Venezia 2021 – Minuto per minuto

Venezia 2021 – Minuto per minuto

Venezia 2021 e Covid Atto II. Tra film, file, tamponi e prenotazioni su Boxol (il vero protagonista della Mostra) si torna a pieno regime al Lido. Più o meno. Anche il nostro “Minuto per minuto” tornerà a pieno regime? Ai posteri bla bla bla…

Concorso, Fuori Concorso, Orizzonti, Settimana della Critica, Giornate degli Autori e via discorrendo. La Mostra del Cinema di Venezia 2021 si confronta nuovamente con l’era covid, in questa fase di green pass e immancabili mascherine. E noi, tanto per cambiare, torniamo col tradizionale “Minuto per minuto”, come sempre nella sua forma di rigoroso e volenteroso caos. Buona lettura.

Sabato 11 settembre 2021
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18.11
Perfetta chiusura della trilogia sul mondo del lavoro, dopo La legge del mercato e In guerra, Un autre monde di Stéphane Brizé porta alla causa anche il punto di vista della classe dirigente, dei colletti bianchi dirigenti d’azienda schiacciati tra proprietà sempre più immateriali e classe operaia disperatamente impegnata nella difesa della propria occupazione. Vincent Lindon dona al suo Philippe Lemesle un’interpretazione sobria e in sottrazione, compressa negli sguardi e nei piccoli tic del volto stravolto dalla tensione. Gli stessi volti che ci ritroviamo noi, dopo dieci giorni veneziani mai così convulsi e caotici. Certo, portare a termine la nostra impresa non è arduo come convincere un CEO americano a non tagliare posti di lavoro. [d.d.e.]

10.00
Si torna con la mente ancora alla selezione delle Giornate degli Autori, con la visione di Tu me ressembles di Dina Amer, imperfetto ma coraggioso e accorato tentativo di dipingere un ritratto veritiero di Hasna Aitboulahcen, erroneamente considerata dalla stampa per qualche giorno “la prima donna kamikaze francese”. Di opere così ci sarà sempre bisogno. [e.b.]

09.30
L’ultimo giorno della Mostra si apre con il recupero in sala Perla di A Chiara, il cortometraggio di Jonas Carpignano girato durante la preparazione del lungo con lo stesso titolo presentato lo scorso luglio alla Quinzaine des réalisateurs di Cannes. Dodici minuti nella mente spaventata e spaesata della giovanissima Chiara, perfettamente comprensibile anche a chi non avesse avuto in sorte di vedere il film perché Carpignano si dimostra una volta di più straordinario nel cogliere l’emozione di attori non professionisti. Onirico e notturno, il corto A Chiara è un lampo nel buio, perfetta chiusura – ovviamente fuori concorso – per la selezione dei lavori sulla breve distanza della Settimana Internazionale della Critica. [r.m.]

Venerdì 10 settembre 2021
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17.07
Tra circa un’ora verranno svelati pubblicamente i nomi dei vincitori della Settimana Internazionale della Critica, ma nel frattempo oggi la giornata ha portato con sé l’ultimo film della sezione (presentato fuori dalla competizione), La dernière séance di Gianluca Matarrese. Matarrese filma un dialogo serrato tra se stesso e il suo amante, un dipendente pubblico appena andato in pensione che è però anche il master sadomaso del regista. Ne viene fuori un racconto intimo che si fa però anche ritratto emotivo di un piccolo mondo (antico). Dopo Fuori tutto Matarrese continua la ricognizione attorno agli affari personali, e lo fa con un’opera intelligente e che riesce anche in ultima istanza a riflettere sul senso del filmare, e ancor più del filmarsi. [r.m.]

17.00
Film di chiusura delle Giornate degli Autori 2021, Lovely Boy di Francesco Lettieri racconta la mala educazione e poi la rieducazione di un giovane trapper (che non vuole essere definito tale), incarnato da un convincente Andrea Carpenzano. Tra dadaismo pop in stile videoclip (Lettieri ha diretto video per molti artisti nostrani, come Calcutta e TheGiornalisti) e realismo semi documentario, Lovely Boy è un prodotto confezionato con cura e perfetto per catturare l’attenzione di un pubblico di giovanissimi. E magari riportarli nelle sale. Peccato che, essendo un film targato Sky Original, uscirà il 4 ottobre su Sky Cinema. [d.p.]

16.07
Ancora premi per le Giornate degli Autori. Californie si aggiudica il Label Europa Cinemas. La motivazione: “La scelta di Californie di Alessandro Cassigoli e Casey Kaufmann come film vincitore del Label Europa Cinemas di quest’anno qui a Venezia è stata assolutamente unanime. Da un lato offre uno sguardo penetrante e universale sull’evoluzione di qualsiasi ragazza tra i nove e i quattordici anni, dall’altro questo sguardo è molto specifico nel mostrare come Jamila, una giovane immigrata marocchina, trovi la propria strada in Italia. È tenero, umoristico e a volte duro, ma anche positivo. È il primo film di finzione dei registi che, attingendo alle loro radici nel documentario, hanno realizzato un’opera molto coinvolgente e stimolante. Infine, vogliamo congratularci per l’interpretazione della giovane attrice protagonista – Khadija Jaafari – la vera forza trainante del film”. [r.m.]

16.05
On the Job: The Missing 8 segna l’approdo lagunare per il filippino Erik Matti, il regista filippino cult per i frequentatori del Far East. On the Job: The Missing 8 è un film dal respiro classico, nel solco della tradizione del cinema sul giornalismo. E Matti personalizza con contrappunti musicali folli ma anche con una sensibilità politica nel ricordo delle vittime della dittatura di Marcos. [g.r.]

