Freaks Out

Freaks Out

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In concorso a Venezia 78, Freaks Out fa impressione per l’investimento produttivo messo in piedi – un vero e proprio kolossal all’italiana – ma allo stesso tempo finisce per deludere nella scrittura e nell’orchestrazione del racconto che procede affannosamente per strappi, maldestri colpi di scena, eccessivi indugi e qualche trovata derivativa.

C’era una volta in Italia

Roma, 1943: Matilde, Cencio, Fulvio e Mario vivono come fratelli nel circo di Israel. Quando quest’ultimo scompare misteriosamente, forse in fuga o forse catturato dai nazisti, i quattro “fenomeni da baraccone” restano soli nella città occupata. Qualcuno però ha messo gli occhi su di loro, con un piano che potrebbe cambiare i loro destini… e il corso della Storia. [sinossi]

Mettiamo subito le mani avanti: ci auguriamo che Freaks Out, nuovo film di Gabriele Mainetti, in concorso a Venezia 78, possa avere il maggior successo possibile, visto l’imponente investimento produttivo che ha alle spalle e vista l’ambizione di voler mescolare fantasy, avventura e storia del nostro paese, per un esperimento così coraggioso che non ha precedenti nel nostro cinema recente, apparentabile forse solo a Il racconto dei racconti e a Pinocchio di Garrone, entrambi però più “internazionalizzanti” (e non necessariamente più internazionali) rispetto a Freaks Out.

Come aveva già dimostrato con Lo chiamavano Jeeg Robot, Mainetti infatti è interessato soprattutto a calare il cinema di genere nella concreta realtà italiana, anzi proprio romana. E questa, ci pare, che sia l’unica soluzione possibile – un po’ come fanno i Manetti Bros. – per provare a ridare vitalità al nostro sistema, a meno che non si voglia ripercorrere la storia del nostro grande cinema commerciale degli anni Sessanta che, in realtà, spesso nasceva dalla scopiazzatura altrui e fingeva di essere americano, basti pensare alla geniale operazione di Per un pugno di dollari, che Sergio Leone stesso firmò inizialmente sotto pseudonimo, da cui prese il via il filone dello spaghetti western. Ma è inutile ripercorrere pedissequamente il passato, anche perché ormai la competenza artigianale del nostro cinema è andata dispersa, e ora la maggior parte delle “skill” debbono essere digitali. E in questo, anche se Freaks Out riesce a essere abbastanza al passo di prodotti similari di altre cinematografie, bisogna ancora fare passi da giganti.

Ma torniamo al film di Mainetti. Fatte tutte queste premesse, va perciò detto che Freaks Out è un esperimento non completamente riuscito. Gli manca quella fluidità – e quella semplicità – narrativa che aveva Jeeg Robot, e gli manca anche l’efficacia nella descrizione dei personaggi. Certo, siamo in un contesto complesso (la seconda guerra mondiale a Roma con i nazisti prossimi alla sconfitta e dunque ancora più feroci) e siamo in una situazione drammaturgica non facile (tanti personaggi da dover tratteggiare, tante deviazioni di percorso indispensabili in un film d’avventura). Ma tutto questo non giustifica l’approssimazione di certe soluzioni che finiscono per non essere credibili. Si naviga perciò a vista in Freaks Out, sempre incerti su che direzione debba prendere il racconto, sempre in difficoltà nel capire quale personaggio possa essere finalmente approfondito e con cui ci si possa dunque identificare. Alla fine, alla lunga, un po’ annaspando, Mainetti ha fatto la sua scelta, e dunque è la giovane Aurora Giovinazzo ad avere più spazio – e anche più poteri – rispetto agli altri. Lei incarna Matilde, che ha letteralmente il fuoco dentro, e dunque è potenzialmente pericolosissima, anche solo se la si prova ad abbracciare. Ma anche lei, in fin dei conti, resta un po’ in superficie, non si riesce mai a entrare veramente nel dramma della sua esistenza, come invece Mainetti riusciva a fare ad esempio nella scena di Jeeg Robot in cui il personaggio di Ilenia Pastorelli confessava le violenze subite al personaggio di Santamaria. No, questo non accade mai e dunque anche gli altri, e cioè i pur bravi Santamaria, Pietro Castellitto, Giorgio Tirabassi e Giancarlo Martini si aggrappano a ruoli che appaiono un po’ troppo inerti. E questo accade anche perché Mainetti, al contrario, ha dato sin troppo spazio al cattivo del film, quel Franz – interpretato da Franz Rogowski – che, nei panni del nazista pazzo capace di vedere il futuro, furoreggia e tiranneggia non solo i “buoni”, ma anche il film stesso. Mainetti infatti indugia indulgente nella descrizione dell’antro di Franz, gli regala lunghissimi assoli al piano per evidenziare le dodici dita di cui sono fatte le mani del personaggio e – persino – affida troppo spazio all’unica persona che lo ama e di cui, in fondo, ci interessa ben poco. Anche perché bastavano un paio di sguardi e di parole per farlo capire, e non quindici.

