Béla Tarr a Sala Consilina, un’intervista

Béla Tarr a Sala Consilina, un’intervista

Il cineasta ungherese Béla Tarr, inattivo al cinema da un decennio ma sempre impegnato a portare la sua “missione culturale” in giro per l’Europa dovunque venga richiesto il suo intervento, ha fatto parte della giuria della prima edizione del Festival di Film di Villa Medici a Roma (insieme alla regista franco/senegalese Mati Diop e alla docente di cinema e studi audiovisivi della Sorbona Teresa Castro), la nuova manifestazione curata, tra gli altri, dall’ex direttrice del Festival di Locarno Lili Hinstin. Prima di andar via dal nostro Paese, grazie alla mediazione di Franco Cappuccio (responsabile documentari del Linea d’Ombra Film Festival di Salerno e direttore della rivista culturale on-line Scene Contemporanee) e all’organizzazione dei ragazzi del Toko Film Festival, Tarr è arrivato al cinema Adriano di Sala Consilina (Vallo di Diano, provincia di Salerno) per un incontro con il pubblico, moderato da Fulvio Baglivi di Fuori Orario (una sintesi sarà trasmessa all’interno del programma di Rai3 nella notte del 3 ottobre), successivo alla proiezione del suo capolavoro Le armonie di Werckmeister e affollato da cinefili provenienti da ogni parte del Meridione, affamati di cinema e residenti in luoghi dove la sala, molto spesso, è un lontano ricordo. Attorniato, nella seconda parte della sua carriera, da un pugno di eccellenti e fidati collaboratori (il romanziere e sceneggiatore László Krasznahorkai, il compositore Mihály Víg e la moglie Ágnes Hranitzky) Tarr ha proposto al pubblico convenuto una vera e propria masterclass, seppur in formato ridotto, svelando alcuni dei segreti del suo modo d’intendere e fare cinema. Prima della proiezione abbiamo avuto modo d’incontrarlo e di porgli qualche domanda.

In questa sala sta per essere proiettato Le armonie di Werckmeister. Perché tra le sue pellicole ha scelto proprio questa?

Béla Tarr: Credo che questo film, anche se è stato girato venti anni fa, in qualche modo sia ancora di grande attualità, credo che funzioni ancora. D’altro canto, credo che sia tutto sommato una fiaba, rispetto al resto della mia filmografia, puoi seguirla con facilità. Credo che sia il mio lavoro più “leggero”, ma ovviamente non poi così semplice… (ride n.d.r.)

Un film che sembra provenire dal futuro, ogni volta che lo si rivede, come fosse un monito. Un film che c’insegna a distinguere la reazione dalla rivoluzione, e ricorda che spesso si fa confusione tra il pericoloso/mostruoso e lo sconosciuto…

Béla Tarr: Subito prima ho detto che era una fiaba, ma poi accadono cose come l’assalto a Capitol Hill a Washington, e ci accorgiamo che quel sistema di azione e pensiero può diventare realtà. È difficile sapere cosa ci riserva il futuro, quello che so è che è nelle mani dei ragazzi che ho visto qui stasera e dei tanti ragazzi attivi in ogni parte del mondo. La mia generazione ha dato quel che doveva dare e ha detto quel che doveva dire, ora tocca a voi.

Oggi pomeriggio ho visto L’outsider, e c’è un inside joke che mi ha divertito. Vediamo questo operaio, seduto al tavolo di un bar, che dice ‘ho 34 anni, e urlo come un animale!’. Qualche scena dopo, lo ritroviamo su un palco, con la sua band, a cantare The House of the Rising Sun, la versione degli Animals. In quel momento lui è libero e felice. Nel suo cinema, la musica, il ballo, l’ebbrezza dell’alcool, sono un mezzo per l’individuo per liberarsi dalle sovrastrutture della società?

Béla Tarr: Sai, nei miei film mi piace molto mostrare la gioia, mi piace mostrare in che modo le persone riescono a godersi la vita, far vedere la qualità delle loro vite, è molto importante, perché spesso vivono delle vite orribili. Questo tipo di gioia non puoi trovarla da solo, ed è l’unico scampolo di felicità che queste persone possano raggiungere nelle loro vite devastate. Puoi arrivare a capirle meglio mostrandole non soltanto nei momenti di sofferenza, ma anche in quei pochi momenti di gioia, per questo credo che sia assolutamente necessario mostrare la danza e tutti i modi in cui si possano raggiungere dei piccoli momenti di “orribile felicità”.

Possiamo dire che un regista può essere definito davvero un autore quando riusciamo a riconoscere la sua opera anche da una singola inquadratura, perché dietro c’è una visione. Qual è la sua visione del cinema?

