Captain Volkonogov Escaped

Captain Volkonogov Escaped

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Con Captain Volkonogov Escaped la coppia di registi russi composta da Natasha Merkulova e Aleksey Chupov arriva a prendere parte al concorso della Mostra di Venezia, a tre anni di distanza da The Man Who Surprised Everyone, presentato e premiato (per l’interpretazione femminile) in Orizzonti. Storia del disperato tentativo di redenzione da parte di un membro del servizio di sicurezza nazionale, Captain Volkonogov Escaped mescola ambizioni altissime a un ritmo da action-thriller d’oltreoceano. La crasi trova un equilibrio miracoloso, ravvivato dalla splendida interpretazione del protagonista Yuri Borisov.

Mi perdoni?

Il capitano del servizio di sicurezza nazionale Fedor Volkonogov è apprezzato dal suo comandante e rispettato dai colleghi. La sua esistenza però subisce una brusca svolta quando viene accusato di un crimine. L’uomo riesce a scappare prima di essere arrestato, e in una frazione di secondo diventa una preda inseguita dagli stessi ex-colleghi. Durante la notte riceve un avvertimento dall’aldilà: sebbene sia destinato all’inferno e a tormenti eterni, ha ancora una possibilità di cambiare il suo destino ed essere accettato in paradiso, a patto che si penta e almeno una persona gli conceda un perdono sincero. Fedor parte allora alla ricerca della sua assoluzione, senza avere però idea delle prove che dovrà affrontare in un simile percorso. [sinossi]

Un enorme salone settecentesco splendidamente ammobiliato è tagliato a metà da un oggetto decisamente fuori luogo: una rete da pallavolo. Atletici ragazzi volano in aria per colpire meglio la palla e segnare un punto, fino a quando la sfera non decide di appollaiarsi proprio nel mezzo del sontuoso lampadario. Si apre su questa sequenza surreale Captain Volkonogov Escaped, nuova avventura registica per la coppia – tanto dietro la macchina da presa quanto nella vita – composta da Natasha Merkulova e Aleksey Chupov. Non c’è bisogno di altri dettagli per comprendere come si sia in un’epoca rivoluzionaria: era dai tempi della pallacorda, forse, che sport e gestione del potere non condividevano così strettamente gli spazi. Il ritorno a Venezia di Chupov e Merkulova segna anche la loro promozione, visto che il precedente The Man Who Surprised Everyone al Lido si era dovuto “accontentare” del concorso di Orizzonti, per di più permettendo alla protagonista Natalya Kudryashova di ottenere il riconoscimento per la migliore interpretazione femminile. Anche Captain Volkonogov Escaped può contare su un interprete d’eccellenza, quello Yuri Borisov che film dopo film si sta ritagliando il ruolo di principe della recitazione nelle produzioni russe (esordì un decennio or sono con Andrey Zvyagintsev sul set di Elena, ma ha trovato la sua consacrazione proprio quest’anno al Festival di Cannes, dov’era presente per i suoi lavori su Compartment No. 6 di Juho Kuosmanen e Petrov’s Flu di Kirill Serebrennikov), ma sarebbe limitante fermarsi a questo dettaglio, così come apparirebbe in tutta franchezza riduttivo pensare di leggere l’opera terza di Chupov e Merkulova solo nell’ottica della ricostruzione storica dell’epoca delle purghe staliniane.

