The Stranger

The Stranger

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Presentato alle Giornate degli Autori 2021, The Stranger (Al garib) rappresenta l’esordio al lungometraggio per Ameer Fakher Eldin, che ci porta a immergerci nella realtà delle alture del Golan, territorio occupato militarmente da Israele da oltre cinquant’anni. Una stasi politica e umana incarnata dall’esistenza irrisolta del protagonista.

Nodo al Golan

In un piccolo villaggio sulle alture occupate del Golan, la vita disperata di un medico senza licenza, che sta attraversando una crisi esistenziale, prende una direzione inaspettata quando incontra un uomo ferito nei combattimenti della guerra in Siria. [sinossi]

Una situazione che sembra caduta nell’oblio, quella delle alture del Golan, un territorio siriano occupato militarmente da Israele dal 1967, mentre la risoluzione della contesa tra i due paesi si è persa con la guerra civile siriana. Si parla spesso delle condizioni di vita nella striscia di Gaza o nel Kurdistan, ma su quell’altipiano di appena 1.800 km² sembra calato il sipario. L’esistenza nelle alture è resa perfettamente già dalle prime inquadrature di The Stranger (il titolo originale in arabo è Al garib), esordio al lungometraggio per Ameer Fakher Eldin, presentato alle veneziane Giornate degli Autori 2021. Villaggi abbarbicati sulle colline, sullo sfondo delle quali si susseguono ininterrottamente esplosioni, boati, funghi di fumo generati oltre il vicino confine nel sanguinoso conflitto siriano. Il fumo, come una nebbia che ingloba e offusca tutto, anche metaforicamente, entrando pure nella casa del protagonista, Adnan.

Ameer Fakher Eldin, nato in Unione Sovietica da genitori espatriati dalle alture del Golan in cui poi sono tornati a vivere, costruisce un’opera che riflette un confuso concetto di identità nazionale, di heimat, offuscato proprio come tante immagini e paesaggi del film. Ed è straordinaria la sua operazione di traduzione in immagini cinematografiche di questa incerta situazione di stasi geopolitica, di una popolazione siriana, governata dal nemico, a pochi passi da un confine oltre il quale c’è il caos e la catastrofe. Lo fa seguendo gli insegnamenti di Tarkovskij come di Bela Tarr – The Stranger inizia con l’immagine di una stufa proprio come Le armonie di Werckmeister mentre quel territorio brullo, quei pascoli di vacche sembrano riprodurre con diversa fotografia la pianura ungherese del regista di Satantango; di Nuri Bilge Ceylan come di Kiarostami, sempre nei paesaggi; ma anche di Víctor Erice – la situazione di nascondere un soldato ferito come ne Lo spirito dell’alveare – e di Hitchcock – il cadavere nascosto nei sacchi di mele. The Stranger funziona con composizioni pittoriche dell’immagine, con metafore, che ritornano nel film: il latte munto che si tinge di rosso per il sangue, le pozzanghere o il cane con tre zampe che rappresenta la condizione di debolezza e difficoltà di spostamento del protagonista come della sua gente. Il tutto in aspect ratio di 4:3 che impedisce al paesaggio di prendere il sopravvento, neanche nei campi lunghissimi.

La figura di Adnan, con i suoi dilemmi, rappresenta una vita di obiettivi mancati con le aspettative e sotto la cappa del padre. L’aver studiato in Russia suggerisce evidentemente elementi autobiografici del regista. Già all’inizio viene messo di fronte, dalla moglie, alla possibilità di emigrare, in Francia, Germania o altrove. Ma non risponde, prigioniero comunque del legame per la propria terra natia, contesa, dove si può scegliere se fumare sigarette siriane o israeliane. Un territorio che pure vive in pace ma rimane dominato da logiche tradizionali, tra tutte una forte cultura patriarcale, identificata nell’opprimente figura del padre di Adnan o dal fatto che i matrimoni devono ottenere il consenso dalle famiglie. Condizioni di vita e socioculturali arretrate quanto stagnanti, proprio perché viene tarpato ogni dinamismo in un siffatto contesto.

Info
The Stranger sul sito delle Giornate degli Autori.

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