15.46
Iniziano a essere annunciati i primi premi. La diciottesima edizione delle Giornate degli Autori incorona Imaculat di Monica Stan e George Chiper-Lillemark. Una scelta decisamente condivisibile. [r.m.]

15.00
Siamo ormai agli ultimi fuochi del Concorso ufficiale di Venezia 78, e Leave No Traces, del regista polacco Jan P. Matuszyński, mette un ulteriore tassello alla già nutrita rappresentanza dei film provenienti dall’Europa dell’Est. Un caso di cronaca che scosse la nazione negli anni Ottanta, l’uccisione brutale di un ragazzo da parte della milizia messa “a guardia” delle istituzioni dal regime polacco, è il pretesto narrativo per scardinare, apparato dopo apparato, l’ottuso sistema burocratico e la sua totale incapacità di ammettere un (tragico) errore. Girato in 35mm, che regala all’opera una veste pastosa che aiuta l’ambientazione d’epoca, il film, pur senza concedere particolari preziosismi stilistici e narrativi, porta fino in fondo il compito, regalando personaggi credibili e una fluida rappresentazione degli eventi, con un ritmo serrato che non lascia scampo. Nemmeno gli agenti criminali, purtroppo, ne lasciarono a Grzegorz Przemyk. [d.d.e]

Giovedì 09 settembre 2021
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20.04
Era attesissimo America Latina, terzo lungometraggio di Damiano e Fabio D’Innocenzo, ma purtroppo le aspettative restano in gran parte deluse: a pesare è sia una scrittura troppo fragile sia l’impianto scenico che lavora quasi esclusivamente su primi piani strettissimi. E l’ambizione di un thriller psicologico da cinema statunitense degli anni Novanta che però possa sposarsi all’autorialità europea frana ben presto. [r.m.]

16.35
Nel concorso delle Giornate degli Autori è stato presentato Imaculat, esordio alla regia di Monica Stan in collaborazione con George Chiper-Lillemark – anch’egli all’opera prima. Oltre a confermare l’eccellente stato della produzione cinematografica in Romania, il film si segnala per un rigore della messa in scena che non si tramuta mai in formalismo ma riesce a rendere il paradosso della purezza in un contesto sociale a dir poco dirompente (un ospedale che cura la dipendenza dalle droghe). Potente visivamente e intelligente nella scrittura dei personaggi, è ispirato alla vera vicenda della regista. [e.b.]

16.25
La Mostra guarda raramente e sbadatamente al cinema d’animazione. Sbagliando, ovviamente. È quindi una notizia non di poco conto la presenza nella ondivaga sezione Orizzonti di Inu-oh, nuovo funambolico e ambizioso lungometraggio di Masaaki Yuasa. Una riflessione sull’arte e la sua purezza, sul successo e sull’oblio, sulla capacità di adattarsi, di trovare un equilibrio tra realtà e aspirazioni. Tratto da Heike Monogatari Inu-Oh no Maki di Hideo Furukawa, il film di Yuasa è un tourbillon grafico e cromatico, come sempre accade col prode Yuasa – vale la pena recuperare tutte le sue opere precedenti, tra piccolo e grande schermo, da Mind Game a Devilman Crybaby, da Kaiba a Lu e la città delle sirene… [e.a.]

15.30
Guardiamo al bicchiere mezzo pieno: nel 2022 Halloween Ends metterà fine all’ennesima resurrezione di Michael Myers. Una pietra tombale? Ahinoi, gli slasher ci hanno insegnato che il Male è eterno, soprattutto quando rende al botteghino. Insomma, avremmo potuto tranquillamente fare a meno di Halloween Kills, nonostante la buona fattura di alcuni ammazzamenti e il – più che maldestro – tentativo di buttare in mezzo anche gli States trumpiani. Il revival funziona poco, l’eroina di sempre si prende una pausa di riflessione e David Gordon Green si accontenta di qualche idea blanda, tirata via. [e.a.]

09.33
Ieri sera alla sala Laguna, il nuovo cinema gestito dalle Giornate degli Autori e dedicato alla programmazione della sezione Notti Veneziane è stato presentato Giulia, terzo lungometraggio diretto da Ciro De Caro. Nel raccontare la vita della protagonista del titolo, il regista riesce a condensare le ansie di una generazione attraversata da continue e cicliche crisi – esistenziali, economiche, sanitarie – e incapace di trovare un proprio equilibrio. Commedia non priva di amarezze, Giulia è un’opera brillante e puramente indipendente, che dimostra le potenzialità del cinema italiano fuori dagli schemi usurati. [e.b.]

Mercoledì 08 settembre 2021
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19.02
Si attendeva da tempo il ritorno di Gabriele Mainetti, dopo il grande successo di Lo chiamavano Jeeg Robot. In concorso a Venezia 78, Freaks Out fa impressione per l’investimento produttivo messo in piedi – un vero e proprio kolossal all’italiana – ma allo stesso tempo finisce per deludere proprio nella scrittura e nell’orchestrazione del racconto che procede affannosamente per strappi, maldestri colpi di scena, eccessivi indugi e trovate derivative. Mainetti dunque non riesce a gestire del tutto questa operazione così ambiziosa, ma bisogna rendergli merito quantomeno per aver osato nel lanciarsi in un’impresa che non ha precedenti nel recente cinema italiano. [a.a.]

