El hoyo en la cerca

El hoyo en la cerca

di

Il trentacinquenne messicano Joaquín del Paso torna alla regia a cinque anni di distanza da Maquinaria Panamericana con El hoyo en la cerca, ragionando una volta di più sul conflitto di classe ma alzando il tiro contro l’élite politica e religiosa della nazione. Un romanzo di formazione del perfetto cristiano fascista, tratteggiato con grande padronanza del mezzo cinematografico, in un crescendo di violenza psicologica e fisica che riporta alla mente la letteratura di William Golding, e anche il cinema di Michael Haneke. Nel concorso di Orizzonti alla Mostra di Venezia.

Militia Christi

In un esclusivo campeggio estivo immerso nella campagna messicana, sotto lo sguardo vigile dei sorveglianti, i giovani di una prestigiosa scuola privata ricevono un addestramento fisico, morale e religioso che li trasformerà nella élite del futuro. La scoperta di un buco nella recinzione innesca però una catena di eventi sempre più inquietanti. [sinossi]
Dalla bocca fuoriuscendo
lo schiamazzo va crescendo;
prende forza a poco a poco,
vola già di loco in loco;
sembra il tuono, la tempesta
che nel sen della foresta
va fischiando, brontolando,
e ti fa d’orror gelar.
Alla fin trabocca e scoppia,
si propaga, si raddoppia
e produce un’esplosione
come un colpo di cannone,
come un colpo di cannone,
un tremuoto, un temporale,
un tremuoto, un temporale,
un tumulto generale
che fa l’aria rimbombar,
un tremuoto, un temporale,
un tremuoto, un temporale,
un tumulto generale
che fa l’aria rimbombar.
Il barbiere di Siviglia

Nel panorama produttivo internazionale il cinema messicano contemporaneo, al di là del singolo giudizio sui film, appare come il più interessato a mettere in atto una speculazione non superficiale sul conflitto di classe, e sulle conseguenze che esso porta con sé. Si pensi a titoli come La Zona, che nel 2007 segnò l’esordio alla regia dell’allora ventinovenne Rodrigo Plá – uruguayano di nascita ma cresciuto e formatosi nella repubblica centroamericana, e che tornerà con meno efficacia sul tema quasi dieci anni più tardi con Un mostro dalle mille teste –, Nuevo orden di Michel Franco, The Chambermaid di Lila Avilés, Qui e là di Antonio Méndez Esparza, ma anche lo splendido e già dimenticato La calle de la Amargura di Arturo Ripstein. Perfino l’arcinoto ROMA di Alfonso Cuarón, che sbancò le premiazioni di mezzo mondo tra il 2018 e il 2019, pone le differenze di classe e le tensioni sociali tra gli elementi determinanti per costruire la propria narrazione. Sarebbe interessante interrogarsi sui motivi che storicamente spingono il cinema messicano in una direzione simile, anche perché tale atteggiamento è sempre più difficile da rintracciare al contrario nel resto del mondo, spesso più affascinato dalle tensioni intime che da quelle collettive, e poco propenso a una lettura sistemica della società. Una lettura che al contrario sembra uno dei punti salienti dell’approccio al cinema per il trentacinquenne Joaquín del Paso, che già aveva mostrato le sue ambizioni di rappresentare la società messicana nell’esordio Maquinaria Panamericana, visto in concorso al Torino Film Festival nel 2016 dopo la presentazione nel Forum della Berlinale nello stesso anno. Se in quel caso però il processo narrativo si dimostrava troppo meccanico, risolvendosi in un apologo grottesco eccessivamente programmatico e non all’altezza delle promesse fatte allo spettatore, la sua opera seconda El hoyo en la cerca – selezionato in concorso nella sezione Orizzonti della Mostra di Venezia, e lasciato abbastanza scandalosamente senza premi (destino condiviso con altri due tra i migliori titoli presentati nella seconda sezione competitiva, vale a dire Inu-oh di Masaaki Yuasa e Atlantide di Yuri Ancarani) – mostra una maturazione espressiva, tanto nella chiarezza dell’assunto quanto nella capacità di organizzare il proprio sguardo.

