The Lost Daughter

The Lost Daughter

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L’attrice Maggie Gyllenhaal esordisce alla regia con The Lost Daughter, adattamento del romanzo La figlia oscura di Elena Ferrante. Dalla costa ionica la storia si sposta in Grecia, e le famiglie protagoniste sono inevitabilmente statunitensi; per quanto cinematograficamente ancora forse immaturo lo sguardo di Gyllenhaal non resta in superficie e il suo racconto non sceglie la via più facile, né banale. In concorso alla Mostra di Venezia.

Grecia di bambola

Sola in una località di mare, Leda osserva ossessivamente una giovane madre e la figlia in spiaggia. Turbata dalla complicità del loro rapporto (e dalla loro famiglia, chiassosa e sinistra), Leda è sopraffatta dai ricordi legati allo sgomento, allo smarrimento e all’intensità della propria maternità. Un gesto impulsivo catapulta Leda nello strano e minaccioso universo della sua stessa mente, in cui è costretta a fare i conti con le scelte anticonformiste fatte quando era una giovane madre e con le loro conseguenze. [sinossi]

In The Lost Daughter, versione americana de La figlia oscura di Elena Ferrante rivista dall’attrice Maggie Gyllenhaal all’esordio dietro la macchina da presa, la protagonista Leda è una docente universitaria di letteratura comparata che ha impiegato parte consistente del suo studio da dottoranda nella traduzione di Yeats in italiano. È interessante come il personaggio attorno al quale ruota l’intera vicenda del film si occupi di tradurre da una lingua all’altra, esattamente lo stesso lavoro che ha dovuto svolgere Gyllenhaal facendo sì che un romanzo italiano ambientato in Italia non perdesse il proprio senso, e non venisse dunque tradito nel passaggio a un’altra lingua e a una differente location. Se infatti la Leda descritta dalla Ferrante si reca in vacanza sulla costa ionica e lì si trova a tu per tu con una famiglia napoletana che la attrae e la ripugna allo stesso tempo – l’altra lingua nel libro diventa dunque il dialetto, particolare non indifferente –, la Leda cui dona una convincente interpretazione Olivia Colman è in Grecia e si trova ad avere una serie di schermaglie con altri statunitensi (lei vive vicino a Boston, loro sono del Queens). C’è anche un’altra grande differenza, che riguarda il modo e il tempo in cui Leda si è separata dalle sue figlie, ma forse si rischierebbe di spiegare troppo della trama se ci si addentrasse nei dettagli. Il tradimento come atto inevitabile del rapporto tra opera letteraria e opera cinematografica, dunque, il tradimento come atto indispensabile per far sì che si possa rispettare l’anima di un racconto, il suo senso più profondo.

Sotto questo punto di vista The Lost Daughter sembra aver compreso perfettamente la lezione, e non c’è da dubitare della veridicità delle parole della regista quando afferma di aver ricevuto l’approvazione sulla sceneggiatura da parte della scrittrice. Al di là di questo Gyllenhaal riesce a cogliere fin dalle primissime sequenze l’anima turbata e non riconciliata di Leda: dapprima la si vede alla guida dell’automobile, mentre passa accanto al mare sventolando la mano con gioia fuori dal finestrino, ma subito dopo, quando prende possesso dell’appartamento che ha affittato da un americano trasferitosi da anni a vivere in Grecia (Ed Harris, di cui ogni solco sul volto sembra raccontare una storia a sé stante), le sue titubanze e le sue paure inizieranno a emergere. Qual è il segreto che Leda trascina con sé fino alle “onde del greco mar da cui vergine nacque Venere”, per rubare le parole a Ugo Foscolo? Cos’è successo a Bianca, una delle sue figlie che nei ricordi una giovane Leda cerca disperata su una spiaggia? Frammentando il racconto tra passato e presente The Lost Daughter si prende come impegno quello di indagare una donna che è alla ricerca di una pace forse tardiva ma non per questo meno urgente, una pace che è spezzata nel suo potenziale idillio dall’irrompere in scena dei vicini di spiaggia, la già citata famiglia del Queens rumorosa, fastidiosa, invadente e forse addirittura criminale – l’arrivo in motoscafo, con fare decisamente cafone, potrà far tornare alla mente dello spettatore italiano la famiglia Mazzalupi di Ferie d’agosto.

Sono tante le cose perdute in questo film, che Gyllenhaal affronta con mano a volte immatura ma non disprezzabile – contrariamente a una fotografia troppo bianca per raccontare una storia di chiaroscuri emotivi e psicologici – e che testimonia la solidità dell’impianto narrativo: è perduto il rapporto infantile della madre con le figlie, è perduta la tranquillità di una vacanza rilassante, è perduto parte del racconto del passato, che procede per ellissi. Ed è perduta una bambola, una bambola preziosa per una bambina petulante e lamentosa: ma sono i bambini a essere così o è lo stress delle madri a ricordarli come tali? The Lost Daughter ha il coraggio di affrontare un tema che spesso viene relegato sullo sfondo, se non apertamente evitato: la possibilità che un genitore senta di non dover cedere tutto ai propri figli, e di non dover in nessun caso rinunciare anche alle proprie legittime aspettative personali. Il fatto che questo ragionamento venga portato avanti da un personaggio femminile fa sì che il tutto risulti ancora più inedito, e per questo apprezzabile. Nuovamente è la traduzione, il passaggio dal pensiero all’azione, il dare significato a un segno altrimenti indecifrabile, la cifra stilistica del film, l’elemento determinante. Leda ha imparato presto a tradurre, a leggere l’italiano e a comprenderlo, ma non è stata altrettanto brava a tradurre se stessa, la propria intimità, e a farlo in modo da essere immediatamente comprensibili all’altro da sé. Esiste la riconciliazione, ma per ottenerla bisogna sempre passare per lo strappo, per l’atto traumatico – di nuovo, la perdita/furto della bambola è esemplificativo –, ed essere pronti a pagarne le conseguenze. Racconto intimo e a suo modo profondamente disperato, The Lost Daughter è un esordio interessante, e da non sottostimare.

Info
The Lost Daughter sul sito della Biennale.

  • the-lost-daughter-2021-maggie-gyllenhaal-01.jpg

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