Tu me ressembles

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Tu me ressembles di Dina Amer, racconto della tragica notte del Bataclan sfumato nel ritratto di Hasna Aitboulahcen, erroneamente considerata dalla stampa per qualche giorno “la prima donna kamikaze francese”, è un’opera magari imperfetta ma affascinante, e soprattutto doverosa nel porsi domande su chi fosse Hasna e cosa ci possa essere dietro determinate scelte. Alle Giornate degli Autori.

La bambina perduta

Hasna e Miriam, 9 e 7 anni, sono due sorelline di origine marocchina che vivono nella periferia parigina con una famiglia devastata. La madre non si prende cura di loro, il padre è lontano, e un giorno le due bambine inseparabili fuggono dopo un furioso litigio con la genitrice per vagabondare nella metropoli, senza un soldo, rubacchiando, dormendo all’addiaccio. Finché non vengono acchiappate dai servizi sociali e date in affido a due famiglie diverse: senza la presenza della sorella, la vita Hasna cambierà radicalmente… [sinossi]

Hasna Aitboulahcen è morta a 26 anni nel novembre 2015, durante l’esplosione kamikaze che ha fatto saltare in aria il covo a Saint Denis dove la ragazza si trovava con il cugino, Abdelhamid Abaaoud, una delle menti degli attacchi terroristici che la settimana precedente avevano insanguinato Parigi. Parliamo degli attentati del 13 novembre in cui persero la vita 137 persone al Bataclan e negli altri punti della capitale francese colpiti dalla follia estremista. Sulla stampa si lesse molto, ai tempi, anche della ragazza che dapprima venne considerata autrice dell’esplosione di Saint Denis e battezzata quindi “prima donna kamikaze di Francia” (per poi scoprire che non era lei ad aver innescato l’ordigno), ma la memoria ormai è solo a breve termine e 6 anni sembrano un’eternità: se non fosse per il fatto che proprio in questi giorni si celebra il maxiprocesso per i fatti di quella atroce notte, chi si ricorderebbe in fondo chi erano i pericolosi radicalizzati (del resto quasi tutti morti)? Ma, lasciando stare la cronaca, può un film di finzione voler raccontare chi era questa ragazza, interrogarsi sui motivi che la spinsero, lei assolutamente laica e radicalizzatasi poco tempo prima, a essere coinvolta in quella che è stata una imponente strage di innocenti? Sì. Anzi, probabilmente deve. Per questo, oltre ogni ulteriore considerazione “estetica” o formale, è rilevante che esista un film come Tu me ressembles esordio alla regia di Dina Amer (che è anche tra le interpreti di Hasna, che da adulta ha più volti) giornalista di origini egiziane cresciuta tra gli Stati Uniti e l’Egitto, tra i produttori del documentario The Square (2013) sulla – fallita – rivoluzione partita da piazza Tahrir. Amer, che ha definito il suo film un lavoro sulla difficoltà di trovare un’identità, si è figurata la storia di una giovane che, a un certo punto della sua vita, inizia a intrattenere rapporti con pericolosi jihadisti e poi ha dato una mano a criminali senza appello. Il risultato, cinematograficamente parlando, è altalenante ma pone lo spettatore di fronte a un susseguirsi di domande che non possono essere eluse.

Amer sceglie, intelligentemente, di non raccontare la vita di Abaaoud o di uno che la notte del 13 novembre 2015 era in strada a sparare, ma di una ragazza che si è avvicinata quasi per caso ai reclutatori della guerra all’occidente e in quel periodo voleva andare in Siria (cosa che non è riuscita a fare): forse la ragione di questa svolta sta nell’aver ritrovato un “legame di sangue” proprio in quel cugino che pianificava la mattanza che la Francia non potrà mai dimenticare. Tu me ressembles (tu mi assomigli) è diviso in due parti: l’episodio saliente dell’infanzia di Hasna; l’ultimo tratto della sua vita adulta fino alla morte. I due segmenti sono divaricati da un’ellissi temporale di una quindicina d’anni, il che crea un “vuoto” di senso voluto ma pure una scorciatoia abbastanza facile. La prima parte del film è per lo più concentrata in una lunghissima sequenza: quella della fuga di casa con la sorella Miriam. Hasna (da bambina è interpretata dalla brava Lorenza Grimaudo) nasce in una famiglia decisamente complicata: il padre si è allontanato da tempo dalla madre e dai figli e lei vede in Miriam (l’altrettanto brava Ilonna Grimaudo), sorellina di due anni più piccola, il suo legame più saldo, quasi fusionale. Le due bambine “si assomigliano” ed è proprio nel giorno del settimo compleanno di Miriam che Hasna le “regala” un vestitino identico al suo, ovviamente rubato in qualche negozietto, mentre la madre si è dimenticata proprio del genetliaco dell’ultima nata. Le due bambine dapprima fanno festa ma nasce ben presto una furibonda litigata con la mamma – una delle tante, verremo a sapere – in seguito alla quale Hasna scappa, portandosi dietro Miriam che per lei è come un “doppio”, uno specchio, una gemellina ma più piccina. O anche una bambola umana. In una sequenza di disagio minorile piuttosto forte, le vediamo girovagare per il centro di Parigi saltando rigorosamente i tornelli della metropolitana, rubacchiare del cibo, dormire all’addiaccio prima di essere “acciuffate” dalla forza pubblica e portate ai servizi sociali cui sono già ben note. A questo punto le due sorelle vengono separate e date in affidamento a famiglie diverse: Miriam non tornerà più nel racconto filmico e sparirà dall’esistenza di Hasna. Nel film è questo sradicamento, questa interruzione nell’individuazione, in fondo, il trauma mai ricucito della vita della protagonista, che ritroviamo adulta nelle sembianze “instabili” di Mouna Soualem, ventenne lontana anni luce da qualsiasi consuetudine religiosa. Sui giornali francesi, italiani, sui siti di tutto il mondo, Hasna Aitboulahcen venne chiamata “cowboy girl” o “party girl” perché durante le frequenti serate in discoteca portava un cappello a larga tesa: così nel film questa ultima parte della tristissima parabola di Hasna è riprodotta abbastanza fedelmente, per quel che sappiamo, e lo spettatore assiste al suo disagio adulto, fatto di locali, abusi sessuali e alcol, di un lavoro che la umilia, della sua totale incapacità di trovare un posto nel mondo ma anche di leggere il reale (in questo senso la scena più terribile e lancinante, la migliore del film, è quella in cui Hasna va a fare un colloquio per entrare nell’esercito francese). È in maniera piuttosto casuale che Hasna entra in contatto con quel cugino che aveva quasi dimenticato e che del resto viveva in Belgio ma che era già ricercato dopo la strage nella redazione di Charlie Hebdo. E in maniera piuttosto casuale scopre qualcosa per cui non pare aver mai avuto un profondo interesse: la religione e la lotta contro gli oppressori occidentali, idee che le sembrano fornire un’identità laddove la sua è sempre stata fragile e instabile come i volti del personaggio del film.

