Becoming Led Zeppelin

Becoming Led Zeppelin

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Completamente affidato alle voci narranti di Robert Plant, James Baldwin (in arte John Paul Jones, nome d’arte preso dal titolo di un film di John Farrow del 1959, in Italia Il grande capitano), James Patrick Page e a un’intervista d’epoca del compianto John Henry Bonham, Becoming Led Zeppelin è un documentario che si concentra sul mito prima del mito, sulla personale scalata al Paradiso di quattro ragazzi britannici della middle class.

It’s a Long Way to the Top (If You Wanna Rock’n Roll)

Un documentario che svela il percorso individuale dei quattro componenti della celebre band attraverso la scena musicale degli anni ’60: dagli inizi, quando suonavano le hit dell’epoca in piccoli club inglesi, fino al loro incontro nell’estate del 1968, per un’esibizione che cambierà per sempre le loro vite. Le storie dei quattro musicisti diventano presto una sola, perché i Led Zeppelin si avviano a conquistare gli Stati Uniti in una corsa inarrestabile che ha il suo apice nel 1970, quando diventano la più grande rock band del mondo. Prima di Stairway to Heaven e della chitarra Dragon, prima del successo planetario, c’erano semplicemente quattro uomini e il loro amore per la musica. [sinossi]

Dei Led Zeppelin si sa (o si ha l’impressione di sapere) tutto o quasi, la codificazione dell’hard rock, gli eccessi, la vertiginosa ascesa, la passione per l’immaginario fantasy tolkieniano e per l’esoterismo, la triste e prematura fine dello schiacciasassi acquartierato dietro le pelli della batteria. Tutto questo non c’è in Becoming Led Zeppelin di Bernard MacMahon (già autore della pregiata serie documentaria American Epic), film/fiume che si concentra sulle origini, fin dal titolo, dei quattro ragazzi che andranno poi a formare “la più grande rock band del pianeta”. Il racconto è affidato alle loro voci, mentre “Bonzo” Bonham partecipa da par suo grazie agli estratti di un’intervista risalente al 1971. Partiamo proprio da qui, dall’eloquio dei Nostri: Robert Plant è il più ironico e graffiante, totalmente dedito alla smitizzazione di se stesso e dei compagni di viaggio; Jimmy Page è lo storico, con la memoria più viva, quasi metà del minutaggio è punteggiata dal suo forte accento british; John Paul Jones prende la scena in maniera sorprendente, esce dall’ombra in cui è stato spesso relegato e dove sono in genere relegati tutti i bassisti (mentre le immagini d’archivio inquadrano Page e la sua Les Paul da ogni angolazione, dei “numeri” al basso ci arriva solo il suono, SEMPRE) e si qualifica come la vera testa pensante dietro la costruzione del muro sonoro, specie nel doppio capolavoro Physical Graffiti, ma questa è un’altra storia. Che probabilmente ci verrà raccontata, in una parte o in più parti successive.

La vera forza del film sta nell’imponente mole di materiali d’archivio, per lo più inediti: i primi provini, il lavoro da oscuro turnista che Jones ha portato avanti per quasi un decennio in pezzi storici ma insospettabili (Goldfinger nella magnifica versione di Shirley Bassey? C’era, ed è solo l’esempio più celebre), l’ascesa di Page fin dalla giovanissima età in oscuri “complessi” beat dei sobborghi londinesi, la pervicace resistenza di mamma e papà Plant alla carriera “poco seria” intrapresa dal figlio, Bonham che viene strappato dalla bravura alla batteria ad una carriera di costruttore edile. Insieme al viaggio personale, la prima parte dell’opera è un viaggio vertiginoso nella musica pop britannica della prima metà dei Sessanta, montata seguendo il flusso di coscienza dei narratori, o indirizzando il flusso stesso nella direzione voluta, siamo pur sempre al cinema. Fare nomi sarebbe quasi come anticipare troppo e togliere allo spettatore la bellezza di un viaggio senza rete, che oscilla senza soluzione di continuità dal Mersey Beat al bop, passando, naturalmente, per l’amatissimo blues del Delta. Ecco, un nome solo vogliamo farlo, per l’esibizione più intensa e commovente di tutto l’ensemble: un vecchio e sdentato Sonny Boy Williamson, nome d’arte di Alex “Rice” Miller, che con la sua armonica soffia note dolenti e d’incomparabile intensità emotiva.

Paradossalmente, il segmento più canonico e meno interessante è proprio quello finale, quando la band si forma e i primi due capolavori vengono incisi e prodotti, in entrambi i casi in tempi record per sfruttare un’onda di consensi che, partendo non dalla terra natìa ma dagli Stati Uniti, aveva ormai contagiato il mondo intero. Ma è comunque un piacere ascoltare interamente le esecuzioni live di Good Times, Bad Times e Communication Breakdown, provenienti da una misconosciuta esibizione trasmessa da un network scandinavo (ci sarebbe tutta una storia da raccontare sull’importanza degli appassionati scandinavi nel reperimento di archivi storici di rock e blues, basti ricordare per tutti la coppia svedese che, nel bellissimo The Soul of a Man di Wim Wenders, riporta all’attenzione il genio assoluto di J. B. Lenoir) e, in un vertiginoso montaggio, tutta la scaletta di Led Zeppelin II collegata ai luoghi di registrazione, diversi per ogni pezzo in quanto disco letteralmente registrato tra una data del tour e l’altra. Un prodotto solo per fan, come spesso accade per operazioni del genere? No, l’occasione di (ri)scoprire un mondo per chiunque abbia la curiosità di farlo, un percorso a tappe della band e dell’intera scena musicale britannica, spesso debitrice di eroi noti solo ai contemporanei, ormai sepolti dalle sabbie del tempo. Bisogna scegliere, e probabilmente ci saranno solo tre giorni per farlo, come da usuale prepandemica che immaginiamo torni in auge, una sala con un buon impianto audio, mettersi comodi, e farsi travolgere da quello che è, per chi scrive, uno dei periodi più fulgidi dell’intera storia della musica “popular”.

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