Il collezionista di carte

Il collezionista di carte

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Filosofico, complesso e disturbante, Il collezionista di carte di Paul Schrader esorcizza un trauma personale e collettivo attraverso un percorso di redenzione che non può evitare la violenza. In concorso a Venezia 78.

Colloquio con me stesso

William Tell, un ex militare che vive come giocatore d’azzardo professionista, attira l’interesse di una misteriosa finanziatrice. La sua vita ordinaria viene poi sconvolta dall’incontro con Cirk, un giovane in cerca di vendetta contro un nemico comune. [sinossi]

«Sii come il promontorio contro cui si infrangono incessantemente i flutti:
resta immobile e intorno ad esso si placa il ribollire delle acque.
«Me sventurato, mi è capitato questo». Niente affatto!
Semmai: «Me fortunato, perché anche se mi è capitato questo
resisto senza provar dolore, senza farmi spezzare dal presente
e senza temere il futuro».
Infatti una cosa simile sarebbe potuta accadere a tutti,
ma non tutti avrebbero saputo resistere senza cedere al dolore.
Allora perché vedere in quello una sfortuna anziché in questo una fortuna?»
Marco Aurelio, 4.49.

L’inevitabilità della consequenzialità degli eventi, il fardello generato dagli errori del passato, l’espiazione, la provvidenza e la grazia. Tornano in Il collezionista di carte, tutte le ossessioni del cinema di Paul Schrader, declinate, questa volta, attraverso la metafora del gioco d’azzardo. Ma è nella sottotrama legata al passato militare del protagonista del film, un ottimo Oscar Isaac, che giace il demone di un peccato personale e collettivo, che non si può espiare se non rimettendolo in scena, per davvero.

In concorso a Venezia 78 e prodotto da Martin Scorsese, per il quale Schrader ha firmato ad oggi quattro sceneggiature (nell’ordine: Taxi Driver, Toro scatenato, L’ultima tentazione di Cristo, Al di là della vita), Il collezionista di carte ha avuto una gestazione difficile con le riprese interrotte dal Covid e il montaggio rimandato dal secondo lock down. Poi, per restare ancora un po’ fuori del film, vale la pena citare l’annuncio del regista dalla sua pagina Facebook: la distribuzione del film gli ha chiesto di astenersi temporaneamente dal social, dove puntualmente fomentava dibattiti scomodi su vari argomenti, inclusi sessualità, femminilità, trangender. E come ultima postilla di un discorso sul non-film, vale forse la pena riflettere sui recenti eventi geopolitici, con l’Afganistan nelle mani dei Talebani, il ritiro delle truppe americane dal paese, i ponti aerei per espatriare chi ha collaborato con l’Occidente.

Tutto ciò aleggia nella mente dello spettatore durante la visione di Il collezionista di carte e contribuisce a produrre in lui interrogativi, dubbi, in questo risiede il vero scopo del cinema di Paul Schrader. Non è la bellezza del film in sé la cosa importante, non lo sono dei bei movimenti di macchina, né degli attori di talento, né uno script ben congegnato, sono proprio le “domande scomode”, proprio come quelle che Schrader sollecitava (e tornerà a sollecitare) dai social, il lascito di una visione disturbante, intimamente e collettivamente problematica, che lascia lo spettatore ad annaspare in un respiro difficoltoso, come quello che si sente in colonna sonora fin dai titoli di testa.

È la storia di un giocatore d’azzardo, Il collezionista di carte, ma soprattutto di un ex militare con un trauma ponderoso alle spalle. Si fa chiamare Will Tell, ama la routine, vive prevalentemente in non-luoghi come casinò e motel, e in questi ultimi poi impacchetta i mobili con lenzuola (un po’ come nella land art di Christo), forse perché è un maniaco dell’igiene, più probabilmente per non lasciare traccia di sé. Una cupio dissolvi lo anima, comune a molti personaggi del cinema di Schrader, le parole provvidenza e grazia troneggiano tatuate sulla sua schiena, ma sono un destino che non può vedere con chiarezza, è già dietro le spalle.

Will è stato in carcere e lì si è appassionato alla lettura. No, non ha letto Il giocatore Dostoevskij di come sarebbe sin troppo facile immaginare conoscendo l’interesse costante di Schrader per lo scrittore russo, bensì Le Meditazioni di Marco Aurelio. E forse, per meglio analizzare Il collezionista di carte, vale la pena partire da qui. Noto anche con il titolo “Colloqui con se stesso” il libro dell’imperatore romano, che intravediamo all’inizio del film, con i suoi precetti sull’introspezione, l’astensione dalle passioni, la fiducia nella logica, l’accettazione della propria sorte, si fa all’interno del film il filo conduttore di una riflessione filosofica che mescola stoicismo e calvinismo e detta ogni azione e riflessione del protagonista. In tal senso, Il collezionista di carte è di fatto un lungo monologo interiore con pochi interventi di voice over.

