriata di eccessi già da subito con finalità autodistruttive. Anche se la pistola che si vede all’inizio non è certo un buon presagio. Cosa mi puoi dire in merito?

Bonifacio Angius: Devo confessare che come punto di partenza abbiamo pensato a La grande abbuffata che io amo molto. Ovviamente non volevamo rifare quel film, lungi da me fare un remake de La grande abbuffata perché sarebbe qualcosa di blasfemo. C’è la fonte di ispirazione ma poi le cose cambiano perché i personaggi sono diversi, le motivazioni sono diverse. I nostri personaggi non vanno lì perché hanno deciso di morire. Lo capiscono strada facendo. Solo il personaggio interpretato da me, Massimo, sa in precedenza che dovrà morire. Lui è già attorniato da un alone di morte, lui è già un corvaccio. Lui vuole proprio morire, forse un po’ Stefano ha deciso che dovrà andar via, ma gli altri no.

Mi colpisce molto il personaggio del ragazzo. Appartiene a una generazione diversa dalla vostra, non ha subito ancora le disillusioni della vita. Eppure è dotato di una sua saggezza, e i suoi dialoghi, quasi dei monologhi, sono molto elaborati. Perché avete deciso di inserire questo personaggio e come lo avete costruito?

Bonifacio Angius: Lavoro in maniera molto istintiva. Ho pensato che tra questi personaggi ci volesse un contraltare, un personaggio che fosse lontano da loro e potesse mostrargli le loro pochezze, le loro miserie. E fino a un certo punto lo fa. Però poi nel momento in cui compatisce e perdona Massimo, scivola anche lui in quell’alone di morte, di disperazione. Entra a far parte di questo pensiero in cui tutto ormai è inutile, ormai non c’è più niente da fare. Un po’ come quando Pasolini parla della società dei consumi e dell’avvento della televisione, degli slogan, del fatto che non esista più la dialettica, del fatto che vengano perduti i mestieri, certe caratteristiche del mondo rurale. Pasolini parlava di quell’incubo degli ultimi vent’anni rendendosi poi conto che non ci sarebbe stato più niente da fare. Io la penso esattamente così. A volte spero che ci si possa ancora rimboccare le maniche ma sono più propenso a pensare che non ci sia più niente da fare per migliorare il mondo. I personaggi de I giganti l’hanno capito. Sono padre di due figli e mi dispiace molto. Siamo precipitati in questo abisso, in questa catastrofe antropologica già da prima del Covid, che è stato soltanto un amplificatore, perché eravamo in questa melma, in questo stato di stasi già da prima. Il soggetto de I giganti è stato scritto prima della pandemia.

Il ritrovo nel casolare in effetti non ha nessun riferimento con la condizione imposta dal lockdown.

Bonifacio Angius: Non c’è alcun riferimento, certo se qualcuno vuole trovare qualche similitudine può anche farlo. Noi non siamo scappati da questo fatto anche perché non c’era bisogno di scappare. Loro si incontrano dopo tanto tempo, il che può fare pensare che si siano ritrovati dopo un lockdown. Non cambia comunque il succo del discorso. Non è un film sulla pandemia, è un film sulla crisi dell’umanità più che dell’uomo. Mi fa sogghignare quando si parla di una persona come autodistruttiva. Scusate, ma avete mai pensato all’umanità e alla sua storia? Cosa c’è di più autodistruttivo dell’umanità stessa? Hanno distrutto tutto, ovunque son passati. Non parliamo delle persone. Parliamo dell’umanità, parliamo di quanto siamo, tutti insieme, stronzi. Se indichiamo una persona come autodistruttiva, non è giusto. Ci stiamo lavando le mani. Siamo nell’epoca in cui si cercano le colpe, di quello, di quell’altro. La colpa è di tutti, anche mia, e ce lo dobbiamo mettere bene in testa.

Quindi la storia del film, con quel suo carico di disillusione, nonostante il contesto sardo, è universale. Potrebbe essere ambientata in qualsiasi parte del mondo?

Bonifacio Angius: Io sono per l’universalità del cinema. Un po’ come Aki Kaurismäki. Sarebbe impensabile per me non caratterizzare un racconto con un luogo, però questo non vuol dire che si possa raccontare solo in quel luogo. Il luogo è importante ma non è fondamentale nel racconto. A essere importanti sono gli stati d’animo, le ferite che vuoi portare sullo schermo. Sono i corpi, l’umanità. Le sofferenze e i sentimenti sono uguali per tutti. Per un islandese, per un sardo, per un aborigeno. Il cinema è universale. Non mi piace quando si parla del regista sardo, del cinema sardo. I miei film sono ambientati in Sardegna ma potrebbero essere ambientati in qualsiasi altro luogo. Conosco bene la Sardegna, sono nato in Sardegna, e mi viene meglio organizzare e girare le mie storie in Sardegna. Essendo la Sardegna in generale poco raccontata, questa cosa salta di più all’occhio.

