Grauzone

Grauzone

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Distopia del presente, distopia del reale. Grauzone di Fredi M. Murer è un ammirevole esempio di fantasociologia a impianto politico, dove l’elemento fantastico è dovuto a lievi distorsioni applicate a una realtà già di per sé distorta e deformata. Restauro in 4K a opera della Cinémathèque Suisse, presentato al Trieste Science+Fiction Festival 2021.

Storia di un impiegato

Svizzera, 1976. La vita della coppia borghese e benestante formata da Alfred e Julia, sposati senza figli, prosegue in una totale assenza di sorprese. Una strana epidemia, però, sembra buttare all’aria meccanismi consolidati e pallide aspettative. L’epidemia in città pare dovuta a uno strano virus, che spinge le persone infettate a uscire all’aperto, a rimpiangere il proprio passato e a fare di notte strani sogni. Sulle prime le autorità sembrano voler fare di tutto per tenere nascosta l’epidemia, attribuendola a una bufala passata come annuncio pirata sui media… [sinossi]

La distopia non è soltanto un lontano futuro. La distopia può essere anche il presente, se messo sotto la lente d’ingrandimento del linguaggio cinematografico. Distopia è dunque anche rilettura, reinterpretazione dell’attualità, di antropologie consolidate o in fieri, per scoprire magari che future, gelide, disumane nuove società, frutto di uno sviluppo tecnologico sempre più autoreferenziale e sempre meno attento all’essere umano, sono già acquisite, già tra di noi. Splendido reperto del cinema svizzero, presentato nel suo recente restauro in 4K al Trieste Science+Fiction Festival 2021 al suo ritorno in sala e in presenza, Grauzone di Fredi M. Murer (1979) mostra una banale società distopica, nient’altro che una visione all’insegna della sintesi e dell’oggetto-simbolo di una società che è già realtà. Grigia, rigida, severa, caratterizzata dallo spegnimento di emozioni e di qualsiasi imprevisto in nome di un’ossequiosa efficienza. Uomo-macchina, che produce, consuma e crepa, da dentro i grigi palazzoni di una realtà impiegatizia e burocratica dove il senso di meccanismo inanimato si riverbera anche nelle risate fuori campo dei colleghi, mentre minacciosi cartelli motivazionali in ufficio avvisano “Wirb oder stirb!” (Pubblicizza o muori!). Nessun lontano futuro. Semplicemente la tendina aperta sulle consuetudini di una torva società, svizzera e non, fondata su profitto e senso del dovere. L’individuo non c’è. Ha anche pressoché perso l’uso della parola. È il caso del protagonista Alfred, grigio, spersonalizzato, depresso, che non parla quasi più, non si sa se per annientamento o per disprezzo verso gli altri. Soltanto un’epidemia (vera o presunta) può incrinare questo tran-tran. Ma anche l’incrinatura arriva lenta e sommessa, per crescere un po’ alla volta. Il virus che pare propagarsi in Grauzone è annunciato dai mass-media e viene etichettato come una bufala. Eppure, la malattia in questione non ha altro che i tratti della depressione urbana. Si rimpiange il passato, viene voglia di uscire all’aperto. Per una società che si è chiusa in sé, scandendo nettamente i tempi di vita tra preordinati spazi di condivisione e granitica solitudine fra le quattro pareti, tale strano virus si delinea per la perfetta nemesi. L’uomo scopre di voler stare fuori. L’uomo, soprattutto, si ritrova a toccare con mano quale nullità sia diventato. Non gli è più riservato neanche il minimo riconoscimento di rispetto tra simili – schiacciante, in tal senso, la sequenza della cena con invitati in casa che va deserta, nella glaciale e apparente indifferenza di Alfred. La distopia insomma è già tra noi, non importa andare troppo lontano. Murer la avverte già nel 1979, guardandosi intorno. Per tratteggiare una condizione umana tanto surreale quanto in tutto reale, qua e là Murer sceglie anche la distorsione grottesca – in un mondo così tratteggiato, il sequestro di persona è riassorbito in un’indifferente norma quotidiana, e pazienza se il mandante del sequestro è il figlio dell’ostaggio.

Sorta di mockumentary condotto sulle abitudini di una surreale società svizzera o universale, Grauzone resta ancorato in realtà a un’intensa riflessione socio-politica. Ricorrente è l’uso della voice over, ma, sia pure ridotti al minimo, si conservano anche momenti di vera e propria ricostruzione in fiction con dialoghi tra i personaggi. Murer opta poi per un bianco e nero dai toni underground, che contribuisce al senso di sintesi surreale emanante dal film. In quadretti domestici in cui è simulata una sorta di grado zero della drammatizzazione, punteggiata da dialoghi lungamente piatti e non marcati, c’è posto comunque per ricorrenti squarci di astrazione condotta sugli oggetti in scena. Sono gli oggetti, in fondo, a scandire e dominare le giornate di personaggi privati di se stessi, a cominciare da quell’orologio che sancisce puntualmente (e spietatamente) a mezzanotte il passaggio da una giornata all’altra, una identica all’altra. La Svizzera di Murer è percorsa da un’inquietudine esistenziale che presto potrà tramutarsi in conclamato disagio sociale – nel finale crollano i palazzi, simboli di un pervasivo potere politico-economico, e pochi mesi dopo avranno luogo le rivolte di Zurigo. Forse contagiato dal virus, forse da esso suggestionato, Alfred esce davvero all’aperto, riscopre se stesso, ma soprattutto compie un salutare percorso di autocoscienza. In realtà Grauzone, prendendo le mosse da una realtà poco più che deformata rispetto alla consolidata norma sociale, scava più a fondo nelle sovrastrutture psicologiche e antropologiche che hanno favorito e condotto al contempo all’arida società narrata. Nel destino dell’impiegato ricostruito da Alfred vi è contenuta un’educazione alla rinuncia, una formazione al basso profilo e al rifiuto del rischio che costituiscono intima parte e ragione fondante dell’ideologia dominante nell’Occidente anni Settanta, così come ormai nel mondo intero anni 2020: formare soldatini rassegnati, rinchiusi nei loro piacevoli appartamenti a vivere una vita confortante poiché sempre uguale a se stessa, sempre affidata alla comodità dell’abitudine e dell’assenza di sorprese. È il ricatto di un equivocato benessere. Che non è mai benessere, perché non si esce più all’aperto. Perché non si rimpiange più il passato, quando ancora si avevano aspettative. Distopico, in fondo, è il benessere, se affidato all’annullamento delle esigenze dell’uomo. Trionfa il mal di testa. Un mondo siffatto garantisce disagio e contestuali palliativi. L’agopuntura è efficace, ma per pochi. Per pochi: è utile illudere il singolo di essere speciale. È un’illusione che dà il dominio sugli altri. Il benessere conquistato illude di essere speciali. Ma il benessere di Grauzone è quanto di meno auspicabile possiamo immaginare. Eppure così reale. Per nulla lontano, nello spazio o nel tempo. Vicinissimo.

Info
La scheda di Grauzone sul sito del Trieste Science+Fiction.

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