Béla Tarr: Sono d’accordo con te, perché credo fermamente che un vero regista debba avere un proprio linguaggio. Quando vedo un’inquadratura di Fellini, mi basta soltanto quella, senza neanche sapere da quale film sia presa, posso dirti immediatamente che è di Fellini perché lui ha un suo linguaggio specifico, una composizione delle immagini così forte e ben costruita da essere assolutamente chiara. Mi piace guardare questo tipo di cinema, come quando vedi un film di Hitchcock o di qualsiasi altro autore che abbia un linguaggio così forte. Quello del cinema è un linguaggio meraviglioso, e mi addolora vedere come questo linguaggio venga svalutato ogni giorno. Ti basta uscire per strada con tutti quei cartelloni pubblicitari, o semplicemente accendere la TV, per capire quanto tutto ciò possa avvelenarti gli occhi, è davvero orribile!

A proposito di Fellini, si può dire che lei abbia assimilato, anche inconsciamente, alcuni elementi del suo cinema? Come la costante presenza del vento, l’utilizzo della musica, affidandosi (quasi) sempre allo stesso compositore, l’utilizzo di lunghe inquadrature…

Béla Tarr: Assolutamente sì. Ma diciamo che Fellini non faceva spesso uso di long takes, quantomeno non lunghi quanto i miei!

Ci dice qualcosa sull’esperienza della scuola di cinema a Sarajevo?

Béla Tarr: Dirigevo una scuola di cinema, sfortunatamente non c’è più. Un progetto che abbiamo portato avanti con grande entusiasmo, era una scuola privata, ma ci hanno sempre spinto a produrre profitto, secondo le logiche del capitalismo, ma noi non potevamo produrre nessun cazzo di film (testuale)! Non avevamo soldi, e abbiamo fatto tutto ciò che potevamo, ma ora è finita. Ora lavoro con le installazioni, ce ne è stata una ad Amsterdam quattro anni fa, molto grande. Abbiamo preparato un grande spettacolo due anni fa a Vienna, una specie di performance, anche se non saprei esattamente come categorizzarla: era in parte film, in parte installazione, in parte musica dal vivo, tutto insieme, davvero un gran lavoro. Ora ne stiamo preparando un’altra, che unisca sempre tutte queste forme di audiovisivo.

Lei sta comunque continuando la sua attività di insegnante, facendo workshop in giro per l’Europa, anche se a lei la parola “insegnante” non piace, preferisce definirsi come un mentore. Quindi qual è il suo approccio verso questi giovani aspiranti registi?

Béla Tarr: Molto semplice: io voglio che siano loro stessi, voglio che trovino il loro linguaggio, voglio che siano pronti a combattere per questo, e soprattutto voglio che siano assolutamente liberi, è questo che cerco di trasmettere, e credo, con molti di loro, di esserci riuscito.

Come con László Nemes?

Béla Tarr: No, László è stato un mio assistente, non un mio studente. Uno dei miei studenti più importanti, che è diventato anche tristemente famoso, è Hu Bo, dalla Cina. Era uno dei miei studenti preferiti, una persona di talento, aperta, gli volevo davvero un gran bene. Abbiamo passato molto tempo insieme, l’ultima volta ci siamo visti tre settimane prima che morisse, e la notizia del suo suicidio mi ha davvero devastato. La sua unica opera (An Elephant Sitting Still, n.d.r.) è un film meraviglioso, abbiamo tutti perso un talento enorme.

Due parole su cosa sta succedendo nel suo Paese: cosa pensa di Viktor Orbán, e in particolare delle sue politiche verso gli artisti?

Béla Tarr: Penso che il suo tempo sia ormai finito. Il prossimo aprile ci saranno le elezioni, e credo che ce ne libereremo. La gente ne ha fin sopra i capelli di tutta questa merda autocratica. Tutto quanto finisce prima o poi, è solo questione di quando, ma sono sicuro che non possano continuare a detenere il potere.

Per concludere, nell’ultima inquadratura di quello che ad oggi è il suo ultimo film (Il Cavallo di Torino), vediamo un padre e una figlia seduti una di fronte all’altro avvolti da un’oscurità che pare già aver pervaso il mondo intero. Neanche una scintilla di speranza per il futuro?

Béla Tarr: No, finisce nell’oscurità. Quando l’abbiamo girata, tutti sul set sapevamo molto bene che quella sarebbe stata l’ultima scena in assoluto, e così è stato. E così sarà!

(con la collaborazione di Angelo D’Elia)

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