America Latina

America Latina, l’atteso terzo lungometraggio per i gemelli D’Innocenzo, è anche sulla carta la loro opera più ambiziosa, tentativo di incunearsi nella mente di un uomo che teme di vivere delle allucinazioni. Sospeso tra ricerca autoriale e thriller psicologico anni Novanta il tutto però si rivela fatalmente caotico, e anche piuttosto fragile, tanto nell’impianto scenico quanto e ancor più sotto il profilo narrativo. In concorso alla Mostra di Venezia.

Dietro lo specchio

Latina: paludi, bonifiche, centrali nucleari dismesse, umidità. Massimo Sisti è il titolare di uno studio dentistico che porta il suo nome. Professionale, gentile, pacato, ha conquistato tutto ciò che poteva desiderare: una villa immersa nella quiete e una famiglia che ama e che lo accompagna nello scorrere dei giorni, dei mesi, degli anni. La moglie Alessandra e le figlie Laura e Ilenia (la prima adolescente, la seconda non ancora) sono la sua ragione di vita, la sua felicità, la ricompensa a un’esistenza improntata all’abnegazione e alla correttezza. È in questa primavera imperturbabile e calma che irrompe l’imprevedibile: un giorno come un altro Massimo scende in cantina e l’assurdo si impossessa della sua vita. [sinossi]

America Latina, terzo lungometraggio in tre anni e mezzo per i gemelli Damiano e Fabio D’Innocenzo, approda in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia quando oramai la kermesse lagunare si sta avvicinando al momento del commiato. Un momento a suo modo privilegiato, perché permette già di trarre delle seppur fugaci considerazioni sul lavoro compiuto dal comitato di selezione. Si prenda ad esempio la pattuglia italiana in corsa per la conquista del Leone d’Oro: due registi napoletani acclamati anche a livello internazionale (Paolo Sorrentino e Mario Martone), un cineasta di culto, autore di appena tre film nel corso di diciotto anni (Michelangelo Frammartino), e tre – due sono per l’appunto gemelli – registi che rappresentano in tutto e per tutto la mejo zoventù della produzione mainstream, vale a dire i D’Innocenzo e Gabriele Mainetti. Ed è proprio dal portato della “delusione” che ha fatto seguito, a mo’ di scia, alla visione di Freaks Out e America Latina che è forse necessario partire per cercare di rintracciare l’errore alla base delle due operazioni, se è legittimo pensare che vi sia. A prima vista i due film non potrebbero essere più dissimili: un ingombrante blockbuster dalle dimensioni praticamente inedite per la produzione italiana da un lato, e un “piccolo” film in interni, con scarne scenografie e pochissimi personaggi dall’altro. Eppure, a scavare la superficie come a un certo punto si mette a fare anche il dentista Massimo Sisti, protagonista del film dei D’Innocenzo, si possono trovare alcuni punti di interconnessione. In primis, per quanto possa apparire bizzarro, il codice cinematografico di riferimento. Mainetti volge lo sguardo in modo evidente dalle parti del “popolare” americano, suggerendo filiazioni da Spielberg e parentele di sorta con i comic-movie che tanta parte hanno oggi nell’immaginario collettivo. Il cinema dei D’Innocenzo è fatto di tutt’altra pasta, lo testimoniano quei primissimi piani che non lasciano spazio all’aria e segmentano le sequenze impedendo lo sguardo d’insieme allo spettatore. Una grammatica registica che non ha nulla a che vedere con il popoular. Eppure quel titolo, America Latina, suggerisce già in modo netto la suggestione iniziale, e forse persino il desiderio ultimo dei due trentatreenni cineasti: “Latina” sta per l’ambientazione, quell’area bonificata dal fascismo e in realtà tutt’ora paludosa che si erge a sud di Roma; “America” sta per la scelta di confrontarsi con un genere, lo psycho-thriller, che fece le fortune di Hollywood tra gli anni Ottanta e Novanta. L’intuizione più interessante del film sta proprio nel tentativo di mettere a fianco istanze di genere e tensioni autoriali che sembrano guardare dalle parti del nuovo cinema greco, tra Lanthimos, Avranas e Tsangari.