Operazione scivolosissima, Tu me ressembles riesce su due fronti: il primo è rendere questa donna la protagonista di una storia e, così facendo, provare a capire cosa possa essere una radicalizzazione; il secondo è non fornire risposte deterministiche alla vicenda di Hasna Aitboulahcen che, per come viene raccontata, non è una vittima di un contesto – che certo non le è stato favorevole – ma soprattutto un soggetto disfunzionale, incrinato irreparabilmente. Sul primo fronte, il film non vuole dare formule generali sul perché centinaia e migliaia di giovani abbiano aderito a Daesh o, nei casi più estremi, preparato terribili attentati in Europa: probabilmente, infatti, non c’è una sola risposta e la regista non ha alcuna intenzione di cercare la storia esemplare che possa farci dormire sonni sereni. Per questo Hasna è il personaggio giusto per esprimere il punto interrogativo che rende invece le nostre notti molto più agitate: assolutamente laterale rispetto agli attentati, la protagonista del film non è una persona di valore maltrattata dalla società ma neppure una davvero interessata alla guerra santa; Hasna non è intelligente né simpatica, è banale e non ha il polso delle situazioni, non è un personaggio positivo, ma aderiamo a più riprese al suo sentire triste, al suo disagio e al suo turbamento umano. Terribile a dirsi, anche Hasna Aitboulahcen era un essere umano e le vie del male sono infinite perché sono ordinarie. Nel film esiste una simbolica ragione per cui Hasna non può essere compiuta, ma è così antica e infantile che non possiamo prenderla davvero come ragione di una scelta estremista. L’allontanamento forzato dalla propria ombra più piccola, la mancata elaborazione della separazione dal proprio doppio, perduto per sempre e perciò elevato a modello svalutante è sicuramente l’ossessione di Hasna ma perché mai dovrebbe essere la causa dell’intera sua catastrofe umana? Hasna adulta, a differenza della bambina molto sveglia e intelligente della prima lunga sequenza, è diventata già da tempo una senza arte né parte, senza direzione, la sua vita è già buttata prima ancora di entrare in contatto con il cugino terrorista. Tu me ressembles omette molte cose della storia reale di Hasna (che non era illetterata ed ebbe anche un buon lavoro) ma l’obiettivo è, appunto, immaginare un enorme “perché” circa una ragazza come tante e non rimuovere quello che da poco, troppo poco, è successo in Europa, per mano di cittadini europei. In sei anni il mondo ha pressoché solo accumulato altre tragedie e problemi, ma in sei anni c’è stata un’elaborazione relativa, insoddisfacente, su chi ha compiuto, o aiutato a compiere, quegli atti. Mentre porsi domande dovrebbe essere, sempre, uno dei più intriganti obiettivi per chi crea narrazioni.

Il film, che vede tra i produttori esecutivi Spike Lee e Spike Jonze, non manca di debolezze, è molto “urlato”, occhieggia a più riprese all’horror per l’uso dei colori, delle luci, dei volti “mutanti” e vuole programmaticamente essere un pugno nello stomaco. Il finale, in effetti, lo è davvero, ma non per la morte della protagonista bensì perché il film mostra qualcosa di reale, di documentale, che rende ancor più inquietante la storia che ci è stata raccontata, ancora più difficile pensare che possiamo “fregarcene” di analizzare chi compie aberrazioni, ancora più terrificante ricordare quella notte a Parigi.

Info
Tu me ressembles sul sito delle Giornate degli Autori.

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