16.30
In concorso viene presentato oggi Kapitan Volkonogov bezhal, vale a dire Captain Volkonogov Escaped secondo il titolo internazionale in inglese. Natasha Merkulova e Aleksey Chupov tornano alla regia a tre anni dal precedente The Man Who Surprised Everyone, che aveva preso parte al concorso di Orizzonti. Anche qui, come in quel caso, si tratta di una sorta di corsa contro il tempo, e volendo persino contro il Tempo della Storia. Nel tentativo disperato del capitano del titolo di mondarsi l’anima nel pieno delle purghe staliniane, la coppia di registi vede l’occasione per una modernizzazione del concetto di espiazione alla base de L’arpa birmana di Kon Ichikawa. Lo stile è ansiogeno, degno di un thriller, e la crasi tra esigenze quasi “popolari” e ragionamento storico trova un suo miracoloso equilibrio. Bravissimo, come sempre, il ventottenne Jurij Borisov, che esordì adolescente con Andrey Zvyagintsev in Elena. [r.m.]

16.22
Sempre pensando alla SIC si può tornare a Eles transportan a morte, lungometraggio d’esordio per i galiziani Helena Girón e Samuel M. Delgado: ambientato nel fatidico 1492, il film parla proprio del viaggio con le tre caravelle di Cristoforo Colombo, ma da una prospettiva insolita e deviante. Girato con stile ieratico e misterico, ma non privo di furia, Eles transportan a morte è una riflessione sul Tempo, la Storia, ma anche sul femminile, e sulla natura barbara. Affascinante, sembra in qualche modo dar del tu a Re Granchio, il film di Alessio Rigo de Righi e Mattia Zoppis che ha preso parte meno di due mesi fa alla Quinzaine des réalisateurs. [r.m.]

15.20
Cinema di genere di poco budget e tante idee, Zalava di Arsalan Amiri, nel concorso della Settimana della Critica, è un film per cui non si può che parteggiare. Nel 1978, prima della rivoluzione khomeinista (un’annotazione a margine che acquisisce un’importanza sempre maggiore nel corso della narrazione, anche per i rimandi alla situazione contemporanea), un villaggio dell’entroterra iraniano è infestato da un demone, e mentre l’autorità costituita tenta di liberare i paesani dalla superstizione, un esorcista va allo scontro frontale con l’entità maligna. Quale delle due posizioni avrà la meglio? La scienza, incarnata in una dottoressa che ha a cuore sia i suoi pazienti che il sergente mandato a dirimere la controversia, sta in mezzo e tenta una difficilissima mediazione. Divertente, fantasioso, politico oltre ogni apparenza, un piccolo gioiello. [d.d.e.]

14.50
Presentato fuori concorso, Old Henry di Potsy Ponciroli è un solido western crepuscolare che mescola un po’ le carte di una delle icone del selvaggio West. Più dell’apprezzabile confezione e dell’idea di base, una variante in tono minore e con una spennellata di fantasia de Gli spietati, a restare impresso è il cast, dalle performance ai volti e i corpi: ovviamente Tim Blake Nelson, davvero notevole, ma anche i comprimari Scott Haze, Stephen Dorff e soprattutto il mastodontico Trace Adkins, cantante country ma anche valido caratterista. [e.a.]

Martedì 07 settembre 2021
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19.37
Due visioni da Orizzonti che in qualche si parlano, organizzando i rispettivi discorsi anche sui cambiamenti urbani e metropolitani: Bodeng Sar (White Building) del cambogiano Kavich Neang porta il discorso sulla gentrificazione nel cuore di Phnom Penh, cercando di raccontare ansie e disillusioni di giovani e anziane generazioni. Parla di gentrificazione, ma in India, anche Once Upon a Time in Calcutta di Aditya Vikram Sengupta (qualcuno ricorderà Labour of Love), con le vicende dei protagonisti che ruotano attorno a un vecchio teatro cadente, epicentro – un tempo – di amori e gelosie. Due opere interessanti, più o meno centrate (Sengupta avrebbe per esempio potuto sforbiciare qua e là una storia che si inerpica fino alle due ore e dieci di durata) ma senza dubbio in grado di riportare altre latitudini alla Mostra. E questo è sempre un bene. [r.m.]

19.15
Dopo essersi lasciato andare a un aggiornamento di teatro filmato con Il sindaco del rione Sanità, Martone in Qui rido io – in concorso a Venezia 78 – ritrova il filo del suo ragionamento tra cinema, teatro e film storico, dove il nostro passato deve sempre parlare al presente, altrimenti non ha senso. E, nel fare ciò, lancia un monito contro il pensiero unico e contro il fascismo sempre ritornante. Con un Servillo in grandissima forma, usato in un ruolo perfetto per lui, e ben distante dal macchiettismo cui si è prestato per Sorrentino, Qui rido io è d’altronde – come non è il film di Sorrentino – anche un film su Napoli, sulla storia culturale della città, su come la vecchia Partenope abbia dato – e continui a dare – un contributo fondamentale alla Storia del nostro paese. [a.a.]

16.50
Illusions perdues di Xavier Giannoli è la vera sorpresa, almeno finora, del Concorso di Venezia 78. Matrice letteraria (Balzac) per un’opera che vola alta per tutte le due ore abbondanti di proiezione, presentando un’arguta satira su giornalismo, critica letteraria, politica, rapporti sociali e di classe e ogni ambito dell’agire sociale, valida nell’ambientazione ottocentesca del film/romanzo come ai giorni nostri. Brillanti interpretazioni, fastosa messa in scena, regia “invisibile” nel senso più nobile del termine. Dopo una vita da mediano, si può sempre segnare un gol in rovesciata. Giannoli diventa improvvisamente, e con pieno merito, un regista da seguire con attenzione e attendere per le prossime prove. [d.d.e.]

