No Time to Die

No Time to Die

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Quinto e ultimo capitolo con Daniel Craig nei panni di James Bond, No Time to Die di Cary Joji Fukunaga definisce una volta per tutte la nuova direzione e il destino dell’eroe contemporaneo: quello di un fiammeggiante melodramma.

La spia al crepuscolo

Bond ha lasciato il servizio attivo e si gode una vita tranquilla in Giamaica. La quiete però viene interrotta quando il suo vecchio amico della CIA Felix Leiter ricompare chiedendogli aiuto. La missione per liberare uno scienziato dai suoi sequestratori si rivela però molto più rischiosa del previsto, portando Bond sulle tracce di un misterioso criminale armato di una nuova e pericolosa tecnologia. [sinossi]

Cos’è la vita senza l’amore. In fondo non è così strano che a spiegarcelo sia il James Bond incarnato, per la quinta e ultima volta, da Daniel Craig in No Time to Die. L’eroe nato dai romanzi di Ian Flemig e giunto alla sua 25esima sortita sul grande schermo, ha vissuto in questo nuovo corso, partito nel 2006 con Casino Royale, non pochi cambiamenti. È stato tradito, catturato e torturato (Casino Royale), poi è morto e risorto, ma solo dopo aver fatto i conti con il proprio passato (Skyfall). Superato tardivamente il complesso edipico in seguito alla morte della sua mentore – e talvolta anche avversaria – M (quella incarnata da Judy Dench), si accorge ora che, prendendo in prestito le parole di un celebre successo di Jacques Brel, è invecchiato senza diventare adulto. Dalla ipercinetica e sbruffona adolescenza è infatti passato direttamente al pensionamento, poiché ha saltato una fase di crescita fondamentale, almeno per noialtri che non abbiamo licenza di uccidere: l’amore.

Pronto da circa un paio d’anni, ma posticipato per garantirsi l’uscita sul grande schermo, No Time to Die si apre con un suggestivo prologo tra i ghiacci che porta alla luce il trauma vissuto da bambina dalla psicologa proustiana Madeleine Swann (Léa Seydoux, già apparsa nel precedente Spectre, Sam mendes, 2015) la cui madre è stata uccisa dal misterioso Lyutsifer Safin (Rami Malek). E il nome dalle assonanze diaboliche non mente: sarà proprio lui il villain, sfigurato e all’occorrenza con maschera di ceramica, di questa storia. Che parte nella soleggiata Matera, dove Bond e Madleine sono in vacanza, è qui che lo 007 viene attaccato da un agguerrito manipolo di seguaci della Spectre, dando sfoggio alle sue mai sopite abilità in un vertiginoso inseguimento in moto. Credendosi tradito dalla compagna, la porta in stazione e ha luogo così uno straziante commiato.

I due si ritroveranno, naturalmente, per fronteggiare Lyutsifer e il vero avversario che questi metterà sulla loro strada: un virus letale, selettivo, basato sul DNA delle vittime. Un nemico che giace sotto la pelle e che non si può estirpare. E forse allora, il fatto che il film trovi la luce delle sale solo ora che la pandemia vive un momento di regressione, speriamo irreversibile, non è un dato da trascurare. Il virus del progetto Heracles che ci viene presentato nel film, proprio come il Covid ha il principale effetto di tenere lontano le persone amate.

Nella sua durata non indifferente però No Time to Die trova ampiamente spazio per inserire il giusto tasso di humour e una dose massiccia di azione, con a brillare, su tutte, la sequenza dell’attacco al laboratorio scientifico dove Heracles è coltivato e quella ambientata a Cuba, dove Daniel Craig torna a dividere il set con Ana de Armas, già incrociata in Cena con delitto. Sebbene appaia sulla carta soprattutto una conseguenza del nostro tempo, e di un mercato cinematografico attento a parità di genere e afrodiscendenze, la collega, anche lei 007, incarnata da Lashana Lynch fa qui la sua discreta figura, con il giusto tasso di correttezza lavorativa, la fisicità massiccia e poi quegli occhiali da sole appariscenti in stile Grace Jones (anche lei, d’altronde, partecipò al franchise in 007 – Bersaglio mobile, 1985). Ma non chiamatele Bond girls: quelle che affiancano la spia britannica di genere maschile sono oramai da tempo eroine scalcianti e dall’ottima mira. Ma soprattutto solo leali, non tradiscono. E in questo non c’è certo da rimpiangere il passato.

Al suo esordio nella saga, Cary Joji Fukunaga (True Detective) si dimostra perfettamente in grado di orchestrare le sequenze di azione, anche se non eccelle nei corpo a corpo e quell’inseguimento presso la casa materna di Madeleine, verso il finale, mostra qualche smagliatura, producendo nello spettatore un po’ di stanchezza. Il regista poi predilige l’utilizzo di obiettivi a focale lunga, concentrandosi a distanza su primi piani che si stagliano su uno sfondo spesso indistinto. Ben più interessanti sono invece le sequenze con controluce e fiammeggianti tramonti a dipingere di ocra e di rosso l’idillio dei due amanti, quasi che al posto dell’antico trasparente di hitchockiana memoria qui trovassimo sfondi di natura quasi metafisica, che a un livello di metafora ci riportano alla mente la matura età del nostro protagonista ma, come diventa poi chiaro nel finale, mirano anche a decantarne lo status leggendario, anche dalle venature un po’ fiabesche.

Volto stropicciato dal tempo, corpo marchiato dalle cicatrici, Bond/Craig è la star indiscussa di No Time to Die, che più degli altri capitoli della saga sembra ruotare tutto attorno al suo protagonista, ai suoi dubbi sul percorso fin qui effettuato, a ciò che è andato perduto durante il tragitto. Ci si fa gioco del suo pensionamento, qualcuno lo appella affettuosamente “vecchio relitto”, ma certo fa la sua discreta figura quando lo sorprendiamo, nel corso del breve pensionamento in Giamaica mentre va a pesca, poi si fa si fa la doccia tra i banani e infine si infila la pistola nei pantaloni.

Tanto in fondo lo sappiamo, basta rimettergli lo smoking – efficace e simbolica, data la necessità di scritturare un nuovo Bond, la scena della sua vestizione – e tornerà sempre a bere vodka martini shakerato e dettare il ritmo di una scoppiettante sparatoria. A voler poi ampliare il discorso sulle caratteristiche della figura dell’eroe contemporaneo, e alla fine di No Time to Die è opportuno farlo, di certo il travaso della questione della fragilità in 007 è avvenuto per buona parte da un’altra saga del nostro tempo, quella del Marvel Cinematic Universe, con i suoi supereroi dai superproblemi, sempre esposti al rischio e pronti all’occorrenza, anche i più sbruffoni, al sacrificio. Senza dimenticare poi la capacità di fare squadra e il riconoscimento dell’importanza delle proprie radici, familiari o meno che siano, temi che non smettono di rinfocolare la saga di Fast&Furious e che in No Time to Die trovano la loro declinazione. E se nel franchise con Vin Diesel viene più volte ribadito che a contare veramente è l’uomo dietro al volante, e non la macchina, ecco che qui dobbiamo marcare una certa differenza, perché, che ci piaccia o meno l’involucro di 007 con annessi smoking, bretelle e vodka martini nonché licenza di uccidere, sono al momento vacanti.

Info:
La pagina dedicata a No Time to Die sul sito della Universal.
Il trailer di No Time to Die.

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