Three Minutes – A Lengthening

Three Minutes – A Lengthening

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Presentato come evento speciale fuori concorso alle Giornate degli Autori 2021, sezione autonoma e parallela di Venezia 78, il documentario Three Minutes – A Lengthening della storica e critica culturale Bianca Stigter usa le riprese amatoriali, effettuate nel 1938 da un emigrato polacco negli States tornato brevemente in Europa e nella terra natìa, per dispiegare un’accurata ricerca, sulle tracce dei volti ripresi nel filmato e in seguito spazzati via dalla Shoah.

La quiete prima della tempesta

Three Minutes – A Lengthening attinge le sue immagini da un film amatoriale girato da David Kurtz nel 1938 in una cittadina ebrea polacca. I tre minuti di filmato, per lo più a colori, sono le uniche immagini in movimento rimaste degli abitanti ebrei di Nasielsk prima dell’Olocausto. Quei tre minuti sono esaminati per rivelare le storie occultate nella celluloide. Diverse voci arricchiscono le immagini. Glenn Kurtz, nipote di David Kurtz, mette a disposizione la conoscenza che ha del filmato. Maurice Chandler, che appare nel film da ragazzo, condivide i suoi ricordi. L’attrice Helena Bonham Carter è la voce narrante. [sinossi]

All’inizio, vediamo il filmato amatoriale girato da David Kurtz nell’agosto del 1938, a Nasielsk, con una 16mm Kodak comprata appositamente per l’occasione. L’occasione era il ritorno in Europa dopo che, da immigrato, anni prima aveva lasciato la Polonia per gli States; approdo in Francia, poi Olanda, quindi il piccolo paesino da cui era partito. I tre minuti del titolo (in realtà un po’ di più, c’è da aggiungere una quarantina di secondi) mostrano la piazza affollata, l’uscita dalla sinagoga, scampoli di varia umanità: la piccola macchina da presa funge da catalizzatore, tutti si avvicinano, in special modo i ragazzini, c’è la gara ad entrare in campo, le ragazze si mettono in posa, qualcuno alza il braccio destro. Alla fine del documentario, rivedremo integralmente le immagini, e ai nostri occhi non sembreranno più le stesse; conosciamo il contesto, la storia di molti dei presenti, facciamo caso alle diverse fogge degli abiti e di conseguenza alle classi sociali di riferimento, possiamo riconoscere i (pochi) tedeschi. Il braccio alzato verso la camera è, naturalmente, il saluto nazista… La storica e documentarista Bianca Stigler, venuta in possesso di queste preziosissime immagini, ci guida in Three Minutes – A Lengthening attraverso un vero e proprio processo di educazione allo sguardo, per ricostruire la vicenda nascosta dietro alle uniche immagini di un popolo che, di lì a poco, sarà quasi completamente spazzato via dalla furia nazista.

Torna alla mente l’impossibile viaggio nell’immagine fotografica compiuto da Rick Deckard in Blade Runner, con un avveniristico macchinario che riusciva a esplorare le parti di campo non inquadrate e nascoste. Parti del filmato di Kurtz ci vengono mostrate e rimostrate, in un verso o nell’altro, s’ingrandiscono particolari e personaggi sullo sfondo, si fa, in pratica, storiografia con le immagini, un metodo d’indagine di sicuro non originale ma che poche volte abbiamo potuto ammirare sul grande schermo con così grande accuratezza. L’esperimento riesce ad invertire il senso della fruizione, trasformando l’inaccurato in accurato, l’istintuale in riflessivo, l’amatorialità in professionalità. La patina sui fotogrammi, come ci viene detto nel documentario, assume una doppia valenza. Se da un lato, come le crepe in un vaso risalente all’antica Grecia, attesta il passaggio del tempo e la lontananza da quel nefasto orizzonte di eventi, dall’altro testimonia l’esistenza di quel piccolo gruppo di esseri umani e parimenti la loro dipartita. Tra qualche anno non ci sarà più in vita nessun superstite della Shoah e nessun cittadino del Terzo Reich, e l’invito è quello di scavare negli archivi, nei bauli, nelle soffitte, alla ricerca di polverosi e all’apparenza inutili “family movies” in 8 e 16mm, in modo da rimpinguare una biblioteca dell’audiovisivo mai abbastanza corposa.

L’unica persona ancora in vita tra gl’inquadrati di cui ascoltiamo la voce nel film, Maurice Chandler, narra con grande naturalezza episodi di cui fatichiamo a percepire, da pasciuti occidentali abituati a considerare l’orrore come eccezione e non come regola nel nostro vissuto, il corrispettivo con la realtà quotidiana. La stessa sinagoga da cui vediamo uscire festanti gli abitanti della cittadina qualche tempo dopo diventerà campo di concentramento momentaneo, con centinaia di persone rinchiuse per giorni senza cibo né acqua: solo il nostro narratore, con la complicità di un gerarca nazista contrario alla mattanza (ce n’erano, evidentemente) riuscirà, in una scena che sembra scartata dal montaggio di Bastardi senza gloria, a tirar fuori la sua Maria Wronka e a scappare in Unione Sovietica.

Un piccolo gioiello insomma, un po’ nascosto nel mare magnum delle proiezioni veneziane e nella febbre da prenotazione ma da recuperare, per rendersi conto ancora di più della potenza salvifica delle immagini, specie in quest’epoca di consumo smodato delle stesse. Eppure basterebbe pensare alla contemporaneità, all’Afghanistan o alle tragedie del Mediterraneo, per capire quanto l’inquadratura, il campo, la testimonianza visiva possano rappresentare la differenza tra la vita e la morte, tra la memoria e l’oblio, tra la testimonianza e la rimozione. Quei visi d’altri tempi, richiamati da quell’oggetto “nuovo” che mescolava per un momento le classi sociali, che faceva accorrere al suo cospetto il contadino e il bottegaio, il vecchio borghese e la ragazzina in abito della festa, l’ebreo e il nazista, c’implorano di non dimenticare, e di non dimenticarli.

Info
Three Minutes – A Lengthening sul sito delle Giornate degli Autori.

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