Spencer

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Dopo Jackie Kennedy Pablo Larraín “emigra” nuovamente dal Cile per cimentarsi con la figura di Diana Spencer, ritratta in quella che lo stesso regista definisce ‘una favola che parte da una tragedia vera’. Con l’immediatamente Ema e Jackie questo nuovo film sembra formare una sorta di trilogia sul mondo femminile. Larraín riduce però Diana a una donna crollata psicologicamente per colpa della gabbia istituzionale inglese, semplificando ogni conflitto possibile in nome di una supposta purezza morale che la eleverebbe al di sopra del resto della famiglia reale, in una maldestra agiografia.

Il fantasma di Anna Bolena

Il matrimonio della principessa Diana e del principe Carlo è da tempo in crisi. Sebbene le voci di tradimenti e di divorzio abbondino, in occasione delle feste di Natale nella residenza reale di Sandringham viene decretato un periodo di pace. Si mangia e si beve, si spara e si caccia. Diana conosce il gioco, ma quest’anno le cose saranno molto diverse. [sinossi]

Gli avventori di una squallida bettola nella contea di Norfolk devono stropicciarsi ben bene gli occhi per credere all’immagine che si è loro parata davanti: Diana Spencer, la principessa del Galles, la futura regina nel momento in cui Carlo erediterà il trono dalla madre Elisabetta, è lì tutta sola a chiedere informazioni su come arrivare a Sandrigham, una residenza di campagna della casa reale inglese. Inizia con uno spaesamento Spencer, nona regia per il cileno Pablo Larraín, la seconda fuori dai confini patrii dopo Jackie. Sia per le modalità produttive – una coproduzione internazionale –, che per le scelte narrative e di cast (un film biografico dedicato alla moglie di un capo di Stato interpretata da un’attrice di primo piano nello scenario mondiale, in Jackie Natalie Portman e qui Kristen Stewart) è impossibile non apparentare i due film, cercando di rintracciarvi eventuali sintonie o evidenti distanze. Larraín, che in Jackie si avvaleva dell’apporto in fase di sceneggiatura di Noah Oppenheim e in Spencer è accompagnato nella costruzione narrativa da Steven Knight, sembra suggestionato in modo particolare dal concetto di mito: sia Jackie Kennedy che Diana Spencer sono due figure che hanno attraversato il proprio tempo concentrando su di loro lo sguardo, non sempre benevolo ma particolarmente attento, del resto del mondo. Il film dopotutto si apre su una vera e propria dichiarazione di intenti, in cui viene spiegato al pubblico come la storia che si dipanerà di lì a poco sullo schermo sia da intendersi come una “favola che parte da una tragedia vera”. Non si può prescindere, nella lettura di Spencer, da questa epigrafe iniziale. Larraín filma una favola, che tratta però di una tragedia.

Si parta dalla seconda parola, vale a dire tragedia. Cos’è la tragedia se non un dramma che arriva a conclusioni catastrofiche? Una volta appurato ciò, qual è la tragedia insita in Spencer? La morte prematura in automobile di Diana, verrebbe naturale rispondere, ma la verità è che il film non parla minimamente di ciò, concentrandosi sulle festività natalizie del 1991, quando la principessa decise che era giunto il momento di porre fine a un matrimonio che vedeva esaurito. E allora quale sarebbe la tragedia, un divorzio? L’aver dovuto abbandonare la casa reale? Le pressioni che portarono la sfortunata donna a un periodo di depressione? Nel suo smarcarsi dal “vero” per rincorrere la favola Larraín si siede poi dal lato sempre giusto della Storia. Come non parteggiare, verrebbe da dire, per una donna che non voleva sottostare ai protocolli che il suo ruolo le imponeva? Nei fatti il film non fa che riannodare i fili forse dispersi nel corso degli anni e dei decenni, e che nella narrazione popolare vedono Lady D martire di un sistema politico che le rese impossibile la vita fino a fargliela perdere. Una presa di posizione che potrebbe anche essere interessante, se solo non ci si fermasse all’ovvio: la Diana incarnata da Kristen Stewart elabora la propria consapevolezza dell’essere inadeguata al ruolo limitandosi a rifiutare gli abiti da sera scelti per lei da altri, o a continuare a farsi vedere alla finestra nonostante il rischio di essere “paparazzata”. Uscire dal protocollo non per reale intenzione di liberarsi dallo stesso ma perché lo si trova esageratamente volto al passato, e dunque costrittivo.

La Diana di Spencer è in tutto e per tutto una figura progressista, nel senso però deteriore del termine, tesa a un futuro idealizzato e privo di reali conflitti e disincarnata dal reale, e dalle sue urgenze. Il problema è che Larraín e la sceneggiatura di Knight non sembrano per niente interessati a problematizzare questo aspetto, intorpiditi come sono dall’idea di leggere la libertà di una donna in base all’abito scelto, o al non saper frenare il desiderio di ballare nei corridoi della residenza della regina. Ma la libertà può essere ridotta al voler mangiare al Kentucky Fried Chicken invece che i manicaretti cucinati dallo chef di corte? Accettando la purezza di Diana in quanto tale, superiore come dote alla stessa intelligenza – si suggerisce una sovrapposizione tra la principessa e i fagiani che stanno per diventare vittime della giornata di caccia: bellissimi ma non brillanti –, Spencer si limita a una stanca e prevedibile agiografia, maldestra nel non saper gestire i ritmi del film, e le sue timbriche. E Larraín, che pure tira in ballo il fantasma di Anna Bolena – altra sovrapposizione con la principessa, stavolta meno insultante –, non sa trovare uno sguardo in grado di vedere lo spettro nella stanza, di scorgere davvero l’ansia di un essere umano come tanti, elevato all’ennesima potenza solo perché all’occidente piacciono le principesse, e dunque le favole. Se Jackie Kennedy aveva costruito un mito, una Camelot moderna, Diana Spencer prende la rincorsa e fugge come fosse protagonista di una rom-com anni Ottanta. Con lei non l’amore – che non ri-conosce, pur lusingata dal ricevere le avance dell’adorata cameriera personale: per liberarsi invece dall’invadenza di un’altra domestica annuncia di voler star sola per potersi masturbare in santa pace – ma i due figli, agenti ancora oggi della propaganda nei confronti della figura materna. Abbandonando gli spigoli spietati del Cile Larraín trova rifugio in un mondo dorato, e lì si perde, adagiandosi nei comfort di un cinema più agevole, semplice e puro come la fu principessa del Galles.

Info
Spencer sul sito della Biennale.

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