Il legionario

Il legionario

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Dopo essere stato un applaudito cortometraggio, presentato anche in concorso alla Settimana Internazionale della Critica di Venezia nel 2017, Il legionario diventa l’esordio al lungometraggio per Hleb Papou, trentenne nato in Bielorussia ma cresciuto in Italia. Un film che parla di un Paese già multiculturale e di un conflitto eterno, quello tra dovere e famiglia, e lo fa da una prospettiva insolita. Già in concorso in Cineasti del Presente al Festival di Locarno (dove ha vinto il Pardo per la migliore regia), è stato proposto anche in Panorama Italia ad Alice nella Città, sezione autonoma e parallela alla Festa del Cinema di Roma.

Fratelli

Daniel, nato a Roma da genitori africani, è cresciuto in un palazzo occupato. Da grande, tuttavia, ha deciso di andarsene per farsi una nuova vita come poliziotto del Primo Reparto Mobile della Polizia di Stato. Proprio in queste vesti è costretto a ritornare nei luoghi della sua infanzia: la sua missione è sgomberare il palazzo in cui ancora vivono la madre e il fratello Patrick, che intanto è diventato il leader degli occupanti. Così Daniel sarà costretto a fare una scelta dolorosa: restare fedele al corpo di polizia o salvare la propria famiglia dallo sgombero. [sinossi]

Quattro anni fa, quando alla Settimana Internazionale della Critica di Venezia venne presentato il corto Il legionario (in concorso nella sezione SIC@SIC), apparve evidente come contenesse in nuce già il potenziale drammatico ed espressivo per poter essere trasformato in un lungometraggio. Quattro anni più tardi, grazie all’intervento della Clemart di Massimo Martino e Gabriella Buontempo, della francese Mact Productions e di Rai Cinema, il pubblico del Festival di Locarno ha potuto assistere in anteprima mondiale alla proiezione dell’opera prima di finzione di Hleb Papou, trentenne nato a Minsk ma cresciuto in Italia insieme alla madre, studente prima al DAMS e quindi al Centro Sperimentale di Cinematografia, dove ha avuto la possibilità di sviluppare il cortometraggio. La versione lunga de Il legionario, dopo l’anteprima svizzera che ha portato in dote a Papou il Pardo per la migliore regia della sezione Cineasti del Presente, ha iniziato a circolare per i festival europei, tra cui Amburgo e Annecy Cinema Italien – dove è stato nuovamente premiato –, e ora giunge alla Festa del Cinema di Roma, ospitato nella vetrina competitiva Panorama Italia all’interno della sezione autonoma e parallela Alice nella Città. Un ritorno a Roma, dunque, per un film che nella Città Eterna è ambientato e che sulle dinamiche sociali e politiche della capitale italiana costruisce parte non indifferente della propria dimensione drammatica e narrativa.

Il legionario del titolo è infatti Daniel, romano di nascita ma figlio di genitori camerunensi, che ha scelto di entrare in polizia e per la precisione nel Primo Reparto Mobile, la famigerata “Celere”; nel frattempo sua madre e suo fratello minore (Patrick) sono invece rimasti a vivere in un palazzo occupato in via Santa Croce in Gerusalemme. Il primo evidente conflitto su cui si concentra l’attenzione di Papou è dunque già nel dilaniante dilemma familiare del protagonista, che vede da un lato il proprio percorso di integrazione nella società di cui fa parte fin dalla più tenera età dominato dal concetto di mantenimento dell’ordine, e dall’altro il proprio legame di sangue connesso a un mondo che è costretto per sopravvivere a mettere in dubbio, e quindi sovvertire, proprio quell’ordine (che dunque si rivela falso, o nel migliore dei casi puramente illusorio). La prima domanda che si fa largo dunque durante la visione del film riguarda proprio il processo di integrazione cui è andato incontro Daniel: può essere considerato tale un processo che si basa in tutto e per tutto sulla negazione del reale? I colleghi del giovane uomo infatti ignorano completamente il suo background, per loro si tratta solo di un elemento che porta una bizzarria all’interno del reparto – non a caso lo chiamano Ciobar, come la cioccolata in tazza. Papou, nell’affrontare un tema del tutto privo di stratificazione nell’attuale sistema cinematografico italiano, lo problematizza fino alle estreme conseguenze, memore della lezione dell’action poliziesco e quindi del genere, senza che questo prenda comunque il sopravvento. La vita del reparto passa dunque in secondo piano, di fatto relegato al rapporto tra Daniel e il suo capo, e alla relazione paterna che lo lega a lui. Prima ancora del conflitto con il fratello minore, che è una delle anime più battagliere dell’occupazione dello stabile (si tratta dello Spin Time, di recente assurto all’onore delle cronache cinematografiche per l’interessante documentario che gli ha dedicato Sabina Guzzanti), o del rapporto con la madre, o ancora della relazione amorosa con la compagna – bianca – che è incinta del loro primo figlio, è il confronto con la figura paterna di Aquila (questo il soprannome del suo capo, dovuto a un tatuaggio sulla schiena che rimanda anche all’appartenenza dell’uomo alle aree della destra fascistoide) a dominare Il legionario.

Papou sceglie un registro espressivo diretto, asciutto, privo di cascami sentimentali ma anche serrato, distante dall’approccio simil-documentaristico che spesso domina determinate rappresentazioni del vero. Costruito attraverso un susseguirsi sempre più ansiogeno di sequenze concitate e drammaticamente spinte verso il punto di ebollizione, Il legionario ha il coraggio di non scegliere quasi mai la via più semplice: Daniel dovrà comprendere come le sue due anime, così distanti e posizionate sui fronti diversi della barricata, e dunque in aperto contrasto, in lotta, in realtà sono entrambe un’illusione. Forse la vita di un uomo che non accetta la contraddizione e finge con tutti gli esseri umani che gli sono accanto non può che deflagrare nell’annullamento dell’identità stessa. Dramma metropolitano dai colori vividi, Il legionario è arricchito dall’intensa interpretazione di Germano Gentile, già apprezzato in Et in terra pax di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini, e poi anche ne Il terzo tempo di Enrico Maria Artale: in un panorama cinematografico italiano che fatica ancora ad accettare le seconde generazioni, un’opera come quella di Papou (e sarebbe interessante capire quanto della sua esperienza di “straniero” cresciuto in Italia sia entrata nella sceneggiatura: lo sguardo da questo punto di vista non ha bisogno di analisi particolari, nella sua evidente estraneità dalla prassi produttiva) potrebbe svolgere un ruolo fondamentale anche al di là dei suoi effettivi meriti. Non mancano debolezze ne Il legionario, tipiche se si vuole dell’opera prima in cui i registi vogliono che tutto sia enunciato in maniera netta e chiara, oltre che fin troppo esibita: in più l’assenza di qualsiasi riferimento alla pandemia, nonostante sia dichiarata nel film l’ambientazione cronologica nel 2021, stona, e lo fa a maggior ragione per via del naturalismo della messa in scena, e della sua aderenza a un tessuto sociale, politico e cittadino ben preciso, e dettagliato nella rappresentazione. Debolezze che passano comunque in secondo piano di fronte a un esordio così pronto a ragionare sulla complessità e la contraddizione, là dove spesso ai giovani registi viene chiesto di preoccuparsi dell’esatto opposto. Un passo nella direzione giusta, dunque, che non deve essere sottostimato.

Info
Il trailer de Il legionario.

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