Sundown

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Sundown conferma Michel Franco come un cineasta in grado di ottime idee iniziali ma spesso confuso nel prosieguo della narrazione. In questo caso l’epicentro dello sguardo è Neil Bennett, britannico che decide di fingere di aver perso il proprio passaporto per abbandonare il resto della famiglia e restare a bivaccare ad Acapulco. Ma cosa si nasconde dietro questo gesto? In concorso alla Mostra di Venezia 2021.

Acapulco ultima spiaggia

Alice e Neil Bennett sono il cuore di una ricca famiglia inglese, in vacanza ad Acapulco con i giovani Colin e Alexa, finché un’emergenza arrivata da lontano non interrompe il loro viaggio. Quando si sconvolge un saldo ordine familiare, vengono allo scoperto tensioni inaspettate. [sinossi]

Ci sono i registi particolarmente bravi nel gestire gli intrecci complicati, quelli che lavorano particolarmente sul colpo di scena, quelli che danno il loro meglio quando possono maneggiare un climax emotivo. Esistono grandi film che diventano tali pur partendo da storielle striminzite, o perfino ai limiti della credibilità. Michel Franco è un raro caso di regista che vive quasi esclusivamente di idee brillanti, ma non sembra più di tanto interessato a svolgerle in modo compiuto, un po’ come gli studenti non privi di ingegno ma che, per dirla nel peggior gergo professorale possibile e immaginabile, “non si applicano”. Lo testimonia a suo modo anche Sundown, settimo lungometraggio in dodici anni di attività per il quarantaduenne regista messicano, che approda in concorso alla Mostra di Venezia a dodici mesi esatti dal precedente Nuevo orden, che ottenne il Gran Premio della Giuria. Una famiglia britannica con due ragazzi sta trascorrendo una vacanza in un resort di lusso ad Acapulco, servita e riverita per ogni desiderio, quando l’idillio viene interrotto da una tragica notizia: la madre di Alice, interpretata da Charlotte Gainsbourg, ha avuto un collasso. Durante la corsa disperata verso l’aeroporto la seconda telefonata da casa non lascia più speranze: la donna è morta. Ma i colpi di scena non sono finiti qui, perché proprio al momento di imbarcarsi Neil, cui dona corpo e voce Tim Roth (alla seconda esperienza con Franco dopo Chronic, che ha ben più di un legame con Sundown), scopre di non avere con sé il passaporto, asserendo di averlo dimenticato al resort. Una menzogna, visto che appena i parenti si imbarcano lui prende un taxi e si fa portare in un alberguccio senza pretese, a pochissimi passi dalla spiaggia più bella e pericolosa della città.

Non sarà questo l’ultimo dei colpi di scena riservati agli spettatori, e se non si indugia oltre nei dettagli è per non togliere uno dei pochi aspetti che potrebbero ridestare l’attenzione del pubblico. Dopotutto Franco è bravo a stimolare da principio la curiosità spettatoriale, suggerendo una serie di percorsi possibili per lo sguardo, e dunque per la lettura complessiva dell’opera e del personaggio che è sempre al centro della scena – una volta preso l’aereo Charlotte Gainsbourg apparirà solo fugacemente. Sundown appare infatti in tutto e per tutto come la descrizione di una fuga dalla costrizione borghese, dall’agio così esagerato da risultare disgustoso. Poco per volta però questo impianto si sfilaccia, e Franco si attorciglia su se stesso, impegnato solo ed esclusivamente a mostrare la normalità anormale di un uomo che si è tirato fuori dalla propria esistenza. Franco ama flagellare i suoi spettatori con shock improvvisi, e se queste turbolenze inattese a volte possono produrre sequenze quantomeno interessanti – si pensi all’omicidio in spiaggia, con la risacca del mare colorata di rosso del sangue dell’assassinato – nella maggior parte dei casi sembrano create ad arte solo per il gusto della provocazione in quanto tale. Ci si può appassionare alle vicende di un uomo che sembra fregarsene di tutto e di tutto solo per il gusto di qualche birretta in santa pace, un riposino sulla spiaggia e una relazione improvvisata con la gestrice di un negozietto, ma ovviamente la stasi in quanto tale non interessa a Franco, che deve dunque creare l’ennesimo punto di svolta, giustificando gli atti di un uomo a prima vista a dir poco amorale.

Così la reprimenda borghese si tramuta in nulla più di una riflessione, abbastanza abbozzata, sull’attesa dell’ineluttabile. Sundown sembra muoversi in direzione dell’acida lettura del mondo borghese che colonizza i paesi più poveri, ma è solo un depistaggio, e ben presto si attesta dalle parti dell’accorato dramma personale che non si fa mancare nessun abbrutimento, dall’omicidio alla rappresentazione del carcere, dalla malattia alla rottura brutale di vincoli d’affetto. Tim Roth si muove in questa Acapulco squallida con sguardo intorpidito e passo stanco, lo stesso di un film deprivato della sua forza, e reso innocuo nonostante le scaturigini di violenza che prendono corpo sullo schermo. E una volta di più a risaltare con forza è qualcosa di non centrale nel film, vale a dire il difficoltoso e conflittuale rapporto tra Franco e il suo paese natale: il Messico e i messicani sono rappresentati con un occhio al limitar del razzista – era già così nel precedente Nuevo orden, confuso pasticcio politico dalle pretese rivoluzionarie e dai risultati reazionari –, popolo bieco e pronto a qualsiasi nefandezza per un gruzzoletto da raggranellare. Lo stile non manca di certo a Franco, ed è probabilmente questo a continuare a farlo tenere in considerazione nel consesso festivaliero internazionale, ma una volta messa la mano a protezione del sole cocente si possono iniziare a scorgere con maggiore nettezza le numerose zone d’ombra.

Info
Sundown sul sito della Biennale.

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