Dune

Titolo tra i più attesi degli ultimi anni, trasposizione di un romanzo non facile da portare sul grande schermo (chiedere a Jodorowsky e Lynch), Dune trova in Villeneuve uno dei pochi registi in grado di compiere l’impresa, di scalare la montagna sacra. In attesa della seconda parte, il giudizio potrebbe anche restare in sospeso, ma il lavoro di scrittura e messa in scena di Villeneuve è chiaro, potente, a suo modo profondamente rispettoso del testo originale. Ottimo il cast, a partire da un più che convincente Chalamet. Fuori concorso a Venezia 2021.

È lui il Kwisatz Haderach

Viaggio mitico ed emozionante di un eroe, Dune narra la storia di Paul Atreides, giovane brillante e dotato di talento, nato per andare incontro a un destino più grande della sua immaginazione, che deve raggiungere il più pericoloso pianeta dell’universo per assicurare un futuro alla sua famiglia e al suo popolo. Mentre forze malvagie combattono per l’esclusivo possesso della più preziosa risorsa esistente sul pianeta – una spezia capace di liberare tutte le potenzialità della mente umana – solo chi vincerà le proprie paure riuscirà a sopravvivere… [sinossi – labiennale.org]
Dune è stato sognato e approntato per l’esperienza cinematografica.
Il grande schermo non è semplicemente un altro format,
è il centro del linguaggio cinematografico. La forma originale.
Quella che resisterà alla prova del tempo.
– Denis Villeneuve

Il cinema è il Kwisatz Haderach. È il passato, il presente e il futuro. In questo senso, Dune è un atto di fede, una promessa, una profezia. Una follia, anche se lucida, perfettamente calcolata. Fedele scudiero della settima arte, Villeneuve è uno dei pochi registi in grado di dare forma a questa visione, a quel cinema fuori scala, mastodontico, impossibile da addomesticare e riportare alle dimensioni del piccolo schermo. In fin dei conti, come per le maree di Interstellar, le dimensioni contano e per vedere davvero Dune bisogna tornare ad avventurarsi nelle desertiche sale.
Ancor prima di essere la prima parte dell’adattamento del celeberrimo romanzo di Frank Herbert, Dune è il significativo proseguimento di una visione trasversale, collettiva, che registi come Villeneuve, Christopher Nolan, Peter Jackson, James Gray e Paul Thomas Anderson stanno portando avanti tra le pieghe di un’Industria dei sogni normalizzata e appiattita. La sopravvivenza di un cinema in grado di pensare in grande, di alimentarsi della propria grandeur, di elevarsi ancora al di sopra di qualsiasi altra declinazione e fruizione dell’audiovisivo. Dune è punto di arrivo e di ripartenza, al di là del successo o insuccesso dell’operazione. A contare persino più del risultato è l’idea, il sogno, la visione – come per l’opera mancante di Jodorowsky e la versione infinitamente discussa di Lynch o per Nausicaä della Valle del vento, capolavoro miyazakiano che attinge a piene mani dall’immaginario herbertiano.

Dal punto di vista estetico, narrativo e spettacolare, Dune si allinea alla sci-fi di Villeneuve, si distanzia anni luce dalla sovrabbondanza lynchiana e crea una sorta di ipotetico universo immaginifico: gli alieni di Arrival, gli androidi di Blade Runner 2049, i vermi delle sabbie di Dune. Mondi dominati da linee essenziali ma imponenti, soverchianti, non-umane. Volumi e geometrie che sovrastano i personaggi, ne svelano l’assoluta relatività, la dimensione mortale, impotente. Come le note tonitruanti di Hans Zimmer – altra strettissima parentela col cinema di Nolan. Ma entrambi, appunto, fanno CINEMA. Riempiono i nostri occhi.
Oltre ai personaggi, anche l’azione viene ridimensionata dallo spazio, dilatata dal tempo. La summa di questo apparente depotenziamento resta la sequenza del ralenti esasperato e frammentato di Inception: nuovamente Nolan e Villeneuve, autori che sembrano percorrere la stessa direzione ma sue due strade parallele. Le grandi e proibitive imprese di Villeneuve (Blade Runner 2049, Dune), da un lato; il nome trainante di Nolan (che vale più di Tenet, Inception e via discorrendo), dall’altra.

Le dimensioni gargantuesche dei vermi delle sabbie, ma anche e soprattutto le linee e le proporzioni del mecha design e delle strutture architettoniche, sono l’habitat ideale per l’afflato narrativo di Villeneuve, per la sua lettura di Herbert, per restituire l’inevitabilità della caduta della Casata Atreides e la parallela inevitabilità dell’avvento del Muad’dib dei Fremen. Da questo squilibrio sgorga e si potenzia la dimensione fideistica, messianica. La Guerra santa ha due volti, due fronti: quella che vedrà coinvolto l’intero Universo di Herbert e quella portata avanti da Villeneuve per il cinema.
La fantascienza cinematografica torna così a essere qualcosa di realmente bigger than life, iconica e annichilente come la Statua della Libertà de Il pianeta delle scimmie, il monolite di 2001: Odissea nello spazio o la città di Metropolis – Lang, ma anche Rintarō & Katsuhiro Ōtomo, altro sognatore e distruttore di mondi.

Info
La scheda di Dune sul sito della Mostra del Cinema di Venezia.

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