Certo, viene evidenziato come si stia parlando del 1938, inizio del piano quinquennale che vedrà l’Unione Sovietica prendere attivamente parte alla Seconda Guerra Mondiale ma anche punto d’arrivo del biennio dei grandi processi, dal “processo dei Sedici” del dicembre 1936 al “processo dei Ventuno” del marzo 1938, quando venne giustiziato anche Nikolaj Bucharin. E forse proprio dal celeberrimo testamento che Bucharin fece imparare a memoria alla moglie si può partire per tentare una lettura di Captain Volkonogov Escaped. Ecco un passaggio: «Se ho fatto degli errori nei metodi usati per l’edificazione del socialismo, che i posteri non mi giudichino più severamente di quanto non abbia fatto Vladimir Il’ič. Noi eravamo i primi a dirigerci verso il comune obiettivo, e la strada non era ancora battuta. Erano altri tempi, era un’altra morale». Altri tempi. Un’altra morale. Quando il capitano Fedor Volkonogov apre gli occhi – o per meglio dire capisce che sta per essere a sua volta “purgato” – si rende conto che l’altra morale, elevata da Stalin a unico sistema per la gestione delle pratiche interne, sta mandando al macello decine, migliaia, centinaia di migliaia di innocenti, spinti a testimoniare il falso contro loro stessi per prevenire il momento in cui arriveranno realmente a “tradire la patria”. Si basa d’altro canto su un’altra morale anche il film stesso, visto che arriva a disquisire sul 1938 con oltre ottant’anni di distanza, e una possibilità di lettura storica basata su documentazioni all’epoca impossibili da avere sottomano.

Anche per questo è particolarmente apprezzabile la scelta di ricostruire in modo apertamente fittizio, o per meglio dire scenografico, l’URSS stalinista. San Pietroburgo è lì, memore dei suoi secoli di vita, oltrepassante il Tempo e la Storia, e basta come scenografia senza bisogno di chissà quale ritocco digitale in post-produzione. Le divise che contraddistinguono i membri del servizio di sicurezza nazionale – nel quale è per l’appunto capitano Volkonogov sembrano rimandare più che altro alle bicromie di The Wall dei Pink Floyd, e non hanno nulla di storico. Chupov e Merkulova prendono la Storia e la trasformano in narrazione, focalizzando l’attenzione dello sguardo su un uomo e sulla sua scelta morale. Lo fanno una volta di più smarcandosi dalla retorica, sia perché il film ha il ritmo indiavolato di un action-thriller teso a intrattenere lo spettatore, sia perché Volkonogov se la darebbe a gambe levate senza voltarsi indietro se non fosse che, nel pieno di un delirio notturno, gli appare davanti lo spettro di un suo amato compagno di (s)ventura, epurato in modo definitivo come l’intera squadra di Volkonogov, che gli indica come unica via per conquistare il Paradiso ed evitare di marcire all’Inferno quella di ottenere il perdono da uno dei parenti degli uomini e delle donne trucidate nel corso dei mesi e degli anni. Ecco dunque che il viaggio dell’espiazione per il protagonista parte da un’esigenza puramente egoista, priva di reale empatia verso coloro che incontrerà sulla sua strada (in questo senso il film diventa quasi il negativo fotografico de L’arpa birmana di Kon Ichikawa, con tutte le differenze del caso).

Il cinema come compensazione della Storia? No, per niente. Il cinema può solo permettersi di illustrare l’orrore, e ricorrendo una rappresentazione falsamente realistica finirebbe per perdersi nell’edonismo, e nell’esercizio di stile. Captain Volkonogov Escaped invece, nella sua posa tracimante umori noir, action, perfino grotteschi – la sequenza in cui il capitano è legato con le mani dietro la schiena ma impugna una pistola, per esempio – riesce quasi miracolosamente a cogliere l’essenza del proprio discorso (eccezion fatta per un paio di scelte estetiche meno convincenti), e a raccontare le mille sfaccettature dell’umanità, le sue abiezioni, la sua redenzione impossibile a parole ma solo attraverso i fatti (è così ridicolo quel “mi perdoni?” con cui l’uomo chiude ogni racconto di ciò che è davvero successo ai parenti delle vittime). E, nel ricordo del protagonista che rivede la sua squadra mentre canta, impegnata come coro amatoriale, la struggente Poljuško Pole, si avverte dietro la schiena il brivido salvifico, e mai compromissorio, della commozione. Полюшко, поле, Полюшко, широко поле, Едут по полю герои, Эх, да Красной Армии герои. Il tempo se ne va, la Storia se ne va. Resta l’uomo, nudo di fronte alla verità di se stesso, ma non inerme.

Info
Captain Volkonogov Escaped sul sito della Biennale.

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