Mondocane

Mondocane

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Apprezzabile tentativo di parabola post-apocalittica all’italiana, Mondocane di Alessandro Celli racconta un’umanità randagia scaturita dalla chiusura dell’acciaieria di Taranto. Ma tra gang di ragazzini, sbirri di pattuglia e un luciferino boss incarnato da Alessandro Borghi, il disordine regna sovrano, soprattutto nella sceneggiatura. Alla SIC 2021.

Caos post-apocalittico

In un futuro non molto lontano, Taranto è una città fantasma cinta dal filo spinato in cui nessuno, nemmeno la Polizia, si azzarda a entrare. Sono rimasti i più poveri che lottano per la sopravvivenza, mentre una gang criminale, le Formiche, capeggiate dal carismatico Testacalda (Alessandro Borghi), si contende il territorio con un’altra gang. Due orfani tredicenni, cresciuti insieme, sognano di entrare in quella banda. Pietro, detto Mondocane per aver superato la prova d’accettazione nella gang, impone Christian al gruppo che lo deride chiamandolo Pisciasotto. Ma qualcosa si incrina nel loro equilibrio mettendo a rischio tutto quello in cui credono. [sinossi]

Si respira un sentore di apocalisse nel cinema nostrano, e non solo per via della sua crisi resa ora ancor più conclamata dalle conseguenze della pandemia. Scomparse temporaneamente dal radar delle commedie mainstream – probabilmente appostate nell’ombra in attesa di tempi migliori -, affiorano infatti interessanti tentativi di un cinema di genere che prova a riflettere, via metafora, sulle condizioni dell’oggi, con previsioni per il futuro poco ottimistiche. E giustamente.

Dopo la sortita estiva di La terra dei figli di Claudio Cupellini, distopia ambientata nel Polesine e tratta da un graphic novel di Gipo, ecco ora approdare in concorso alla SIC – Settimana Internazionale della Critica l’altrettanto apocalittica opera prima di Alessandro Celli dal titolo jacopettiano Mondocane. C’è ben poco del famigerato reportage di culto di Gualtiero Jacopetti in questa storia, molti invece sono i riferimenti a certo cinema statunitense e nostrano. C’è un post-catastrofe con gang di ragazzini guidati da un adulto, come in Mad Max – Oltre la sfera del tuono e l’ambientazione riflette lo stile dell’intera saga di George Miller, c’è una colonia-formicaio di matrixiana memoria, un pizzico di Oliver Twist e un’iniziazione criminale emula di tanto nostro cinema recente da Gomorra a La paranza dei bambini, a La terra dell’abbastanza. Anzi, a ben vedere, il plot film è lo stesso dell’esordio dei Fratelli D’Innocenzo: due ragazzini ambiscono a entrare a far parte di una gang criminale che spadroneggia per le strade, uno dei due appare più fragile e sensibile, ma alla fine dei giochi sarà proprio lui a rivelare la stoffa del leadrer.

Non siamo però nella periferia romana, bensì, e in questo sta l’idea più originale di Mondocane, in una Taranto post-apocalittica, dove una popolazione abbrutita cerca di sopravvivere in seguito alla “grande evacuazione” resa necessaria dalla chiusura dell’acciaieria e, soprattutto, dalla mancata bonifica dei terreni dai suoi veleni. Il sistema sociale è organizzato in gruppi e fazioni, si può essere randagi (sorta di paria), oppure formiche (gang d’assalto), o ancora orfani (bambini irregimentati, tra ginnastica all’aperto e lavoro minorile), o al limite sbirri. Infine ci sono gli africani, ma non si vedono un granché in Mondocane e poi si accenna a una resistenza che combatte per la bonifica, ma anche su questa il film non si sofferma più di tanto.

