La scuola cattolica

La scuola cattolica

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L’impresa di trasformare in opera cinematografica il romanzo di Edoardo Albinati La scuola cattolica (premio Strega nel 2016) era di per sé titanica, e naufraga tanto per le brutali semplificazioni del discorso quanto per lo scarso spessore della messa in scena. Fuori Concorso alla Mostra di Venezia.

Vittime e carnefici

In un quartiere residenziale di Roma sorge una nota scuola cattolica maschile dove vengono educati i ragazzi della migliore borghesia. Le famiglie sentono che in quel contesto i loro figli possono crescere protetti dai tumulti che stanno attraversando la società e che quella rigida educazione potrà spalancare loro le porte di un futuro luminoso. Nella notte tra il 29 e il 30 settembre del 1975 qualcosa si rompe e quella fortezza di valori inattaccabili crolla sotto il peso di uno dei più efferati crimini dell’epoca: il delitto del Circeo. I responsabili sono infatti ex studenti di quella scuola frequentata anche da Edoardo, che prova a raccontare cosa ha scatenato tanta cieca violenza in quelle menti esaltate da idee politiche distorte e un’irrefrenabile smania di supremazia. [sinossi]
Verso le undici di sera
del 30 settembre 1975,
dalla finestra di casa sua,
un residente di viale Pola 5
(duecento metri da dove abito io),
nota due ragazzi fare manovra
per parcheggiare una 127
nel vialetto condominiale,
scendere dalla macchina,
discutere animatamente
e quindi allontanarsi.
Edoardo Albinati, La scuola cattolica, pagina 473.

Prima di qualsiasi riflessione e speculazione che riguardino il settimo lungometraggio di finzione di Stefano Mordini è giusto sottolineare un punto fondamentale: nel suo essere sconfinato, potenzialmente quasi infinito, il romanzo La scuola cattolica di Edoardo Albinati pone chiunque cerchi di “ridurlo” per trasformarlo in un film di fronte a una sfida improba, ai limiti della possibilità. Già l’imponente mole, con quasi milletrecento pagine di testo, basterebbero a spaventare chiunque, ma non si tratta solo di questo. Albinati, ponendosi come io narrante – e dopotutto la vicenda lo riguarda in prima persona –, ha scritto un volume che da un lato è tutto un riannodare questioni personali, memorie e spettri del passato, e dall’altro sfrutta il romanzo di formazione con i suoi codici per affrontare di petto la questione dell’ideologia maschile, dell’educazione a una virilità deprivata del contatto con il femminile e per questo ancora più barbarica, caotica, prossima all’eruzione incontrollata di violenza. Per quanto sia possibile rintracciare al proprio interno un filo narrativo continuo e forte, La scuola cattolica non è un romanzo “di racconto”, ma più che altro una suggestione di antropologia umana e politica, privata e collettiva, che cerca di trovare il centro, il cuore pulsante di un’Italia progredita a stento, e vittima della sua stessa barbarie. Insomma, lavorare sul testo di Albinati per chi si occupa di cinema meriterebbe le stesse attenzioni di un adattamento di Montaigne, fatte salve le differenze fin troppo ovvie di epoca. Anche per questo si prova un certo sconcerto di fronte a La scuola cattolica di Stefano Mordini, che prende parte fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia. Ma forse conviene procedere per gradi, e tornare fuggevolmente al romanzo di Albinati.

Albinati non scrive un romanzo sociologico, né applica al concetto di male perpetrato e pena connaturata ideologie precostituite e predigerite. Albinati scrive un romanzo in cui interroga sul tema del Male se stesso, l’uditorio che gli si è approssimato e persino i personaggi del libro, cristallizzati in quell’età che trasforma un adolescente in un giovane adulto. C’è un passaggio assolutamente fondativo in tal senso che val la pena riportare (non si sta sviando dalla lettura del film, ma è necessario che determinati aspetti della questione siano affrontati nel modo più diretto ed esaustivo possibile): «Ora mi chiedo, con un certo anticipo sul racconto, si può applicare il perdono ai protagonisti del delitto che, pagina dopo pagina, mi sto avvicinando a trattare (troppo lento e divagante, direte, questo mio cammino? L’ho presa un bel po’ alla larga? Avete ragione: ma era la natura stessa del delitto a richiedere che se ne raccontassero i preliminari; o piuttosto, i cerchi concentrici che lo avvolgono, gli anelli che da un lato vi conducono, dall’altro se ne allontanano, come in certe insegne luminose. La scuola, i preti, i maschi, il quartiere, le famiglie, la politica. Potrebbe darsi che al centro del bersaglio non vi sia alla fine quel delitto, ma qualcos’altro… che se avete la pazienza di seguirmi scopriremo insieme), potranno essere perdonati a prescindere dal fatto che abbiano o meno scontato la pena comminata loro dallo Stato? E se non il perdono cristiano, quantomeno l’indulgenza o il semplice oblio?». Questo interrogatorio continuo è a sua volta una delle raffigurazioni del senso del libro, che rifugge dal concetto di causa-effetto, che non assolve ma non si limita a una condanna generica, che non cerca rifugio in interconnessioni semplicistiche.