C’è quel riferimento a una terra ancestrale, pronunciata sempre dal ragazzo dopo la prima morte, esortando a seppellirlo semplicemente senza denunciare la cosa. Come mai questa battuta e perché messa in bocca al più giovane?

Bonifacio Angius: Quella è una presa in giro dell’orgoglio che c’è in Sardegna. Viviamo in un’isola meravigliosa in cui hanno fatto di tutto. Come i test missilistici. È la regione più militarizzata d’Italia, una di quelle più sfruttate. Ai tempi dei Savoia hanno disboscato l’isola per fare le traversine delle ferrovie italiane. Poi ci sale l’orgoglio quando scoprono i Giganti di Mont’e Prama. E allora diventiamo i più forti di tutti, ma è una cosa quasi sportiva. L’orgoglio ci scoppia dentro all’improvviso, ma prima ci facciamo fare di tutto. E no! Se siamo dei guerrieri, combattiamo! Non abbiamo mai combattuto. Questo orgoglio è solo folkloristico, ma non sentito veramente.

Quindi anche il titolo del film è sarcastico?

Bonifacio Angius: Assolutamente sì.

Il tuo personaggio dice di essere un attore. Come mai hai voluto dargli questa connotazione e farlo rientrare nel mondo del cinema?

Bonifacio Angius: Ho pensato che così potevo avvicinarlo più a me, come caratteristiche personali. Non volevo che fosse un regista perché poteva sembrare troppo autobiografico. Però volevo che fosse un artista, perché gli artisti hanno queste caratteristiche. Un narcisismo molto forte e una fragilità che calzavano molto bene a quel personaggio. Questa frustrazione perenne, questo terrore che ho anch’io. Io ho il terrore che il mio talento non venga riconosciuto e non mi vergogno a dirlo. Volevo riportare questa cosa anche per aiutarmi nella recitazione, per avvicinarlo a me. Faccio questo con tutti gli attori. Quando scopro una caratteristica personale di un attore, cerco di portarla dentro al film, per aiutarlo a essere più vero, più vivo, più pulsante. A sentire di più il personaggio che interpreta. Quindi Massimo doveva essere un artista, così sono riuscito a capirlo meglio.

Un altro personaggio invece è legato alla politica. Si parla di finanziamenti pubblici e cose di questo tipo. Come mai hai voluto inserirlo?

Bonifacio Angius: Perché è un personaggio legato alla mia infanzia, un amico cui volevo molto bene che è entrato in politica. Ed è cambiato. Quando ha iniziato a capire i meccanismi veri della politica, ha cominciato a diventare sempre più cinico, menefreghista, presuntuoso, saccente. Io parlo solo di ciò che conosco. Questi personaggi sono come dei compagni di scuola le cui strade si sono divise una volta cresciuti. Nascono sempre dei rancori in tutte le compagnie di amici. Si tratta di una cosa abbastanza normale che dovevo portare in scena. Il politicante rappresenta quel menefreghismo, un essere umano che è al di fuori della vita degli altri, lontano dalla gente, però pretende di prendere decisioni per gli altri. È come io identifico un politico. Sembra una visione un po’ anarchica ma io la penso così. E credo che se qualcuno si butta in politica è perché ha dei grossi problemi, sta male. Ed entri in un meccanismo che ti divora. Ti obbliga ad accettare dei compromessi che magari non avresti pensato di accettare. Bisogna sempre vedere quale sia la sincerità di una persona, ma la politica è una cosa che ti succhia. Questo personaggio è importantissimo perché mostra questo vuoto ormai più consapevole, misero, un vuoto senza rimorso. Lui è l’unico personaggio senza rimorsi, mentre tutti gli altri un po’ ne hanno. Però il personaggio più negativo è il mio perché è il più vigliacco, un vittimista che si piange addosso. Vorrebbe far del bene agli altri ma non fa niente. Si autoflagella. Un personaggio che è in grado di formulare idee così malsane, violente e poi ha questo senso di colpa, è un vigliacco dei giorni nostri. Sa solo lamentarsi.

Quando muore il primo personaggio, decidi di lasciare l’evento fuori campo. Inquadri il corridoio mentre si capisce ciò che sta succedendo. Come mai?

Bonifacio Angius: Perché a livello drammaturgico mi sembrava molto più potente. Io avevo pensato di filmare Andrea che lo ritrovasse nella stanza, però sarebbe stato pornografico. Ci ho pensato, stavamo per entrare nella stanza ma ho visto il corridoio, l’ho guardato bene e, anche dopo una prova dell’attore, mi sono convinto della drammaticità, della potenza e della violenza di rimanere fuori dalla stanza. Non ci serve entrare lì dentro. Sarebbe la pornografia della siringa attaccata al braccio, inutile. Così è molto più angosciante, più funzionale. In tutto il film di sangue se ne vede pochissimo. La scena più violenta è quella dello strangolamento. Tutto il resto è molto freddo. Volevamo una visione glaciale di questa violenza. Così arriva più forte.

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