In ogni caso, in una realtà siffatta, i tredicenni Cristian (Dennis Protopapa) e Pietro (Giuliano Soprano), pescatori al servizio di un anziano sfruttatore, ambiscono diventare “formiche” e passare dunque a servizio del boss locale Testacalda, incarnato da un luciferino Alessandro Borghi. La loro iniziazione è già programmata: devono dare fuoco a un negozio di animali che si chiama Mondocane. A missione compiuta, il biondo Pietro assumerà il nome di battaglia di Mondocane, mentre il più fragile Cristian, affetto da un’epilessia che durante gli attacchi gli impedisce il controllo delle vie urinarie, si chiamerà Pisciasotto. L’amicizia con un’orfanella (Ludovica Nasti), che lavorava proprio nel negozio di animali distrutto e la rivalità tra i due ragazzi cambierà tutto. O forse non cambierà nulla.

Si registra infatti, nel corso di Mondocane, un proliferare di eventi e personaggi, ma non tutti gli “archi narrativi” vengono al pettine, né trovano compimento. Sebbene vi si faccia riferimento, infatti, l’obiettivo qui non è lottare per la bonifica dai veleni dell’acciaieria, e i protagonisti non appartengono, né vi apparterranno mai, alla resistenza. Il loro scopo è unicamente quello di sopravvivere, preferibilmente affiliandosi con i più forti. Tutto qui. Pertanto, sebbene la metafora dell’Ilva di Taranto appaia assai interessante, così come la raffigurazione di una realtà apocalittica eppure a tratti edenica, sottolineata da controluce color ocra e lens flare, Mondocane sembra la bozza di un film più compiuto ancora di là da venire, e che si assesta su un susseguirsi di sequenze a sé stanti che alla fine dei conti rivela, con buona pace della questione tarantina, una scarsa efficacia d’insieme. Il montaggio non aiuta, soprattutto perché predilige un’alternanza di azioni – croce e delizia di un cinema sempre più derivativo delle serie-tv – che poco c’entrano l’una con l’altra e non sono collegate da altro che non sia una presunta, ma evidentemente arbitraria, contemporaneità. Si veda ad esempio la questione del personaggio di Bombino, un ragazzino della gang delle formiche che finisce nelle mani della polizia, ma non capiamo come ci sia finito, né d’altronde i compagni di gang lo vanno poi a salvare, quindi la sua prigionia resta inerte. Il piccolo Saltafosso poi viene punito perché ha rubato, ma noi il cirmine non l’abbiamo visto compiersi, per cui la scena della sua tortura non ci coinvolge poi tanto. Restano infine esornativi anche i personaggi della bambina e della poliziotta, privi come sono di obiettivi e di un passato che possa dirsi tale.

Quanto al personaggio di Testacalda, incarnato da un Borghi che sgrana gli occhi e arriccia ripetutamente le labbra sotto ai biondi baffi, più che un ribelle nichilista, appare una vuota icona che rievoca per somiglianza (Bronson, Max Max) un Tom Hardy de ‘noantri. Ogni scena che lo riguarda si conclude poi grossomodo nella stessa maniera: apre le braccia ai suoi ragazzini, gli prende la testa tra le mani e poi li bacia in fronte.

Animato delle migliori intenzioni – la sua metafora, la sua adesione al genere post-apocalittico -, Modocane è un film dove il disordine regna sovrano, nel mondo rappresentato, certo, ma anche, purtroppo, nella sceneggiatura. E se questo difetto appare compensanto in parte dell’ottima prova attoriale dei due piccoli protagonisti, di rara naturalezza ed efficacia, lo stesso non si può dire per il resto del cast né, purtroppo per la regia, troppo timida e incespicante di Alessandro Celli, evidentemente a poco agio con la direzione di sequenze d’azione, a partire da una sparatoria dove non è dato sapere la posizione del “nemico”, lo vediamo solo cadere colpito sotto i colpi di uno sparatutto stile videogame.

No, non era una missione semplice, quella di realizzare un film alla Mad Max nella zona intorno all’acciaieria di Taranto, e si perdonerà senz’altro all’esordiente Alessandro Celli il mancato controllo degli ingredienti dal suo film, resta però un po’ di amarezza nel constatare che il nostro cinema, al di là delle problematiche di budget non stratosferici, al momento non riesca a dar corpo e coerenza a un prodotto di genere innervato di metafore socio-politiche.

Info
Mondocane sul sito della SIC.

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