14.40
Presentato fuori concorso, Life of Crime 1984-2020 è l’esemplificazione di un tipo di cinema che un tempo – prima dell’avvento della registrazione audiovisiva a basso costo, cioè negli anni Ottanta – non si sarebbe potuto fare. Il regista Jon Alpert, infatti, ha seguito i suoi protagonisti per quasi quarant’anni, raccontandoceli attraverso le immagini, da quelle a bassa definizione di un tempo a quelle più definite del presente. Ed è questa ormai un tendenza importante – se non l’unica vera tendenza interessante – del cinema contemporaneo: il fatto che ormai le nostre vite si possono – e si potranno sempre di più – raccontare attraverso le videoregistrazioni, come d’altronde ha dimostrato in questi giorni anche Federica Di Giacomo con Il palazzo. Il problema però diventa sempre un altro: cosa farne di queste immagini? Come raccontarle, sradicandole dal tempo in cui sono state impresse per portarle nel presente? Jon Alpert sceglie la via più semplice e più tradizionale: quella del racconto di de-formazione dei suoi personaggi reali, tre tossici che non riusciranno mai a liberarsi dalla maledizione della droga finché la morte non li coglierà. E, nel fare questo, nel rapportarsi ai protagonisti, Alpert mantiene sempre un’eccessiva distanza, non entra mai in intimità con loro e sembra sempre avere un atteggiamento giudicante nei loro confronti. Allora, in questo caso, la ricchezza – e la preziosità – del materiale d’archivio si ribalta nella sua pericolosità e nella sua “volgarità”. Vale a dire che Alpert non si è fermato davanti a nulla, mostrandoci sia quando i protagonisti si fanno, sia addirittura quando muoiono, ormai sfatti e decomposti, sempre con l’idea – ingenua, e anche un po’ ottusa – che queste immagini possano servire di monito per chi è tentato dagli stupefacenti. E allora qui vale – come sempre – la regola di Herzog, così come venne enunciata in Grizzly Man: si deve anche scegliere di non mostrare, altrimenti se si mostra tutto non c’è scelta e non c’è approccio etico verso il mondo e verso il cinema. [a.a.]

10.40
Non è un film semplice L’événement. Trasposizione dell’omonimo romanzo di Annie Ernaux, il film di Audrey Diwan ci riporta nella Francia degli anni Sessanta, ma senza i colori brillanti di Demy; ci ritroviamo tra studenti e studentesse, ma senza gli amabili confronti letterari à la Kechiche. Il tema è evidente fin da subito: l’introversa ma brillante Anne è incinta. Ventenne che sogna un futuro di libertà, Anne è intrappolata in un sistema legislativo (e soprattutto morale) che non prevede vie di fuga. Nessun aborto, nessun aiuto, nessuna pietà. Ma Anne è testarda, il romanzo è autobiografico e Audrey Diwan sceglie di «catturare la natura fisica dell’esperienza, di tenere conto della dimensione corporea del percorso». In sala qualcuno è pure svenuto, altri sono usciti, altri hanno sofferto parecchio. Il tema è chiaramente spinoso, idem la messa in scena dei ripetuti tentativi di abortire. Notevole Anamaria Vartolomei. Un premio potrebbe arrivare. [e.a.]

Lunedì 06 settembre 2021
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22.30 In concorso alla Settimana Internazionale della Critica, Mother Lode del regista piemontese Matteo Tortone ci porta nelle desolate vette peruviane, in una nuova corsa all’oro a La Rinconada. Cittadina mineraria abbarbicata su un ghiacciaio e meta di lavoratori stagionali in cerca del prezioso/dannato metallo (che, ci viene ribadito più volte, appartiene al Diavolo ed è il suo strumento), fa da scenario naturale alle vicende di Jorge, in fuga da Lima e dalla fame. La fatica, la lontananza dalla famiglia, l’alcool, le prostitute, e una dimensione mitica a far da collante, tra superstizione e comunione con gli elementi. Continuamente in bilico tra documentario e finzione, uno dei colpi al cuore di questa Mostra. [d.d.e.]

22.00
Lorenzo Vigas torna sul luogo del delitto, ovvero a Venezia dove vinse immeritatamente il Leone d’oro nel 2015 con Ti guardo. La caja, il nuovo film in concorso sulla laguna, conferma i pregi ma anche i limiti del regista venezuelano. Il racconto in una terra dal martirio stratificato, il Messico, le fosse comuni, le maquiladoras dove si lavora in condizioni di schiavitù sul modello della produttività cinese. Ancora una volta Vigas rimane in superficie, tra lo psicologismo, dell’assenza della figura paterna, e il discorso sociale, annacquando il tutto nella contemplazione estatica dei paesaggi dello stato di Chihuahua. E il bambino con la t-shirt di The Wall dei Pink Floyd sarà mica un riferimento al muro trumpiano? Parliamone… [g.r.]

17.20
Presentato in Orizzonti, Pubu (The Falls) di Chung Mong-hong è un film taiwanese sulla pandemia, una visione relativamente privilegiata, in uno dei paesi orientali che ha saputo gestire al meglio l’emergenza sanitaria, tanto che i personaggi del film ascoltano dell’ecatombe che sta avvenendo in Europa. Si parla proprio della quarantena di una studentessa, risultata positiva al virus, confinata in casa con la madre. Il film tratta dell’incomunicabilità presente e passata, dei difficili rapporti tra madre e figlia, e del recupero degli stessi, di come mascherine e distanziamento sociale abbiano spinto la società in una direzione di alienazione in cui era già ben indirizzata. Parliamo di quella parte del mondo dove si è originato il fenomeno degli hikikomori. Film molto interessante nelle sue premesse, che fatica però nello sviluppo e nella conclusione della narrazione, dove sembra non sappia dove andare a parare. [g.r.]

