Atlantide

Atlantide

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Primo film di finzione per Yuri Ancarani, che torna a Venezia a una decina di anni di distanza dai corti Il Capo e Piattaforma Luna, Atlantide è una sinfonia d’immagini in cui il regista ravennate dipinge l’agonia dell’umano, appoggiandosi a una linea narrativa esilissima che si muove attorno alle gare fra barchini nella laguna veneziana. In concorso a Orizzonti.

Deserto d’acqua

Daniele è un ragazzo di Sant’Erasmo, un’isola della laguna veneziana, che vive nel culto del proprio “barchino”: esattamente come l’asfalto, l’acqua può infatti ospitare gare clandestine tra le piccole imbarcazioni dei giovani della zona. Le giornate di Daniele trascorrono nel nulla, punteggiate da giri sul barchino a ritmo di trap, pervase di noia con la fidanzata, o alla ricerca di un pezzo da montare, di un’elica o un motore che renda la barca più veloce… [sinossi]

Con il suo film più riuscito Yuri Ancarani torna alla Mostra di Venezia nella sezione Orizzonti in cui era stato ospitato già una decina di fa con i film brevi Il Capo e Piattaforma Luna sotto l’egida della precedente direzione di Marco Müller. Inquietante, mortuario, funebre, Atlantide è anche il primo film di finzione di Ancarani, una finzione particolare che, come spesso è capitato di vedere anche in questa edizione veneziana, parte dalla realtà di cui usa corpi ed esistenze per inserirli in una narrazione che non è la stessa vissuta dai non-attori che la incarnano. Basti pensare a Il palazzo di Federica Di Giacomo o a Californie di Cassigoli e Kauffman per vedere quanto il documentario assuma sempre più volentieri una forma ibrida, in cui sul vero si innesta una drammaturgia mirata e che non tradisca il senso dei mondi messi in scena ma anzi li aiuti a emergere. Ancarani viene dal documentario ma soprattutto dalla videoarte e in Atlantide, splendida sinfonia per immagini, costruisce un arco narrativo semplice ma chiaramente fittizio (il protagonista, Daniele Barison, si chiama Daniele anche nel film ma di certo non ha fatto la stessa fine del personaggio) più per delineare la dinamica interna alla disgregazione raccontata e arrivare al gran finale che per intrattenere lo spettatore con una storia che, di fatto, è esilissima. Atlantide è un film che assembla in una struttura di finzione quelli che, ha dichiarato il regista, sono dialoghi ed episodi rubati al reale, ai personaggi che veramente fanno gare con i barchini nella laguna e ciondolano sull’acqua ascoltando la trap. Ancarani inserisce poi il lineare arco narrativo – che non è nulla più se non una declinazione estensiva di un’intuizione ben delineata – in una tessitura visiva poetica e musicale che compone una lirica su un mondo che si ripiega su se stesso e sta per inabissarsi inghiottito dalle acque, portando con sè i corpi, la loro brama e la loro solitudine.

È innanzitutto una Venezia inedita e oscura quella raccontata dal film, che sceglie di mettere in scena il giovane Daniele e l’ossessione dei barchini nella marginalità dei ventenni della periferia lagunare: un universo ben poco conosciuto al di fuori della città e che probabilmente anche un cittadino veneto scopre solo dalla scaletta del tg regionale, visto che in queste disfide tra bolidi incerti ma velocissimi si può perdere anche la vita e ogni tanto è capitato. Lontano non solo dai monumenti ma dall’intero commercio turistico che sta svuotando l’anima della città (tema dominante del convincente Welcome Venice di Andrea Segre, per restare nel «cartellone» veneziano di quest’anno), Daniele non ha tetto nè legge: come tanti altri fa sesso, smercia hashish, si fa una pista di coca, ascolta canzoni che sembrano parlare a lui e di lui vivendo sul barchino cui, come tutti, dà il nome della fidanzata del momento mentre magari i genitori o i nonni, sulla terra, fanno ancora qualcosa di concreto. Atlantide osserva un presente avvilente, che infatti non potrà che preludere alla fine del mondo, in cui le giornate scorrono fuori dal tempo tra una manicure, la ricerca del pezzo che faccia andare più veloce il natante o una festa in cui decine di ragazzi guardano le grandi navi passare come fossero astronavi. Il film non ha una sceneggiatura articolata: vediamo Daniele e la sua ragazza stare assieme senza grande slancio da parte di lui che infatti trova un’altra e pure il pezzo per far andar più veloce la barca ma la pagherà cara. Tutto qui. A dominare (e a creare la sensazione di disagio che trasmette il film) è l’immagine esteticamente sontuosa, ineccepibile, cui è affidata realmente la narrazione e che ha l’onere di sopportare le intensità, esprimere le emozioni (la scena della manicure, in cui si inquadrano solo le unghie e i dettagli ma non i volti e le persone, è in questo senso straordinariamente disturbante), l’abruttimento e il nichilismo, l’orgiastico di una gita in barca di notte dove poi si finisce per fare l’amore sulla prua con una bella bionda da poco conosciuta. La cura minuziosa per l’immagine è forse da sempre l’ossessione di Ancarani che però difficilmente era arrivato a una tale precisione proprio rispetto a ciò che, apparentemente, sembra subordinato a essa, ovvero la parabola umana portata come un fardello dalle inquadrature amorali e non giudicanti che tratteggiano una caduta individuale e collettiva inesorabile. La parabola autodistruttiva di Daniele, del tutto incauta e inconsapevole, non copre l’intero film che anzi pare ricominciare nuovamente a venti minuti dalla fine, nella presa della città e del suo centro da parte di un esercito di barchini e soprattutto nell’affondamento ottico dell’ultima lunghissima scena in cui la videocamera inclinata riprende – in movimento su una barca – la città e il suo riflesso nell’acqua, in una ardimentosa citazione del «viaggio nel buco nero» di 2001: Odissea nello spazio ma soprattutto nell’evocazione di un’Apocalisse molto vicina. Il film si intitola, del resto, Atlantide, la più celebre delle città scomparse e sommerse, luogo mitologico riportato in decine di versioni dall’antichità a oggi: Atlantide è Venezia, è la nostra civiltà, è il nostro destino. Se la lunga coda caleidoscopica del film è quasi un rito funebre, più in generale Atlantide dipinge l’agonia dell’umano, cui contribuisce non poco anche l’uso eccellente del suono di Mirco Mencacci e delle musiche che fanno risaltare l’umore delle immagini.

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