È stata la mano di Dio

È stata la mano di Dio

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Non riesce Paolo Sorrentino a sfuggire dalla sua glaciale freddezza, dalla sua elegantissima anaffettività. E non ci riesce neppure quando parla di se stesso, come in questo suo film dichiaratamente autobiografico, È stata la mano di Dio, primo titolo italiano presentato in concorso a Venezia 78.

Paolino, raccontaci una storia! Racconta, racconta!

Napoli, anni Ottanta. Fabietto sogna Maradona, mentre cresce e affronta la tragedie che gli impone la realtà, spingendolo a rifugiarsi nella fantasia e nel cinema. [sinossi]

Napoli ha mille colori, canta Pino Daniele sui titoli di coda di È stata la mano di Dio, nuovo film di Paolo Sorrentino, in concorso a Venezia 78. Sì, è vero, Napoli ha mille colori, mille rumori e mille afrori, ma Sorrentino non ce li mostra, non fanno per lui e qui lo dice chiaro e tondo, quasi arrendevole e disarmato, figlio di questa città che non riesce a capire e ad amare. Decisiva in tal senso è la scena in cui il giovane Fabietto – il protagonista del film, alter ego del regista – incontra Antonio Capuano, con cui tra l’altro Sorrentino ha veramente esordito nel 1998, co-sceneggiando Polvere di Napoli. E non si possono immaginare autori più distanti, visto che Capuano incarna il “popolino” e dunque la visceralità partenopea, che porta segnata anche nel volto, mentre Sorrentino non riesce a incarnare – e non vuole incarnare – altro che se stesso. Capuano – qui interpretato magnificamente da Ciro Capano – dice all’ingenuo ragazzo che lui pretende il conflitto, che il cinema non esiste senza conflitto e senza storie e, urlando come un pazzo, incita Fabietto a tirare fuori una storia, se ce l’ha. E lui ce l’ha, ed è una storia tragica, terribile, il problema è che non sa se sa raccontarla. E se vuole raccontarla.

Si muove tutto intorno a questo dilemma È stata la mano di Dio, intorno alla questione del racconto autobiografico, visto che Sorrentino si espone per la prima volta mettendo in scena i suoi simil-genitori, scomparsi tragicamente. E lo fa con grande sincerità, ma con troppi mascheramenti, con troppe trovatine, con troppe battutine, con troppo “grotteschino”. E, dunque, pur essendo sincero, non risulta autentico, non riesce mai a prendere lo stomaco, non riesce mai a commuovere, anche se ogni tanto fa ridere. Il paradosso è enorme: persino raccontando la sua storia, Sorrentino riesce a tenerci distanti. Si pensi a Marx può aspettare, il recentissimo film autobiografico di Bellocchio, si pensi all’umanità che traspare in ogni momento, anche in riprese magari raffazzonate e non ben fotografate. E si torni a È stata la mano di Dio, dove l’umanità non c’è mai e dove ogni inquadratura è pensata al millimetro, a partire dalla prima, un drone bellissimo che volteggia soavemente, ma dove già in qualche modo sfugge dal cuore del problema – e cioè Napoli – e si rifugia nel mare. Ci dispiace dirlo, ma – un po’ come se fosse il rovesciamento dello Scarface pacinian-depalmiano – Sorrentino ci risulta finto anche quando dice la verità, è il suo modo di fare cinema e lui lo sa che non può scappare. E dunque via con i fellinismi a go-go, ma in fin dei conti senza saperli fare: primo perché le macchiette che mette in scena lui le odia, mentre Fellini le amava; secondo perché Fellini faceva muovere i suoi caratteristi a una velocità impressionante e con grande ritmo (riempiendo colonna video e colonna audio di elementi, di battute, di volteggi), mentre al contrario Sorrentino indugia, tendente alla staticità e alla estenuazione di ogni gag; terzo perché Fellini faceva ridere gli spettatori e non gli attori, mentre Sorrentino – incredibilmente – fa ridere gli attori per farci capire che una battuta è divertente, ma da che mondo è mondo – e anche Pirandello lo diceva – al cinema e a teatro si ride di qualcuno e non con qualcuno. E, infatti – rara eccezione nel film -, il personaggio di Capuano fa ridere parecchio quando, serio e incazzoso, sbotta a teatro umiliando un’attrice.

In È stata la mano di Dio, dunque, tutti i difetti classici del cinema sorrentiniano – digressioni, strizzatine d’occhio allo spettatore, auto-compiacimento – sono amplificati perché sovraccaricati dalla dimensione autobiografica e un po’ onanistica, proprio perché l’autore si mette a nudo senza veramente saperlo fare, restando dunque imbarazzato da questo suo denudarsi, ben diversamente da come invece fa Luisa Ranieri in barca, sempre nel film, perfettamente a suo agio. Gli attori, infatti, ce la mettono tutta e sono tutti bravi, ma sono i panni che vestono a essere sbagliati, a essere stonati, sono i loro personaggi che non esistono – con l’eccezione proprio di quello di Luisa Ranieri, che fa la zia un po’ matta, e di quello sempre di Capuano. Persino l’aureola maradoniana non funziona, messa in scena in maniera ovvia e facile: l’attesa per l’arrivo di Maradona a Napoli, costruita infatti all’inizio, viene presto lasciata correre e la spiegazione del titolo del film viene concentrata in una scena maldestra con uno spiegone messo in bocca al povero Carpentieri.

È un film della crisi È stata la mano di Dio, personale ed emotiva e dunque anche autoriale. Ricorda, infatti, un po’ il momento della crisi che venne a Kitano nel momento in cui nel 2005 fece Takeshis’, che da lì in poi fece film-di-crisi in cui raccontava la sua difficoltà nel continuare a fare cinema, e lo faceva continuando a fare cinema. Un paradosso che si trova un po’ anche in questo film di Sorrentino, anche se crediamo che l’autore di La grande bellezza tornerà ben presto a rifugiarsi in altre faccende, tutt’altro che autobiografiche, mettendo tra parentesi questa sua pubblica intemerata.

Info
La scheda di È stata la mano di Dio sul sito della Biennale

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