Django & Django

Django & Django

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Partendo dall’omaggio a un regista italiano del passato, vale a dire Sergio Corbucci, Luca Rea con Django & Django arriva a omaggiare un regista statunitense del presente, Quentin Tarantino, che conferma qui tutto il suo acume e la sua capacità di lettura del cinema. Un documento prezioso, che fa parlare il cinema con il cinema, attraversando lo spazio e il tempo. Tra i documentari fuori concorso a Venezia 2021.

L’altro Sergio

Quentin Tarantino, narratore d’eccezione, racconta perché Sergio Corbucci è “il secondo miglior regista di western italiani”, come afferma un personaggio nel suo recente film C’era una volta a Hollywood e come conferma la sua scelta di realizzare Django Unchained ispirandosi a un film di Corbucci degli anni Sessanta. Materiali d’epoca inediti, testimonianze e ricostruzioni per raccontare un cinema e un’epoca irripetibili. Django, Il grande silenzio, Gli specialisti, Il mercenario, Vamos a matar compañeros, Cosa c’entriamo noi con la rivoluzione: i western di Corbucci come cinema della crudeltà, ma anche come grande invenzione e come metafora di tutte le idee che circolavano nell’Italia degli anni Sessanta. Con le testimonianze di Franco Nero (l’attore preferito di Corbucci) e Ruggero Deodato (l’aiuto regista di Django), con i Super8 inediti realizzati sui set dei film del regista romano, con le immagini degli anni in cui il cinema italiano sapeva parlare a tutto il mondo. E con le animazioni che ricostruiscono un clima, uno spirito, un modo di vivere e di concepire il cinema. [sinossi]

Sergio Corbucci morì a Roma il 1° dicembre del 1990 a seguito di un infarto. Cinque giorni dopo avrebbe compiuto sessantaquattro anni. Sono stati necessari trent’anni perché qualcuno decidesse di affrontare la sua figura registica e omaggiarla nel modo più consono, e non stupisce che a colmare questa lacuna sia Luca Rea, già curatore insieme a Marco Giusti dell’oramai mitica retrospettiva veneziana Italian Kings of the B’s – Storia segreta del cinema italiano, ospitata dalla Mostra nel 2004, prima edizione sotto l’egida di Marco Müller. In quel caso nessun film di Corbucci venne selezionato, ma tre anni più tardi, all’interno del capitolo retrospettivo dedicato in forma esclusiva al “western all’italiana” (curata stavolta da Giusti insieme a Manlio Gomarasca), trovarono spazio i vari Django, Navajo Joe, e Vamos a matar compañeros. Il padrino dell’operazione fu Quentin Tarantino, amante dichiarato della rilettura del western in sala amatriciana. E parte proprio da Tarantino Django & Django, il lavoro documentario di Luca Rea presentato fuori concorso alla Mostra di Venezia. Parte da Tarantino riconnettendosi a una sequenza di C’era una volta… A Hollywood, ultimo parto creativo del cineasta statunitense: Rick Dalton, impersonato da Leonardo DiCaprio, riceve una telefonata dal potente agente Marvin Schwarzs, che gli propone un film da girare in Italia, “Nebraska Jim” di Sergio Corbucci. Alla domanda confusa di Dalton (“Nebraska what? Sergio who?”), la risposta è netta. Per Schwarzs, e dunque per transfert automatico anche per Tarantino, si tratta del “the second-best director of spaghetti westerns in the whole wide world”. Non è certo un caso che durante l’intero svolgersi del documentario il regista di Django Unchained e The Hateful Eight, per restare nel campo dei suoi film dagli echi corbucciani, si riferisca a lui come a “l’altro Sergio”. Il primo, non vale forse neanche la pena specificarlo, è Sergio Leone.

Django & Django è un’opera che con grande ardore cerca di riscoprire Corbucci come cineasta e intellettuale, e per raggiungere l’obiettivo si avvale di un Virgilio d’eccezione, visto che Tarantino di fatto traina lo spettatore dentro il film, e lo conduce per mano tra i vari gironi di un paradiso cinematografico oramai perduto, ma da conservare nella memoria. Tarantino è così addentro alla materia da raccontare come in una sequenza poi esclusa dal suo ultimo film fosse presente in scena proprio Corbucci, con tanto di consorte, la costumista Nori scomparsa lo scorso febbraio: e Rea fa rinascere tale sequenza tramutandola in disegno, e facendo sì che Tarantino interpreti, desumendo i dialoghi dalla sceneggiatura, tutti i personaggi. C’è un desiderio di riscoperta, in Django & Django, che non è mai dimentico del concetto di creazione. In questo senso, nonostante lo spettatore ignaro abbia modo di conoscere a fondo il cinema di Corbucci, si ha sempre l’impressione che il documento non resti mai inerte, materiale d’archivio in attesa di essere spolverato e riportato alla luce, ma sia invece il grimaldello per tornare davvero a ragionare su quell’epopea breve ma intensa che sconvolse la prassi produttiva italiana in un primo momento, e il concetto stesso di western immediatamente dopo. Tarantino è un cicerone d’eccezione, e tra la gestione della affabulazione e la riflessione critica sa come tenere sempre desta l’attenzione del pubblico: è lui, nonostante in scena vi sia poi spazio per l’aneddotica tanto di Ruggero Deodato quanto di Franco Nero, a dominare in tutto e per tutto la scena. È come se Corbucci avesse bisogno di un nume tutelare vivente, e Rea l’avesse trovato dall’altra parte dell’oceano.

Non è da escludere che tale scelta, quella di ritornare una volta di più a Tarantino – oramai da un ventennio tirato in ballo ogni qual volta ci sia bisogno di elucubrare speculazioni critiche e filosofiche sul cinema popolare italiano degli anni Sessanta e Settanta –, possa far storcere il naso a qualcuno, ma si tratta in realtà di una mossa perfetta da parte di Rea. In pochi, forse nessuno dei registi sul proscenio internazionale al di là di Tarantino può permettersi di parlare con tanta cognizione di causa di un fenomeno culturale, produttivo, politico, visionario, in qualche modo perfino antropologico come fu l’era degli Spaghetti Western. La sua lettura dell’opera di Corbucci non è solo divertente, ma permette di contestualizzare da un’angolazione inedita prospettive, poetiche, abitudini autoriali. Semmai spiace che Django & Django limiti il suo sguardo a una parte determinata e precisa della carriera del regista romano, e l’auspicio è che Rea abbia la voglia di impegnarsi in un “volume 2” che posi lo sguardo sull’ultimo decennio di attività di Corbucci prima della morte. Perché ora che “l’altro Sergio” è stato definitivamente e meritoriamente tolto dall’ombra di Leone sarebbe interessante approfondire la parte conclusiva della sua carriera, che si muove di pari passo alla morte della produzione popolare italiana, western e non western.

Info
Django & Django sul sito della Biennale.

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