Perché allora, ed è legittimo domandarselo, tutto questo viene meno nell’adattamento firmato da Mordini? Cosa vuol dire davvero il film? Qual è il suo senso, e una volta appurato questo – o supposto con convinzione – quanto riesce a essere convincente? Ecco, la domanda sulle eventuali volontà de La scuola cattolica sono determinanti, perché è in esse che risiede con ogni probabilità il “problema”, se tale è lecito chiamarlo. Innanzitutto La scuola cattolica non si pone nessun interrogativo. Non si arrovella. Tutto è piano, diretto, ma soprattutto evidente. È evidente che il giovane – che nella realtà è Gianni Guido, perché qualora qualcuno non lo sapesse (e non si tratta certo di spoiler) il libro e il film accolgono al proprio interno anche la tragica vicenda del delitto del Circeo – approderà ad atti di violenza, visto che il padre una volta che viene richiamato dal preside lo punisce picchiandolo ripetutamente con la cinghia dei pantaloni. Se Albinati cerca di trovare il modo di rispondere agli interrogativi di una vita riguardo l’ambiente sociale in cui è stato cresciuto e allevato, Mordini ha solo risposte da dare, e sentenze da apporre. C’è il ragazzino omosessuale che si eccita se viene fustigato da altri maschi, c’è la madre annoiata e ninfomane dell’inadeguato Pik (sta per Picchiatello, nomignolo non proprio affettuoso con cui è chiamato dai compagni di classe), c’è il geniale ma algido Arbus, c’è il prete che insegna ginnastica ma la notte rimorchia prostitute con la sua automobile. Tutto è evidente, netto, chiaro, ma soprattutto lapalissiano. Con il progredire dell’azione, e del film, appare sempre più chiaro come l’unico climax a cui Mordini vuole arrivare è la sequenza del massacro al Circeo. Del resto gli interessa così poco che la scuola cattolica, ed è un paradosso abbastanza bizzarro, quasi non si vede. O meglio: non si percepisce. Non c’è peso in quelle aule, e in quelle lezioni. Di nuovo, nella sua semplificazione, il film tramuta l’appassionante – sulla pagina scritta – sequenza del martirio del ragazzino omosessuale cui si faceva cenno dianzi, in un rapporto di causa ed effetto con la lezione del professor “Golgota”.

L’accumulo di materiale atto solo ad arrivare al racconto di un fatto di cronaca nera tra i più efferati e celebri della storia italiana è così evidente che ci si dimentica come Albinati si muovesse in direzione completamente diversa: il libro, come evidenziato nella citazione che si è scelto di porre in apertura dell’articolo, arriva al momento clou, vale a dire il ritrovamento delle due ragazze nel portabagagli dell’automobile di Izzo, a un terzo del romanzo. Non alla fine. Perché non è quella la fine, non può essere quella la fine quando si cerca di trovare un senso a cinquant’anni di insegnamento “democratico” ma “cattolico”. Mordini, che forse vorrebbe dedicarsi a un cinema di puro genere, si disinteressa a tutto ciò. Le vite e le morti di una borghesia tutt’altro che illuminata vengono lanciate nel bel mezzo della contesa quasi fossero orpelli un po’ faticosi da maneggiare – la morte della sorellina di Gioacchino che mangia una bacca durante una gita campestre, per esempio –, e l’io narrante non solo non ha la profondità dell’interrogazione di Albinati, ma è anche attribuita all’Edoardo adolescente, in un corto circuito temporale che non trova nessuna giustificazione narrativa. In fin dei conti, fatti salvi anche qui i dovuti distinguo, è come adattare Moby-Dick in modo che si veda solo la corsa di una nave dietro una enorme balena bianca. Nel film di Mordini non esiste il discorso dell’educazione del maschio che pure è il centro nevralgico del libro, e allora viene da chiedersi perché quello si comporti in un modo e quell’altro in un altro: Angelo è solo un pazzo dunque, ed è tutto lì il segreto di quell’atto turpe, ingiustificabile e disgustoso? Sale la spiacevole sensazione che si sia sfruttato un romanzo così complesso e articolato solo per poter fuggire una volta di più dal presente e rifugiarsi nelle comodità del passato, in quegli anni Settanta che stanno diventando il rifugio di tutti coloro che non hanno intenzione di fare i conti con un oggi devastante e devastato (solo un anno fa sempre alla Mostra c’era PADRENOSTRO di Claudio Noce, per esempio). In questo senso ci sono gli abiti giusti, le macchine giuste, i colori giusti, c’è perfino il ristorante panoramico sulla sommità del Fungo all’EUR in funzione. Si può stare al sicuri, sembra dire Mordini, questo racconto angoscioso fa parte del passato, è il borborigmo della mente, l’incubo non abortito. Ed è dunque innocuo.

Si esce dalla visione de La scuola cattolica con qualche sguardo laterale pruriginoso, alcuni bei volti attoriali, molta semplificazione e la netta sensazione di aver assistito a uno spreco di energie e talenti. Uno spreco perché si poteva e forse si doveva ambire a una rilettura del romanzo di Albinati che fosse in grado di reggere il confronto, e dunque di posizionarsi al di sopra o forse per meglio dire accanto al racconto in quanto tale esercitando il diritto del dubbio, e il dovere del rimpianto, e di una colpa così incistata nella società borghese da non poter essere redenta mai davvero. Neanche con tutti i pater noster del mondo.

Info
La scuola cattolica sul sito della Biennale.

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2 Comments

  1. maria 07/09/2021
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    Meale sei un genio. Ancora una volta confermi con nitidezza le “assenze” di cinema…

  2. Marco Pellitteri 09/10/2021
    Rispondi

    C’è una frase, nell’articolo, che fa:
    “Questo interrogatorio continuo è a sua volta una delle raffigurazioni del senso del film,”.
    Bene, secondo me è un refuso: invece di “film” la parola dovrebbe essere “libro”, io credo.

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