Radi e decisamente ben scritti sono infatti gli interventi della voce narrante del protagonista, spesso concentrati a descrivere le regole del gioco e porne in luce, ma senza didascalismo alcuno, i significati metaforici. Per una volta, cosa rara in un film sull’argomento, non c’è dissolutezza nella descrizione del gioco d’azzardo, per il nostro antieroe esso rappresenta uno psicodramma catartico e non demone da evitare, e questo è possibile perché lo pratica con spregio del denaro, o se non altro nella totale indifferenza verso di esso e verso la gloria di una vincita.

Sarà lui stesso, ma è Schrader con il suo puntuale e ben congegnato script, a spiegarci che ama il black jack per via dei suoi rapporti di causa-effetto, della logica matematica che lo governa e su cui dunque è possibile, contando le carte, esercitare un controllo. Ecco dunque emergere il primo tema portante del film: ciò che è generato dalle azioni del passato non si può cambiare. Poi c’è il poker, dove il controllo delle carte è praticamente impossibile – e non a caso sarà proprio questo il gioco che Tell dovrà fare – ma durante i lunghi stalli del gioco si scruta nella mente degli avversari, e anche nella propria. Poi ci sono le scommesse, dove non si sfida né la logica, né altre persone, bensì il fato, la provvidenza. E anche qui, inutile dirlo, nessun controllo, tutto è pre determinato. Quanto alla roulette, qui l’unica puntata sensata è quella sul rosso o sul nero: due alternative, vincere o perdere, nessun altro sviluppo è previsto.

Ma, come accennato, Il collezionista di carte non è il classico film sul gioco d’azzardo e ben presto a un obiettivo convenzionale, quello di partecipare e possibilmente vincere un torneo di poker, si affianca ben altro scopo per Will: espiare le colpe pregresse tramite la vendetta. O, meglio, la messinscena partecipata – ancora, come uno psicodramma – della vendetta. Due personaggi lo accompagnano nel raggiungimento di questi obiettivi: da un lato la mediatrice di un finanziatore La Linda (Tiffany Haddish), dall’altro un ragazzo, Cirk (Tye Sheridan), figlio di un ex commilitone di Will. È lui in questa storia il figlio di quel Guglielmo Tell da cui il protagonista ha preso il nome, e sarà proprio lui a condurre a compimento il destino del padre putativo che si è scientemente scelto. E un calvinista come Schrader lo sa bene: il destino è inevitabile.

Quanto alla colpa da espiare, si tratta di un peccato abietto, in cui Will non era il solo, è coinvolto infatti l’esercito, con i suoi alti gradi, e ne è complice un’intera Nazione, dei cui vessilli gloriosi, non a caso, resta ora solo l’abbigliamento chiassoso a stelle e strisce di un avversario di gioco, Mr. USA, a cui inneggiano, turbando il silenzio liturgico del tavolo da gioco, dei fan molesti in grado solo di ripetere coattivamente “U.S.A.! U.S.A.! U.S.A.!”.

Si perdonerà al film qualche lungaggine, specie nelle scene dialogate, e anche quell’eccessiva presenza di canzoni (un paio firmate da Robert Levon Been dei Black Rebel Motorcycle Club) in colonna sonora, Il collezionista di carte è un compendio filosofico, fatto di precetti e riflessioni personali, attraverso cui il protagonista mira a comunicare principalmente con se stesso. È un elaborato mix di calvinismo e stoicismo filosofico – Marco Aurelio è il vero mentore in questa storia -, dove necessario per l’eroe è il distacco, perché tanto tutto è predeterminato e la verità è un fenomeno semplice: basta scoprire le carte. Ma soprattutto torna in Il collezionista di carte il tema che da Taxi Driver a First Reformed ossessiona l’intera filmografia di Schrader, ovvero quello della necessità della violenza, della cristologica “passione”, se si vuole davvero espiare.

E si espia da soli. Will Tell non può delegare a nessuno questo compito, nemmeno al suo protégée, perché anche se la sua colpa è stata determinata da altri, dalla sua Nazione in primis, è lui che l’ha commessa, è una questione personale, non politica ma fisica, e dunque attraverso il corpo va emendata. Passione e resurrezione, è questa una dialettica, a cui Schrader ci ha da tempo abituato, e che non può essere evitata. E per restare su questo discorso, ecco arrivare lo splendido finale del film, dove attraverso il ritorno di un topos tipicamente schraderiano (che non riveleremo per non rovinare la visione), dialetticamente l’autore coglie l’occasione per autocitarsi, migliorandosi.

Info:
La pagina dedicata a Il collezionista di carte sul sito della Biennale.
Il trailer de Il collezionista di carte.
La scheda de Il collezionista di carte sul sito della Lucky Red.

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