Diventa così chiaro, man mano che Freaks Out va avanti, che Mainetti alla fine – in mancanza di soluzioni migliori – ha scelto di ripercorrere la stessa griglia narrativa di Jeeg Robot: un buono con i superpoteri (qui per l’appunto la Matilde interpretata da Aurora Giovinazzo) che viene tormentato da un cattivo che ha il potere, ma solo quello temporale e non quello sovrumano (il nazista Franz, anche perché le due dita in più gli servono solo per suonare, mentre la capacità di vedere il futuro è inutile, dato che nessuno gli crede). E dunque Franz vuole appropriarsi dell’altrui abilità e potenza. Ma in Jeeg Robot il confronto era diretto e basico – in senso positivo – e non annacquato dalle difficoltà di mille personaggi e di mille ricostruzioni storiche, e inoltre – particolare da non sottovalutare – Luca Marinelli regalò all’epoca a Mainetti quella che, nei panni dello Zingaro, resta finora a nostro avviso la sua migliore perfomance attoriale, mentre Franz Rogowski, il villain qui presente, non ci sembra all’altezza della sfida.

Per raccontare una storia così complessa ci sarebbe voluta una maggior secchezza e nettezza sia sul piano della scrittura che su quello del montaggio, per non parlare del commento musicale tronfio e assordante, ma evidentemente si intuisce che a certe scene, a certe soluzioni visive costate care, non si è voluto rinunciare proprio perché economicamente di peso, non tenendo conto però che ogni scelta non fatta appesantisce il film e lo zavorra. Freaks Out procede così come un carrozzone strapieno di cose, con momenti belli e anche commoventi, ma anche con tante suppellettili inutili, o quantomeno troppo voluminose. Come ad esempio il chiaro rimando a Bastardi senza gloria con tanto di futile strangolamento, come anche l’insistita descrizione del mondo dei partigiani che viene presto abbandonato e poi ripreso tardivamente, come anche tutta l’ultima lunghissima e maldestra scena finale con confuse sparatorie, come persino l’iniziale presentazione dei poteri dei personaggi, visivamente affascinante ma decisamente troppo lunga.

Ed è proprio nei superpoteri dei protagonisti del film che troviamo un’ultimo aspetto non convincente di Freaks Out. Quello che ci viene presentato come un film su un gruppo di circensi è tale solo nella prima sequenza, per il resto infatti non li vediamo mai esibirsi. In realtà il circo è una scusa, che cade però troppo presto, per mostrare dei supereroi con superproblemi, alludendo chiaramente all’universo Marvel e in particolare agli X-Men. Ma, come insegna la stessa Marvel e come aveva saputo fare Mainetti sempre in Jeeg Robot, nessun superpotere è naturale, ogni supereroe ha una storia delle origini, che può essere breve o lunga, interessante o meno, ma che – sempre – è il nucleo del suo dramma, e che deve essere raccontata. E dunque, rimanendo a metà tra il circo, dove tutto è trucco, e il soprannaturale, dove tutto in qualche modo è super-reale, Freaks Out non riesce a dipanare il mondo che ha scelto di raccontare.

Info
La scheda di Freaks Out sul sito della Biennale

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1 Commento

  1. Zeno 08/09/2021
    Rispondi

    Ma smettiamola con queste fesserie, branco di hipster pretenziosi fuori tempo massimo che non siete altro. Accusare di eccesso un film del genere è come lamentarsi perché la pioggia è bagnata.

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