17.15
Quanto potrà essere emozionato un regista alla sua opera prima, piazzato in mezzo a una sala piena, nel giorno dell’anteprima mondiale? Immaginate gli applausi, poi un Q&A partito timidamente e via via sempre più rilassato, agile, corposo. L’emozione resta ma si trasforma, ci si rilassa, tutti sorridono. Quasi tutti. Forse servirebbe un Giannoli ancora più ispirato per mettere in scena una serie di – prevedibilissimi – personaggi che si annidano tra gli accreditati, sempre in cerca di visibilità, polemiche, rivincite, vendette o chissà cosa… [e.a.]

10.10
Cinema di supereroi, horror e fantasy anni ’80 e indie anni ’90 sono continuamente shakerati insieme in Mona Lisa and the Blood Moon, terzo lungometraggio della regista statunitense di origine iraniana Ana Lily Amirpour (A Girl Walks Home Alone at Night, The Bad Batch). Presentato ieri sera in concorso a Venezia 78, il film narra le vicende di una ragazza di origini coreane dotata di superpoteri, Mona Lisa Lee, che fugge da un manicomio e si avventura nella città di New Orleans. Strutturato come un road movie urbano e notturno, Mona Lisa and the Blood Moon inanella sequenze di incontri surreali con una notevole galleria di outsiders e si concentra poi, nella porzione di film dedicata al personaggio di una spogliarellista incarnata da Kate Hudson, sul tema del denaro, fondamentale superpotere del capitalismo statunitense. [d.p.]

Domenica 05 settembre 2021
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18.22
In concorso è stato invece presentato Sundown, che segna il ritorno a Venezia del messicano Michel Franco ad appena dodici mesi di distanza da Nuevo Orden. Se lì il tema era la crisi tra le classi sociali, qui il tutto si concentra assai più sulla vicenda di un singolo, il Neil Bennett interpretato da Tim Roth che con un colpo di testa improvviso decide di abbandonare la sua vita “quotidiana” per rimanere a poltrire e bere birra ad Acapulco. Franco si dimostra ancora una volta un grande regista di incipit, ma anche Sundown ben presto si sfilaccia, perde consistenza e peso, e si riduce in fin dei conti a una riflessione abbastanza facile sull’accettazione dell’ineluttabile. Esistono però, come sempre in questi tempi polarizzati, falangi di entusiasti cultori, e chissà che non possa convincere la giuria di meritare un posto nel palmarès. [r.m.]

18.16
Leonardo Di Costanzo torna alla Mostra di Venezia a nove anni di distanza da L’intervallo con Ariaferma, il suo terzo lungometraggio di finzione. Con un’aria vagamente buzzatiana Di Costanzo racconta una storia carceraria di riscoperta progressiva dell’umano, della forza dell’empatia e della capacità corale di resistere al tempo perduto, e agli errori commessi. Un’opera morale e lucida, ispirata e dolcissima, rafforzata dalle eccellenti interpretazioni di Toni Servillo, Fabrizio Ferracane, Salvatore Striano, Roberto De Francesco, su cui giganteggia uno straordinario Silvio Orlando. Qui al Lido è fuori concorso, ma avrebbe meritato di prendere parte alla competizione. [r.m.]

18.10
Il cinema è uno questione di sguardo. Non uno solo, non solo quello del regista. E allora uno spettatore che è anche regista può prendere A Venezia… un dicembre rosso shocking e Repulsion e farci altro, magari pescando a piene mani dai musical e giocando dal primo all’ultimo minuto col tema del doppio, del sogno e della realtà, della nostalgia e delle aspirazioni. Un doppio che è sdoppiamento, con un passo a due tra Thomasin McKenzie e Anya Taylor-Joy. Last Night in Soho è un racconto di formazione, un musical, un horror psicologico e altro ancora. È il cinema un po’ folle di Edgar Wright, prendere o lasciare. [e.a.]

17.15
Inspiegabilmente inserito nella sezione Orizzonti dedicata, almeno in origine, ad un cinema non convenzionale, Il paradiso del pavone di Laura Bispuri (Vergine giurata, Figlia mia) è un classico dramma da camera familiare, con pranzo collettivo e correlate esplosioni di tensioni varie. Tra annunci di matrimoni e di separazioni, di gravidanze e amori saffici, il repertorio è completo, correlato da una buona scrittura, ma anche da poche sorprese. Solo due personaggi sfuggono qui agli abituali cliché, e uno di questi è il pavone. L’altro è invece incarnato da un eccellente Fabrizio Ferracane (l’indimenticabile Pippo Calò de Il traditore). [d.p.]

14.55
Presentato oggi al pubblico come evento speciale delle Giornate degli Autori, Il palazzo segna il ritorno di Federica Di Giacomo a Venezia dopo la vittoria in Orizzonti nel 2016 con Liberami. Ritratto di una generazione (anzi, più di una), dei suoi sogni e soprattutto delle sue velleità artistiche, Il palazzo racconta di un gruppo di amici che si riunisce in seguito alla morte di uno di loro, il carismatico e ipercreativo Mauro. Alternando presente e passato, riprese di oggi e materiali d’archivio personali, il film riflette con toccante, antropologica precisione, sulla creazione artistica, sull’incompiuto, sull’amicizia e sul tempo che passa, mentre restituisce un ritratto corale di uomini e donne alle prese con quel particolare momento della vita in cui non è ancora finita, ma – come stigmatizza la poetessa del gruppo – “la giovinezza si è addormentata”. [d.p.]