Il buco nella recinzione (questa la traduzione letterale del titolo originale) è quello che scoprono durante un’escursione i ragazzini che prendono parte al campo estivo al “Centro escolar Los Pinos”. Un buco nel bel mezzo della recinzione, che come sottolinea uno dei ragazzi non può aver fatto un animale. È opera dell’uomo, o forse del demonio. Già, perché questo nucleo di pubescenti prende parte a un esclusivo campo estivo, dove i figli dell’élite politica ed economica del Messico vengono spediti dalle rispettive famiglie per imparare l’ordine e la disciplina. L’ordine religioso e la disciplina fisica, per essere più precisi. Dio è sopra a ogni cosa, come sottolinea uno degli educatori, ed è lui l’unico referente che si deve avere. Nessun altro, a maggior ragione gli altri esseri umani che i giovani che prenderanno le redini del Paese in futuro devono iniziare a guardare da subito come potenziali nemici. Un’educazione all’autodifesa ma soprattutto alla determinazione solo e soltanto del sé, dell’uno contro tutti. In questo senso Los Pinos è un campo d’addestramento vero e proprio: si lotta nel fango, si va in escursione, si impara a determinare in modo esatto il nemico pericoloso – vale a dire le classi subalterne –, ci si nasconde di notte in un bunker sotterraneo. Los Pinos non è poi così dissimile da Parris Island, il luogo per l’addestramento delle reclute in cui si svolge la prima metà di Full Metal Jacket. E lo scopo è lo stesso: imparare a dominare l’altro, e potenzialmente a distruggerlo, e avere come unici referenti diretti la Patria e Dio. Meglio: Dio e la Patria. Ovvio che in questo scenario la scoperta di una intrusione nello spazio privato – e dunque intimo – come certificato da un buco nel recinto che divide Los Pinos dal pueblo sia destabilizzante, e foriero di comportamenti sempre meno controllabili. Tra i ragazzi c’è chi pensa che si tratti di un demone azteco, e chi invece ritiene che l’opera sia stata portata a termine da criminali che vogliono rapire ragazzi per chiedere il riscatto. Chi di dovere, vale a dire gli educatori – che giocano a svolgere le funzioni di poliziotto buono e poliziotto cattivo – latita nelle informazioni, godendo della formazione del mito, e dunque della distruzione del debole da parte di menti in fase di sviluppo.

Joaquín del Paso sa come costruire la tensione, e soprattutto è perfettamente in grado di gestire un ordito che sia in grado di muoversi tra il tragico e il grottesco, accumulando situazioni che progressivamente porteranno la temperatura a un passo dall’ebollizione, e dunque dalla tracimazione di ogni umore. Il suo El hoyo en la cerca è impietoso nel tratteggiare un’umanità in divenire che crescerà con un’educazione marziale e indottrinata nel senso di colpa (il ragazzo preso in giro dai compagni che per integrarsi deve subire la massima umiliazione, diventando il capro espiatorio di un delitto – il furto notturno di una torta di cioccolata – che non ha commesso ma per il quale deve “scusarsi” con i coetanei), a cui viene insegnato il disprezzo per i diversi, a partire ovviamente da coloro che chiamano “indigeni” per arrivare alle pulsioni omosessuali di alcuni ragazzi. In tal senso esemplificativa la sequenza che vede un elicottero privato atterrare d’urgenza al campo: è un ministro della Repubblica che è volato a riprendersi il figlio, cui un altro ragazzino (che era sul punto di essere bullizzato perché accusato di essere gay) ha rotto il naso con un bastone. Il ministro, che pure ricorda con piacere i giorni passati da ragazzo al campo – il film suggerisce che sono decenni, e forse secoli, che la classe dirigente messicana vive il suo momento di passaggio all’età adulta a Los Pinos –, non permette che un “selvaggio” (il giovane armato di bastone, pur essendo di famiglia benestante, discende da immigrati, o forse da nativi) stringa la mano al suo pargoletto. Non c’è via di scampo, per del Paso, e chi esce anche con coraggio dalla recinzione non potrà sperare in chissà quale salvezza. Ci sono solo i rituali da seguire, e i comportamenti da imitare. C’è da crescere come maschi alfa, pronti a dominare anche il miglior amico e a vessare chiunque non sia allo stesso livello sociale. Un mondo intriso di ideologia cristiano-fascista, totalmente volto al maschile, al punto che gli educatori tessono le lodi del merlo dal collare orientale, raro uccello che ogni tanto si riesce ad avvistare nel bosco della tenuta Los Pinos e in cui gli stormi sono composti solo da maschi, al punto che – dice sempre l’educatore – gli etologi non capiscono come faccia a riprodursi. Il Turdus albocinctus, questo il nome latino, rappresenta il sogno dei creatori de Los Pinos: un mondo in cui le donne sono completamente espunte, eliminate anche nella loro mera funzione riproduttiva.

