Eles transportan a morte

Eles transportan a morte

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Eles transportan a morte segna l’esordio al lungometraggio per Helena Girón e Samuel M. Delgado, galiziana lei e di Tenerife lui; un viaggio a ritroso nel passato fino all’anno della scoperta dell’America, teso a indagare sul mistero dell’umano, sul concetto di fede, e sul rapporto forse inconciliabile tra uomo e natura e tra maschile e femminile. In concorso alla Settimana Internazionale della Critica di Venezia.

Il vecchio e il nuovo

1492. Tra l’equipaggio capitanato da Cristoforo Colombo viaggiano tre uomini che a quest’ora avrebbero dovuto essere morti. Sono riusciti a evitare il loro triste destino partecipando a questo viaggio incerto. Raggiunte le Isole Canarie fuggono portando con sé una delle vele della nave. Nel frattempo, nel “Vecchio Mondo”, una donna cerca di salvare la sorella morente portandola da un guaritore. Entrambi questi viaggi tentano di prendersi gioco della morte. Entrambi questi viaggi sono in balìa della storia. [sinossi]

“Loro portano la morte”, così è possibile tradurre Eles transportan a morte, il titolo che segna l’esordio nel lungometraggio per la coppia di cineasti composta da Helena Girón e Samuel M. Delgado. Loro portano la morte, un titolo che sembra riecheggiare la celeberrima affermazione fatta da Sigmund Freud a Carl Gustav Jung durante la traversata oceanica in navigazione tra l’Europa e gli Stati Uniti d’America: “E non sanno che portiamo loro la peste!”. Qual è stato d’altro canto il primo elemento trasmesso dal mondo occidentale agli indigeni che abitavano il continente americano se non la morte? Morte per spada, morte per stenti, morte per malattia, morte per sradicamento. Morte culturale e morte fisica. Morte geografica, con i confini ridisegnati in nome della colonizzazione. Sì, cos’altro si può dire degli uomini che viaggiano a bordo delle caravelle capitanate da Cristoforo Colombo se non “loro portano la morte”? La morte è dopotutto il minimo comun denominatore dell’opera prima di Delgado e Girón, visto che il loro film principia da un naufragio. Tre uomini sopravvivono e raggiungono con grande difficoltà gli scogli di un’isola delle Canarie: hanno con loro una delle vele della nave. Il brullo scenario naturale si contrappone già come un ostacolo insormontabile per questi tre piccoli esseri umani in balia degli eventi, e della Storia. Ma oltre l’isola esiste ancora il mondo, ed esiste la “patria”, quel luogo ideale che diverrà centrale nel racconto dell’Europa alcuni secoli più tardi, e che la coppia di cineasti trasforma in discorso sull’affetto, sulla memoria, sulla radice, ma anche sulla contrapposizione tra i sessi, sull’impossibilità di trovare un punto di interconnessione, e dunque una reale capacità di “riunione”, se non direttamente di fusione. Il film procede dunque su due rette parallele, in piena compiutezza dialettica tra le parti: da un lato tre uomini che cercano di sopravvivere in un territorio sconosciuto, e dunque ostile, e dall’altro due donne, una delle quali nel pieno della lotta tra la vita e la morte a seguito di una caduta (involontaria?) da un costone di roccia. La natura, suggeriscono Girón e Delgado, è ria e iniqua, e non ha pietà dell’inutile affannarsi e del faticoso annaspare degli esseri umani.

È interessante notare come molti esordi di questo 2021 decidano deliberatamente di uscire dalla contemporaneità per puntare l’occhio sul passato, vicino o lontano che sia, o in alcuni casi sul futuro. Si pensi, restando all’interno della selezione della Settimana Internazionale della Critica (dove partecipa in concorso anche Eles transportan a morte), a Erasing Frank di Gábor Fabricius, Zalava di Arsalan Amiri, per quanto concerne il passato, e a Karmalink di Jake Wachtel e Mondocane di Alessandro Celli per il discorso sul futuro. Ma si pensi anche, spostando lo sguardo sul recente Festival di Cannes, a due opere prime italiane quali Piccolo corpo di Laura Samani e Re Granchio di Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis. Proprio con quest’ultimo titolo Eles transportan a morte sembra parlare in modo aperto: entrambi interessati a ragionare antropologicamente sulle origini del mito, entrambi protesi a un discorso sull’altro che diventa anche discorso sul mondo sconosciuto, entrambi pronti ad affrontare il cinema d’avventura – perché di questo in parte si tratta – pur consci di un budget risicato, quando non risicatissimo. Entrambi, infine, quasi costretti a un discorso politico, che nel film di Girón e Delgado si tramuta in discorso sul dominio occidentale, e dunque sullo sguardo occidentale, di cui è “infettato” anche lo stesso film, in modo inevitabile.

Nel momento in cui il mondo occidentale entra nella modernità della Storia, Girón e Delgado ragionano sulle radici, le loro stesse in primo luogo: il film si svolge tra le Canarie e la Galizia, esattamente i luoghi di nascita dei due registi, nativi rispettivamente di Tenerife (lui) e di Santiago de Compostela (lei). Gli spettri della Storia diventano anche gli spettri delle memorie familiari e personali di entrambi – così come era una fola popolare, un racconto dei tempi antichi anche la base del Re Granchio, tra l’altro –, in un lavoro di sovrapposizione tra universale e intimo che dimostra una maturità sorprendente per due registi alla prima avventura nel lungometraggio. Eles transportan a morte non è un tentativo di fuga dall’oggi, ma semmai la ricerca a suo modo perfino disperata di trovare un senso del reale che svicoli rispetto agli stretti vincoli del realismo. Se il 1492 è una data simbolica e rivoluzionaria per l’interno sviluppo del mondo, Eles transportan a morte la affronta dal punto di vista di una speculazione innanzitutto sull’umano, sull’antropologia del tempo, nel tentativo di abbattere alcuni miti resistenti in Spagna ma anche in tutta l’Europa: la scoperta come atto di giustizia, per esempio, e non di sopraffazione e conquista, ma anche l’immagine del culto arcaico, e del mistico o magico che dir si voglia. Il tutto con uno sguardo minimale, sicuramente in parte dovuto alle esigenze di non pretendere ciò che era economicamente impossibile, ma anche come scelta poetica, secca e puntuta come quegli scogli da cui le navi partono, lasciando sogni e memorie e amori, e a cui le navi arrivano, portando con loro naufragio, e poi morte.

Info
Eles Transportan a Morte sul sito della SIC.

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