Sabato 04 settembre 2021
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19.32
Esilarante e surreale, Competencia oficial ha galvanizzato il pubblico in sala oggi al Lido grazie allo humour nerissimo e surreale dei registi argentini Gastón Duprat e Mariano Cohn che, dopo la pittura (L’artista) e la letteratura (Il cittadino illustre), si sono dedicati questa volta a una graffiante satira dell’arte cinematografica. In competizione al Festival, il film vede Penelope Cuz nei panni di una pluripremiata regista alle prese con due attori mattatori dalla competitività esacerbata, incarnati da Antonio Banderas e Olivier Martinéz. Tra prove, ritardi, battibecchi e, soprattutto, esercizi per smorzare l’ego, il film vive di un ritmo comico rutilante e di innumerevoli trovate che non mancano di offrire validi strumenti di riflessione sulla settima arte. [d.p.]

17.41
Selezionato per la competizione della Settimana Internazionale della Critica, A Salamandra del cineasta brasiliano Alex Carvalho è il racconto di una rinascita, del tentativo d’incarnare nell’amore fisico la ripartenza della propria vita dopo anni di apnea e di negazione della propria corporeità. Catherine, francese non più giovanissima, trova in Gil e nel Brasile tutto quello che le era mancato nella Vecchia Europa. Ma le fiamme di qualunque natura, se mal gestite, sono destinate a debordare… Un’opera che ha i suoi difetti principali nell’eccessiva lunghezza, che porta a reiterare concetti e sequenze, e nella piattezza stilistica che leviga un po’ troppo la messa in scena, ma si fa apprezzare per l’ottima direzione d’attori e per la spontanietà dell’assunto. [d.d.e.]

17.36
A proposito di ragionamenti sulla maternità particolarmente apprezzabile il lavoro portato a termine da Wilma Labate con La ragazza ha volato, che prende spunto da una sceneggiatura dei gemelli D’Innocenzo. Con sguardo mai distaccato Labate racconta le infinite solitudini di un’adolescente che subisce un trauma atroce, e lo fa con uno stile coraggioso che si adagia anche sull’ottima interpretazione di Alma Noce. In Orizzonti Extra. [r.m.]

17.25
Ogni tanto con la mente si deve tornare ai giorni passati. Dunque eccoci di nuovo sulle sponde del mar greco in The Lost Daughter, esordio alla regia per Maggie Gyllenhaal che si basa su un romanzo di Elena Ferrante, ampiamente tradito nei dettagli ma non nella sostanza. Lavoro imperfetto ma per niente disprezzabile, e con una riflessione sul concetto di ‘maternità’ che non è banale, e non lascia indifferenti. Bravissima Olivia Colman e bellissima Dakota Johnson, ma queste sono ovvietà. [r.m.]

17.15
Affidato completamente alla voce narrante dei tre membri superstiti (con estratti di un’intervista del 1971 al defunto Bonham che non ci priva del suo punto di vista) Becoming Led Zeppelin di Bernard MacMahon, come da titolo, racconta l’infanzia e l’ascesa dei quattro musicisti che poi avrebbero formato il “martello degli dei”. La scuola, la famiglia, e soprattutto tanto lavoro e gavetta, a sottolineare che la vita sotto i riflettori dei grandi artisti, invidiata per eccessi e fortune economiche, non può dispiegarsi senza sudore e senza fatica. Educativo nel senso migliore del termine, e agiografico il giusto. I fan non lo perderanno di sicuro, ma ogni amante del rock dovrebbe attingere a questa pletora di materiali d’archivio, inedite riprese televisive e riproposizione di hit di misconosciuti gruppi britannici della prima metà dei Sessanta per rimpinguare la propria passione e le proprie conoscenze. [d.d.e.]

17.10
Melodramma quasi-sirkiano ma ambientato in Palestina, Amira di Mohamed Diab – in concorso in Orizzonti – lavora con lucidità e senza ipocrisie sulle contraddizioni irrisolvibili in Terra Santa, laddove il conflitto arabo-israeliano genera morti, drammi e paradossali contraddizioni, fino a generare letteralmente l’Amira del titolo, una ragazza figlia-non-figlia di un combattente palestinese incarcerato a vita in una prigione di Israele. L’egiziano Mohamed Diab orchestra una scrittura a suo modo classica, con il dramma che viene presentato, fatto covare e poi esplodere senza mai perdere l’equilibrio e con una serie di rivelazioni e colpi di scena che lasciano spesso a bocca aperta. Un film d’altronde che non si schiera da nessuna parte, non giudica, non pontifica e sa amare ogni suo personaggio. [a.a.]

17.01
A undici anni dal suo precedente lungometraggio, Michelangelo Frammartino con Il buco torna ad ambientare un film in Calabria, raccontando per immagini, avvalendosi della fotografia di Renato Berta, una spedizione speleologica del 1961, che ha esplorato le viscere carsiche del Pollino. Ancora una volta una terra ancestrale e metafisica è protagonista del cinema dell’ascetico filmmaker, un mondo perduto governato dai cicli della natura, della vita e della morte, dai pascoli e dai monumentali pini loricati. Una rappresentazione figurativa che usa il concetto di vuoto, del nero delle provondità rocciose, del bianco della nebbia. Dopo Calabria terra mia di Muccino, il cinema italiano torna a occuparsi della punta dello stivale italico: quale delle due opere preferite? [g.r.]