Il romanzo di (de)formazione di Joaquín del Paso dimostra come il buco nella recinzione sia solo un McGuffin, a ben vedere. Non solo non si sa chi abbia reciso l’acciaio posto a delimitazione dell’area – potrebbero perfino essere stati gli stessi educatori, con l’intenzione di rendere irrequieti i ragazzi e spingerli verso le estreme conseguenze: dopotutto il loro motto è che solo il più forte sopravvive –, ma questo in fin dei conti risulta essere poco interessante. Quel che conta è il crescendo rossiniano (e una delle arie più celebri de Il barbiere di Siviglia è intonata da un educatore per sollazzare la serata dei giovani virgulti) che, muovendosi tra la letteratura di William Goldin e il cinema di Michael Haneke – pur trovando traiettorie visive e logiche di sguardo dissimili –, produce una violenza dapprima psicologica e quindi fisica quasi insopportabile, e che può essere richiamata all’ordine solo dal corno ufficiale del campo estivo. Perché c’è sempre un padrone al quale obbedire, anche se spesso si maschera dietro il termine oramai privo di significato “Dio”.

Info
La scheda di El hoyo en la cerca sul sito della Biennale

Articoli correlati

  • Venezia 2021

    Venezia 2021 – Bilancio

    Venezia 2021, ritorno in sala e alla dimensione collettiva per migliaia di persone, è stato un momento di passaggio forse cruciale, e per questo è necessario che si mettano sul piatto della bilancia tutti gli elementi, siano essi degni d'elogio o portatori di criticità.
  • Festival

    Venezia 2021Venezia 2021 – Minuto per minuto

    Venezia 2021 e Covid Atto II. Tra film, file, tamponi e prenotazioni su Boxol (il vero protagonista della Mostra) si torna a pieno regime al Lido. Più o meno. Anche il nostro “Minuto per minuto” tornerà a pieno regime? Ai posteri bla bla bla…
  • Festival

    Venezia 2021Venezia 2021

    Recensioni, interviste e aggiornamenti dalla Mostra del Cinema di Venezia 2021, dall'attesissimo Dune ai film della Settimana della Critica, da Orizzonti ai film in concorso, da Sorrentino a Erik Matti...
  • Venezia 2020

    nuevo orden recensioneNuevo orden

    di Michel Franco sa come dirigere un film, e la sequenza iniziale di Nuevo orden sembra indirizzare il suo sesto lungometraggio in direzione di un racconto per niente banale sulle diseguaglianze sociali. La matassa però poi si ingarbuglia, e le ambizioni non reggono la narrazione.
  • Torino 2016

    Maquinaria Panamericana

    di Le rivoluzioni impossibili, perché rivoluzioni non sono. Maquinaria Panamericana di Joaquìn del Paso è un apologo grottesco sulle tragiche e mancate liberazioni della classe lavoratrice. Poco inventivo, più che risaputo. In concorso al TFF.
  • Venezia 2015

    Un mostro dalle mille teste

    di Il messicano di origine uruguayana Rodrigo Plá torna al Lido con un thriller che vorrebbe svelare le ipocrisie classiste del Messico ma fallisce il bersaglio con una narrazione abbozzata e semplicistica. Film di apertura della sezione Orizzonti 2015 e in sala dal 3 novembre.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento