Il ragazzo più bello del mondo

Il ragazzo più bello del mondo

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Rievocazione appassionante e frammentaria di un fenomeno pop anni Settanta, Il ragazzo più bello del mondo di Kristina Lindström e Kristian Petri è dedicato alla figura di Björn Andrésen, scelto ancora quindicenne da Luchino Visconti per interpretare il manniano Tadzio di Morte a Venezia. Intrigante nella sua struttura a puzzle scomposto, parzialmente irrisolto ma assolutamente da vedere. In sala.

L’immagine disgregante

Nel 1970 il regista italiano Luchino Visconti gira mezza Europa in cerca del ragazzo perfetto che possa incarnare in una trasposizione cinematografica l’idealizzato personaggio di Tadzio del racconto lungo «La morte a Venezia» di Thomas Mann. Lo trova a Stoccolma, quando ai provini si presenta il quindicenne Björn Andrésen. Colpito da improvvisa fama mondiale dopo la presentazione del capolavoro di Visconti al pubblico, Björn vede la sua immagine attraversare da un punto all’altro il pianeta in un’esplosione di notorietà. Il film ripercorre la sua storia, intrecciando il passato al pedinamento del Björn di oggi, confinato a una vita decisamente appartata e solitaria… [sinossi]

Una figura di culto di altri tempi, e senza tempo. Björn Andrésen assurge a enorme notorietà tra il 1970 e il 1971, quando Luchino Visconti, in cerca di un’incarnazione di bellezza assoluta, lo scelse dopo pochi provini per il ruolo di Tadzio nel capolavoro Morte a Venezia (1971), ispirato al (quasi) omonimo e celeberrimo racconto lungo di Thomas Mann. Per Andrésen, appena quindicenne, significò imbarcarsi per un viaggio sfolgorante tra set e festival di cinema, première e conferenze stampa, in giro per l’Europa e poi per il mondo intero. Etereo ed efebico come si conveniva al personaggio manniano, Andrésen conquistò inaspettate platee anche in Giappone, dove finì per incidere addirittura una canzone intonata nella lingua locale. Il suo è un destino abbastanza diffuso e riletto altresì sotto una luce originale; nella storia del cinema è lunga infatti la schiera di baby star consacrate a immediato successo per poi intraprendere un doloroso percorso di sofferenze e anonimato. Andrésen però è una baby star sui generis; innanzitutto all’epoca delle riprese del film di Visconti aveva già un’età più adulta, e in più la sua fama scaturì dalla partecipazione a una pellicola d’autore dalle nobilissime ascendenze letterarie. Il suo è stato un successo più elitario, più appartato, ma anche dirompente per la sua portata internazionale.

Adesso, con Il ragazzo più bello del mondo, in questi giorni nelle sale italiane per Wanted Cinema dopo l’anteprima nazionale a giugno alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, sono i filmmaker svedesi Kristina Lindström e Kristian Petri a incaricarsi di dedicare un documentario a tale figura avvolta nel mistero, presto sparita dai radar del cinema e fortemente legata a quell’unica ed epocale partecipazione al film di Visconti. In piena coerenza con la natura sfuggente dell’oggetto da narrare Lindström e Petri scelgono di proporre un puzzle, volutamente frammentario e incompleto, in buona parte privo di una prevedibile struttura cronologica. Anche il materiale sul quale si è operato è multiforme, di variegata origine. In buona parte i due filmmaker ricorrono infatti a materiale di repertorio in Super8 la cui realizzazione è merito della nonna di Andrésen, giunta sul set viscontiano al seguito del nipote e poi vera e propria manager dell’immagine pubblica del ragazzo. In realtà il footage riproposto ne Il ragazzo più bello del mondo non è totalmente ascrivibile all’iniziativa della scaltrissima nonna, ma il suo contributo resta assolutamente determinante. Oltre a frammenti di Morte a Venezia desunti dal suo montaggio finale, il film è composto anche da materiale di repertorio televisivo, cinegiornali, qualche brano da Midsommar (Ari Aster, 2019) al quale l’attore svedese ha preso parte di recente, e soprattutto è intarsiato con un cauto pedinamento del Björn odierno, magro fino all’autolesionismo, adagiato in un mesto isolamento dal mondo appena rischiarato dalla compagnia di una fidanzata. La realizzazione di Il ragazzo più bello del mondo è anche l’occasione per ricucire rapporti consunti dal tempo e dall’incomprensione; fare cinema si trasforma in spazio di confronto, recupero di memorie e di relazioni. Così, sfilano soprattutto la sorella Annike e la figlia Robine, e si rievocano pagine dolorosissime (la morte di Elvin, il secondogenito, spentosi ancora neonato). In qualche modo Lindström e Petri sembrano voler imbastire due dimensioni correlate in dialogo una con l’altra, il Björn pubblico, che esplode nel 1971 e si mantiene tale per un lasso relativamente breve di anni, e il Björn privato, ripercorso in un cumulo di dolori personali davvero impressionante per numero e intensità. Si scopre dunque che Andrésen è cresciuto con la nonna poiché la madre è scomparsa quand’era ancora piccolo ed è stata ritrovata morta, che non ha mai saputo l’identità di suo padre, e che, travolto da un periodo di alcolismo, ha scoperto Elvin morto nel letto al suo fianco dopo un sonnellino pomeridiano. Pure il rapporto di coppia con la madre dei suoi figli non ha riservato a Björn particolari gioie, e la figlia Robine si è allontanata per molti anni.

Per converso, il Björn pubblico è narrato tramite un’interessante frantumazione della sua immagine in atmosfere proto-digitali. Assurto a icona di bellezza androgina, Björn ha finito per trovare incarnazioni, reincarnazioni e migrazioni mediali lungo tutto un decennio, coinvolgendo il cinema, la tv, la pubblicità televisiva, la musica pop, fino ai manga giapponesi – grazie a una commovente partecipazione della disegnatrice Riyoko Ikeda scopriamo che il volto di Björn Andrésen ispirò anche il tratteggio fisico del personaggio di Lady Oscar. A tenere insieme questo magma fluido e appassionante di suggestioni diverse interviene il commento musicale e le sue costanti sospensioni, mentre in colonna video si alternano immagini di origine, qualità e formato diverso. Alle sgranature del Super8 si giustappone la fredda perfezione delle riprese digitali di oggi. Passato e presente, ricongiunti nella figura del Björn di oggi che riflette sul proprio vissuto, fanno rima con pubblico e privato. La più intensa fonte di fascino, tuttavia, è da rintracciarsi in tutto ciò che attiene alla dimensione pubblica di Andrésen. È con vera emozione che rivediamo frammenti dei provini di Luchino Visconti effettuati in Svezia, e soprattutto è con un brivido di struggimento che accogliamo audioimmagini in movimento in cui parla e agisce Visconti stesso. Non ce ne voglia Andrésen, ma finché Visconti è in scena tutto il nostro interesse è catturato dalla sua figura. Risentirne la voce, la sottile ironia, la signorilità travolta da uno spirito vulcanico e arrembante costituisce uno dei valori aggiunti più importanti di Il ragazzo più bello del mondo. Malgrado la massa schiacciante di sciagure che negli anni si sono abbattute su Andrésen, a conti fatti risulta invece meno convincente tutto il coté privato del film. Soprattutto restano nebulose le connessioni tra gli sfortunati destini del giovane attore e il suo precoce successo nel cinema. Da un lato il suo percorso si caratterizza per una traiettoria convenzionale (se raccolto in età troppo acerba, il successo pubblico travolge e annienta); dall’altro, alcuni rovesci della fortuna non possono essere in alcun modo vincolati alla fama precoce guadagnata con Morte a Venezia. D’altro canto, sottotraccia (e neanche poi tanto) Lindström e Petri sembrano voler suscitare anche una riflessione sull’immagine come oggetto di sfruttamento, in ambito di cinema e in senso lato in qualsiasi forma d’arte. Come già avvenuto in altre occasioni, Andrésen riferisce cupi e spiacevoli episodi avvenuti in gay bar dove il ragazzo fu condotto durante la promozione del film di Visconti, ma in senso ancora più assoluto e meno contingente Il ragazzo più bello del mondo mira a discutere ambiziosamente lo statuto stesso dell’immagine. L’essere umano che diventa oggetto riproducibile, manipolabile, replicabile, alla mercè di uno sfruttamento massivo. È arte, ma è anche sfruttamento. In tal senso, forse, il mesto Björn Andrésen che si congeda dal film sembra intrecciare allegoricamente lo spossesso di un’identità condotto precocemente sulla sua figura pubblica al suo profilo maturo disperso in un reticolo di memorie dolorose. La dimensione mediatica può derubarti di una personalità; il dolore può fare altrettanto.

Info
Il trailer de Il ragazzo più bello del mondo.

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