15.20
Titolo tra i più attesi degli ultimi anni, trasposizione di un romanzo non facile da portare sul grande schermo (chiedere a Jodorowsky e Lynch), Dune trova in Denis Villeneuve uno dei pochi registi in grado di portare a casa la pagnotta. Certo, il giudizio resta in buona parte sospeso, in attesa della seconda parte e\o di ulteriori sviluppi, ma il lavoro di scrittura e messa in scena di Villeneuve è chiaro, potente, a suo modo profondamente rispettoso del testo originale. Ottimo il cast, a partire da Chalamet, il più atteso e discusso. «He is the Kwisatz Haderach». [e.a.]

10.50
Un campo estivo per ragazzini in cui si forma la futura classe dirigente del paese. Questo è il contesto in cui si viene calati con El hoyo en la cerca (The Hole in the Fence), film del regista messicano – che però ha studiato cinema in Polonia – Joaquín del Paso. L’idea è sicuramente brillante ed è il viatico per mettere in scena una parabola alla homo homini lupus, dove i bambini vengono educati a dominare il prossimo con l’ausilio dei dogmi “Dio, patria, lavoro” e con l’alimento del disprezzo nei confronti degli indios che vivono nei dintorni e non si possono avvicinare nel terreno del campo estivo/fortezza. C’è però un buco nella rete – e nel sistema. Perché c’è sempre un buco da qualche parte, come ci ha mostrato in questi giorni anche Frammartino, un buco da cui si può entrare e da cui – volendo – si può anche uscire. Tutto funziona bene in El hoyo en la cerca; quel che forse gli manca è un crescendo finale all’altezza delle premesse, un crescendo che permetta al film di assumere una vera ampiezza di sguardo filosofico-politica, anche solo lontanamente paragonabile a quella di alcuni grandi capolavori del cinema italiano, quali Todo modo e Salò, cui probabilmente del Paso ha tentato di ispirarsi. [a.a.]

Venerdì 03 settembre 2021
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17.37
In sala Perla è stato presentato l’unico film italiano in concorso delle Giornate degli Autori, vale a dire Californie, che segna il ritorno della coppia di cineasti Alessandro Cassigoli e Casey Kauffman a Torre Annunziata e alla boxe a tre anni di distanza da Butterfly. Qui lo sguardo si concentra sulla giovane Jamila, seguita tra i 10 e i 14 anni, tra ansie, desideri, crescita e sogno di un’indipendenza forse impossibile, al grido di “Il mio sogno è essere la compionessa del mondo e fare la parrucchiera”. [e.b.]

16.20
Pablo Larraín torna per la quarta volta in concorso alla Mostra di Venezia con Spencer, nel quale cerca di tracciare un ritratto di Lady Diana, cristallizzandone la figura nel momento in cui sta per esplodere in modo definitivo la crisi coniugale con l’erede al trono d’Inghilterra. Ma il regista cileno sembra interessato soprattutto a innalzare lodi a quello che per lui è un simbolo di libertà, di voglia di scardinare la prassi. Ne viene fuori un’agiografia maldestra, purtroppo, che non trova conforto neanche nella protagonista Kristen Stewart. Dove condurrà la deriva di Larraín? [r.m.]

16.04
Apprezzabile tentativo di parabola post-apocalittica all’italiana, Mondocane di Alessandro Celli, presentato alla SIC, racconta un’umanità bastarda e randagia scaturita dalla chiusura dell’acciaieria di Taranto. Forte della sua bella idea, l’opera prima di Celli è un esperimento interessante che esplora un genere poco frequentato dal nostro cinema, ma tra gang di ragazzini, sbirri di pattuglia e un luciferino boss incarnato da Alessandro Borghi, il disordine regna sovrano, soprattutto nella sceneggiatura. [d.p.]

15.00
Evento speciale fuori concorso delle Giornate degli Autori, Three Minutes – A Lengthening di Bianca Stigter propone un’originale metodologia di ricerca storica attraverso l’uso sapiente di rare immagini d’archivio, tre minuti abbondanti di riprese effettuate a Nasielsk, in Polonia, nel 1938, ritenute perdute, poi restaurate e infine analizzate in ogni minimo particolare. Si (ri)trovano pazientemente identità, facce e personalità di una comunità ripresa in un giorno di festa, poco prima che la scure della follia nazista si abbatta su di loro. Agghiacciante, commovente, capace di suscitare incomparabile empatia. [d.d.e.]

00.56
A quattro anni da First Reformed, Paul Schrader torna in concorso a Venezia 78 con Il collezionista di carte, sofferto esorcismo di un trauma personale e collettivo, espiato qui da un ex militare, ora giocatore di carte professionista, incarnato dall’ottimo Oscar Isaac. L’inevitabilità dei rapporti di causa-effetto, il fardello generato dagli errori del passato, l’espiazione attraverso la sofferenza fisica, la provvidenza e la grazia, tornano in Il collezionista di carte tutte le ossessioni del cinema di Schrader, stavolta declinate attraverso la metafora del gioco d’azzardo. Nonostante qualche verbosità, l’autore ci consegna, ancora una volta, un compendio filosofico affascinante e una visione disturbante, densa di quesiti etici ed esistenziali, priva di risposte certe. [d.p.]

Giovedì 02 settembre 2021
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19.32
Non riesce Paolo Sorrentino a sfuggire dalla sua glaciale freddezza, dalla sua elegantissima anaffettività. E non ci riesce neppure quando parla di se stesso, come in questo suo film dichiaratamente autobiografico, È stata la mano di Dio, primo film italiano presentato in concorso a Venezia 78. E lui lo sa perfettamente di non essere in grado e, nel saperlo, lo mette in scena, con grande sincerità. La sincerità però non basta, ci vuole anche il conflitto – come dice nel film il personaggio che incarna Antonio Capuano – ci vuole cattiveria e ci vuole umanità e non auto-indulgenza e auto-compiacimento, caratteristiche di cui purtroppo È stata la mano di Dio è pieno fino all’indigestione. [a.a.]

17.26
Erotismo e prove varie di virilità troneggiano sullo schermo nel nuovo film di Jane Campion The Power of the Dog, in concorso oggi al festival. Elaborato melodramma western con rozzi cowboy preda di un cameratismo esacerbato, il film appare diviso in due, con una prima parte incentrata sul difficile ingresso di una donna (Kirsten Dunst) e del suo giovane figlio efebico (Kodi Smit-McPhee) in una famiglia di rancheri del Montana (siamo nel 1925), e la seconda incentrata sulla relazione tra il ninfetto e il rude zio acquisito, incarnato da Benedict Cumberbatch. Con buona pace del genere western, pochi sono i paesaggi mozzafiato, la Campion si concentra piuttosto su volti, i corpi, i tomenti sessuali dei suoi personaggi, scivolando talvolta nel trash. Ma l’erotismo può anche prevederlo. [d.p.]

16.50
Il nuovo film dell’artista ravennate Yuri Ancarani è Atlantide, presentato all’interno del concorso di Orizzonti. Un progetto di cui si parlava da anni, conosciuto con il titolo di lavorazione “Barchini” e che concentra l’attenzione proprio sui motoscafi superleggeri che i ragazzi senza troppe prospettive di Venezia utilizzano per gare clandestine. Pur partendo da un lavoro di ricerca documentario, Atlantide è in tutto e per tutto un film di finzione, con tanto di inseguimento da parte della guardia di finanza, traffico di droga, incidenti mortali e via discorrendo. Impossibile dubitare della capacità visiva e visionaria di Ancarani, che però sembra perdersi dietro lo schizzo d’acqua, il riflesso, l’innamoramento per corpi che non porta con sé l’approfondimento di una storia, di una narrazione, dell’intimità dei personaggi. E il quarto d’ora finale, su cui qui si glissa, sembra una dichiarazione d’intenti fin troppo esibita. [r.m.]

16.19
Il primo film delle Giornate degli Autori é anche il primo film apertamente “pandemico” della Mostra 2021: Shen Kong dell’artista e videomaker cinese Chen Guan. Nel Paese da cui tutto é partito, ricomincia anche la riappropriazione degli spazi urbani e mentali innaturalmente vuoti. Due ragazzi, due corpi, due orizzonti destinati a conflagrare. [d.d.e]

15.00
La Settimana Internazionale della Critica, nella prima edizione diretta da Beatrice Fiorentino, esordisce con il primo film di fantascienza della storia della cinematografia cambogiana. Anche se è diretto da un regista nato e cresciuto in California (Jake Wachtel, all’esordio come da regola per la sezione collaterale della Mostra curata dal SNCCI), Karmalink non va inteso come un oggetto succube di un colonialismo produttivo, anzi: è proprio dalla volontà di ragionare sulle radici culturali e filosofiche della Cambogia che il regista ha mosso i primi passi. Forse a tratti ingenuo, Karmalink è però un film perfettamente consapevole di sé e del proprio senso, e sa come intrattenere il pubblico senza scivolare nella retorica, tanto della narrazione quanto dello sguardo. [r.m.]

11.40
In attesa di abituarci al ritmo degli embarghi, al sistema vintage di prenotazioni dei biglietti e alle mille sorprese del Lido, rieccoci al film di Almodóvar, Madres paralelas, visto ieri – ma, appunto, l’embargo e poi vatti a ricordare, a incastrare proiezioni e sala stampa e via discorrendo. Insomma, con gran ritardo annotiamo su questa pagina l’importanza del film, capace di intrecciare con il consueto mosaico narrativo almodovariano passato e presente, franchismo e libertà, maternità e famiglia, amore, passione e tutto quel che segue. Tra slanci retorici e una suspense emotiva dal sapore hitchcockiano, Almodóvar riconnette gli orrori franchisti di un passato sempre pronto a tornare al nostro presente sempre più fluido, proiettato verso il futuro. L’importanza della Storia (anche orale, fondamentale), della memoria, della collettività come famiglia allargata; e poi l’amore senza confini, mai ingabbiato, melodrammatico e quindi travolgente. Bravissima Penélope Cruz, magnetica Milena Smit. [e.a.]

Mercoledì 01 settembre 2021
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14.50
Sì, certo, bello Almodóvar, ma facciamo un passo indietro. Torniamo a ieri. No, non la preapertura col pur magnifico Per grazia ricevuta di Nino Manfredi. Un po’ prima, quando tra gli accreditati di varia natura serpeggiava una certa agitazione. Non solo per il drago Boxol da blandire con affettuosi refresh, cercando di cogliere al volo quei piccoli dannati tondini che valgono un posto in sala, ma anche e soprattutto per le infinite file per ritirare l’accredito. Un’ora, due ore, la mannaia della chiusura del desk alle 19. E la sensazione diventata certezza che ci sono pochi posti in sala o troppi accreditati. Ecco, su questo i vertici della Mostra dovranno ragionare per la prossima edizione – e, visti questi tempi così incerti, non sarà facile. Però, prima di guardare al futuro, guardiamo al presente e ringraziamo vivamente tutti gli addetti al desk accrediti, che hanno retto la baracca, accontentando tutti, sforando ampiamente il loro orario di lavoro e dispensando sorrisi. Grazie. [e.a.]

Info
Il sito ufficiale della Mostra del Cinema di Venezia 2021.

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