Il bambino nascosto

Il bambino nascosto

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Scelto come film di chiusura fuori concorso dalla Mostra di Venezia, Il bambino nascosto è il settimo lungometraggio da regista per Roberto Andò, che trae ispirazione da un suo stesso romanzo pubblicato da La nave di Teseo nel 2020. Storia di un incontro che si trasforma progressivamente in un rapporto padre/figlio, Il bambino nascosto pecca forse di superficialità nello sviluppo drammaturgico ma è arricchito dall’umanità strabordante del personaggio interpretato da Silvio Orlando.

Conservatori e rivoluzionari

Gabriele Santoro, professore di pianoforte al conservatorio San Pietro a Majella di Napoli, ha l’abitudine di radersi declamando una poesia. Una mattina, il postino suona al citofono per consegnare un pacco, lui apre la porta e, prima di accoglierlo, corre a lavarsi la faccia. In quel breve lasso di tempo, un bambino di dieci anni si intrufola nel suo appartamento. Il maestro – così lo chiamano nel problematico quartiere di Forcella dove abita – se ne accorgerà solo a tarda sera, quando riconosce nell’intruso Ciro, il figlio dei vicini di casa. Interrogato sul perché della sua fuga, Ciro non parla. Il maestro di piano, d’istinto, accetta comunque di nasconderlo: Gabriele e il bambino sanno di essere in pericolo ma approfittano della loro reclusione forzata per conoscersi e riconoscersi. Il bambino è figlio di un camorrista, viene da un mondo criminale che lascia poco spazio ai sentimenti, e ora un gesto avventato rischia di condannarlo. Il maestro di pianoforte è un uomo silenzioso, colto, un uomo di passioni nascoste. Toccherà a lui l’educazione affettiva del piccolo ribelle. Una partita rischiosa nella quale si getterà senza freni sfidando i nemici di Ciro, sino a un esito imprevedibile in cui a tornare saranno i conti tra la legge e la vita. [sinossi]

Tra i meriti della settantottesima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, per quanto forse solo in pochi ci abbiano fatto caso, c’è quello di aver potuto ammirare di nuovo sul grande schermo nelle vesti di protagonista Silvio Orlando. A parte l’apparizione in Lacci di Daniele Luchetti, film d’apertura al Lido dodici mesi fa, Orlando era assente dal mondo del cinema da un lustro, quando recitò a fianco di Fabio Volo nei panni dell’ex minatore Domenico Bonocore in Un paese quasi perfetto di Massimo Gaudioso; per ritrovarlo come protagonista assoluto bisogna tornare con la mente addirittura indietro di quasi un decennio, a La variabile umana di Bruno Oliviero. Il 2021 invece lo vede al centro di ben due film selezionati per prendere parte – entrambi fuori concorso – alla Mostra. Il primo è l’ottimo Ariaferma, opera terza di Leonardo Di Costanzo ambientata in un carcere in fase di smantellamento, e il secondo è il settimo lungometraggio di Roberto Andò, Il bambino nascosto, scelto come film di chiusura della kermesse lagunare. Anche Il bambino nascosto, come il film di Di Costanzo, parla in qualche modo di reclusione e di criminalità, ma lo fa prendendo l’abbrivio da un’angolazione dello sguardo completamente diversa. Ciro, il bambino nascosto del titolo, non è un criminale, o per meglio dire non ancora. Lo è per l’opinione pubblica, probabilmente, visto che con il suo amico del cuore ha scippato una signora. Lo è, in quanto “infame”, per la famiglia camorrista di cui faceva parte proprio quella signora, e che ora pretende “giustizia”, vale a dire la testa dei due ragazzi. E così Ciro si rifugia nell’unico appartamento in cui pensa e spera di poter trovare un po’ di comprensione: a Forcella non capita tutti i giorni di avere un vicino di casa che suona il pianoforte, ascolta musica classica e impara a memoria i distici delle poesie.

La contrapposizione tra il mondo da cui proviene Ciro e l’ambiente in cui è cresciuto e dove lavora Gabriele Santoro, professore di pianoforte al conservatorio San Pietro a Majella di Napoli, è il primo evidente elemento di dialettica che Andò mette in scena. La Napoli borghese e quella sottoproletaria, la camorra e la magistratura – il fratello di Gabriele, con cui si è verificata una profonda frattura oramai da anni, sta per essere eletto nel CSM, e proprio per questo non vuole vedersi accollate scocciature di vario tipo –, l’adulto e il bambino. Lavora per dicotomie, Andò, provando a innestare l’immagine su un impianto narrativo consolidato. Infatti il film è l’adattamento per il cinema di un romanzo pubblicato dallo stesso regista un anno fa per La Nave di Teseo: non un’anomalia per Andò trent’anni ha scritto quattro romanzi e un pugno di saggi. La struttura, paradossalmente, è il limite principale del film. Come se non sapesse sfuggire alla propria narrazione, Andò rinchiude a doppia mandata non solo il giovane protagonista che deve evitare che la camorra sappia dove si trova, ma anche lo sguardo. In maniera non dissimile da altre sortite registiche di Andò, anche Il bambino nascosto cede in alcuni casi con troppa facilità alla semplificazione, come testimonia in particolar modo la sequenza in cui con il bambino nascosto nel soppalco – luogo della casa in cui si rifugia sempre quando arrivano ospiti a trovare il maestro, magari l’allieva che prende lezioni a domicilio – irrompe nell’appartamento Francesco Di Leva, per una cenetta con Gabriele. Quella sequenza, che serve solo ed esclusivamente per dichiarare tanto al pubblico quanto a uno scioccato Ciro l’omosessualità di Gabriele, è il paradigma della mancanza di volontà di uscire da uno schema letterario, per sposare una visione puramente cinematografica.

Non esiste non detto, per Andò, tutto deve essere esplicitato, al punto da non risparmiare neanche le fanfaluche che il bambino ama sparare, per farsi bello e forte agli occhi di Gabriele: così diventa necessaria anche la sequenza in cui l’uomo seguendo le indicazioni di Ciro si reca di notte a scoprire l’arsenale di armi nascosto dal padre del ragazzo nel Parco Archeologico. Questa eccessiva ricerca dell’evidenza contrae il respiro del film, che riesce ciononostante a trovare dei condotti d’aria salvifici proprio nella splendida interpretazione di Orlando, che trascina con sé il resto del cast e riesce senza mai scadere nella retorica attoriale a rendere un personaggio combattuto, in lotta innanzitutto con se stesso ma poi con la propria famiglia, con il proprio ambiente sociale, con il quartiere in cui ha deciso nonostante tutto di andare a vivere, e forse persino con quel bambino per il quale cerca di rappresentare una figura maschile di riferimento. Percorso di formazione per entrambi i personaggi, Il bambino nascosto nonostante le sue imperfezioni resta una delle sortite autoriali più riuscite di Andò, per la naturalezza di determinate situazioni e il candore di un rapporto affettivo che riesce a sopravvivere a tutte le sozzure del mondo.

Info
Il bambino nascosto sul sito della Biennale.

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