L’infanzia di Ivan

L’infanzia di Ivan

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Primo lungometraggio di Andrej Tarkovskij, L’infanzia di Ivan è testimonianza, non solo di una potente opera antimilitarista, ma anche della già raggiunta maturità espressiva del regista che, subito, si sganciava dai cliché cinematografici dell’epoca e si faceva guidare da una concezione poetica della messa in scena.

Ivan ci guarda

Russia, Seconda Guerra Mondiale. Il dodicenne Ivan è abile ad attraversare le linee nemiche e questa sua caratteristica è preziosa per i militari sovietici. Pur consapevole degli orrori della guerra, Ivan non vuole finire nelle retrovie e intende sconfiggere i nazisti con tutte le sue forze. [sinossi]

Tra i film antimilitaristi più famosi della storia del cinema, L’infanzia di Ivan segnò l’esordio al lungometraggio per Tarkovskij e anche una sorta di test personale per verificare, così come racconta nel volume Scolpire il tempo, se potesse occuparsi o meno di regia cinematografica. Questo «esame per ottenere il diritto alla creazione», affrontato con la decisione di non “trattenersi” dal punto di vista espressivo, venne brillantemente superato, come ben sappiamo e come dimostra la sua successiva carriera. E venne superato approfondendo e portando subito a maturità la sua personalissima poetica, già posta in nuce nel precedente mediometraggio Il rullo compressore e il violino, dove un bambino appariva come protagonista e dove si costruiva un rapporto padre-figlio, che è tema fondante del suo cinema come testimonia anche il suo ultimo film, Sacrificio.

Ne L’infanzia di Ivan, infatti, il dodicenne protagonista – i cui genitori non si sa che fine abbiano fatto – ha scelto ed è stato scelto da un ristretto gruppo di ufficiali come figlio putativo, come forse l’unica speranza per non perdere l’umanità e quella gioia di vivere che risiede nell’infanzia. Sul fronte in cui, separate da un fiume, le truppe sovietiche fronteggiano quelle naziste si crea infatti una sorta di famiglia in cui Ivan è il catalizzatore, il “rifugio” degli adulti, oltre ad avere anche le idee più chiare di tutti, dato che ad un certo punto dà una lezione di vita al giovane tenente Galtsev (che, invece di un ruolo paterno, assolve la funzione di fratello maggiore), quando – per giustificare il suo impegno furente al fianco dei militari russi – gli dice che solo i codardi e gli invalidi possono essere esentati da una guerra e che, visto quanto accadeva a Treblinka e nei campi di sterminio, non ci si può non schierare contro i nazisti.

Ivan porta con sé un dolore che gli altri – già troppo cresciuti o troppo impauriti dal processo di crescita e, insieme, di devastazione – non possono capire; ed è per l’appunto il dolore per l’infanzia perduta e per la perdita della bellezza. Tarkovskij mette in scena questo trauma con i flashback-sogni di Ivan, a partire dal primo con cui inizia il film: Ivan corre alla scoperta del mondo, della vita naturale e animale, beve l’acqua da un catino e parla con la madre; dunque si abbevera a una condizione panica del mondo, tanto che ad un certo punto si ritrova addirittura a volare, come poi accadrà all’inizio di Andrej Rublëv, anche se lì con una motivazione narrativa. Qui invece il volo di Ivan è totalmente immaginario ma allo stesso tempo precisamente realistico e motivato dal suo assoluto desiderio di libertà, di esserci-nel-mondo; e per tornare al discorso dell’ “esame” tarkovskijano, questo incipit rappresenta anche l’immediato superamento del test, visto che il cineasta – come il suo protagonista – si lancia subito a briglia sciolta e senza paure alla scoperta delle infinite possibilità espressive che offre il cinema.

Come sappiamo, questo osare tarkovskijano non veniva molto apprezzato dalle autorità sovietiche, che anche qui ebbero a ridire su diverse scelte del regista, anche se alla fine – almeno in questa occasione – decisero di lasciarlo fare. E infatti, come sempre, Tarkovskij anche ne L’infanzia di Ivan si tiene a distanza da qualsivoglia cliché narrativo e, ad esempio, abbandona il suo protagonista proprio nel mezzo del racconto, per poi farcelo ritrovare più avanti. Ma tale spiazzamento è dettato – e, anzi, in qualche modo, imposto – dalle necessità poetiche, dalle associazioni visive e dall’ampliamento del discorso simbolico-figurativo, che va ben al di là delle logiche ragionieristiche di una narrazione conchiusa, e perciò stesso troppo limitata. Si spiega così l’apertura verso il magnifico bosco di betulle, dove ha luogo la sottostoria della giovane Masha, altro alter-ego leggermente più adulto di Ivan, accanto a quello di Galtsev, altra possibile sorella maggiore. Masha è un medico che non sa gestire la situazione di guerra perché, come Galtsev, è cresciuta troppo in fretta e, come Galtsev e come Ivan, anche lei viene trattata dagli adulti come una bambina. Il punto però è proprio il bosco di betulle in cui sono ambientate le scene con lei, i cui alberi vediamo poi che sono stati usati per costruire un fortino. Quel bosco incantato rappresenta ancora e sempre la possibilità di aggrapparsi a un residuo di bellezza, in cui poter ritrovare – anche solo per un attimo – il senso dell’esistere, al di là di ogni guerra.

Info
La scheda di L’infanzia di Ivan sul sito del Palazzo delle Esposizioni.
Una sequenza tratta da L’infanzia di Ivan

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