Qui è Elio Germano a doversi confrontare con la propria mente, per cercare di trovare un modo per uscire dalla crisi in cui è piombato. Ottimo dentista titolare di uno studio che reca il proprio nome, Germano sembra la raffigurazione della perfezione: apprezzato sul lavoro, con un amico fidato con cui si ubriaca tutte le settimane (e che si fida talmente di Massimo, questo il nome di Germano nel film, da chiedergli un prestito di qualche migliaio di euro dopo avergli chiesto tra il serio e il faceto se ha mai avuto rapporti sessuali con le sue assistenti di studio: sia mai, è la risposta, queste sono cose che non si fanno), ogni giorno è atteso a casa dai suoi tre cani, dalla moglie e dalle due splendide figlie, la prima adolescente, la seconda in quella terra di nessuno che separa l’infanzia dalla pubertà. Cosa mai potrebbe turbare l’idillio? Nulla, a meno che non si decida di oltrepassare la linea di luce e spalancare gli occhi sul buio, scendendo giù in cantina. Come da prassi in un’epoca in cui taluni passerebbero per le armi coloro che osano divulgare informazioni sulla trama di questo o di quell’altro film – eleggendo dunque la sinossi a massima espressione dell’arte cinematografica: non male come cortocircuito logico – è meglio fermarsi qui con i dettagli, e lasciare che sia lo spettatore a scoprire cosa si cela nel sottoscala (altro luogo topico del thriller statunitense, d’altro canto). Non è poi così determinante che si sappia cosa succede, perché il vero problema di America Latina è doversi porre i quesito sui motivi che spingono le cose ad accadere. Avendo già sottolineato la scelta claustrofobica della messa in scena, con la fotografia di Paolo Carnera impegnata a illuminare porzioni di volto lasciando lo sfondo irrimediabilmente sfocato, non si può non constatare come a regnare sovrano sia il caos.

Fedeli a una scelta di totale sottrazione, in contrapposizione per esempio alle molteplici location e agli snodi narrativi di Favolacce, i D’Innocenzo asciugano anche la scrittura del loro protagonista, del quale si possono solo intuire i fantasmi del passato – il rapporto irrisolto con il padre, per esempio –, e i traumi che poco per volta affiorano. Ne viene fuori inevitabilmente un dramma striminzito, che deve dichiarare in modo fin troppo evidente i propri gangli per poter tenere desta l’attenzione dello spettatore, sollecitato però da situazioni così astratte da non trovare una reale collocazione: del tutto spuria appare la vicenda che vede Massimo insospettirsi nei confronti del già citato amico, al punto da pedinarlo in automobile, e da cercare di carpire informazioni dal proprietario del bar nel quale si recano abitualmente. Il barista, l’amico, perfino l’assistente Giulia, tutti personaggi che entrano ed escono di scena senza aver apportato nulla di concreto allo sviluppo della trama, e alla costruzione di una psicologia credibile per Massimo. Perché, proprio in quanto tentativo personale di irruzione nei territori del thriller psicologico, America Latina avrebbe dovuto sfoggiare una scrittura cristallina della mente dell’unico personaggio davvero centrale, in modo da permettere allo spettatore di decrittarlo subito per poi lasciarsi coinvolgere dalla sua paranoia. Si resta invece distaccati, a debita distanza dall’agire affannoso di un uomo che, sic et sempliciter, impazzisce e non sa più distinguere la verità dal falso. A Damiano e Fabio D’Innocenzo sarebbe stato forse utile rivedere Bigger Than Life (in Italia Dietro lo specchio) per capire come Nicholas Ray riuscisse a tratteggiare la follia del suo protagonista – un sontuoso James Mason – muovendosi nelle direttrici del genere di riferimento, il melodramma, per scardinarle dall’interno mettendo a soqquadro il cinema stesso, e quindi la borghesia abituata a quelle visioni.

Per quanto si rincorra il coup de théâtre in grado di spiazzare lo sguardo dello spettatore, in un finale quasi à la Shyamalan, il ribaltamento della verità supposta non incide invece minimamente sul film, e sulla sua stabilità. Come dimostra anche l’inquadratura in cui Germano è sotto la doccia, per i D’Innocenzo sembra bastare un movimento di macchina per riequilibrare tutto, senza danni collaterali. Caotico e fragile allo stesso tempo, America Latina non riesce mai a trovare un proprio senso intimo, se non quello di riflettere – da gemelli – sulla scissione in due di una personalità unica. Ecco, se questo autobiografismo fosse entrato con forza nella narrazione, la follia narrata sarebbe divenuto (piccolo) trauma autentico, mandando all’aria il gioco tra vero e falso che non riesce ad andare oltre al mero abbozzo. Quella scissione che i due fratelli avevano dimostrato di saper rappresentare nei titoli di testa, quando le immagini dell’agro pontino e i titoli di testa scorrono in direzioni opposte, costringendo lo sguardo dello spettatore a farsi strabico pur di non perdere la direzione, e che purtroppo latita nel prosieguo del film. “È amore!” sembra gridare la locandina ufficiale: peccato non essere riusciti a percepirlo durante la visione.

Info
America Latina sul sito della Biennale.

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