Belfast

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Kenneth Branagh torna alla propria infanzia, raccontando la vita quotidiana di un bambino di nove anni in un quartiere operaio di Belfast, nel pieno del conflitto nordirlandese. L’ispirazione è altalenante, e il regista si rifugia nella magia del cinema, affidandosi al piccolo Jude Hill. In Alice nella Città alla Festa del Cinema di Roma.

Raquel Welch e l’educazione alla vita

Fine anni Sessanta del Novecento. Buddy ha nove anni, vive con i genitori e il fratello in una zona operaia di Belfast. Una famiglia protestante del tutto integrata in una via abitata per lo più da cattolici, che vengono però assaliti durante il cosiddetto The Troubles, il conflitto nordirlandese tuttora in corso tra Repubblicani e Unionisti. [sinossi]

Molti, anche durante la Festa del Cinema di Roma, dove il film è stato presentato all’interno di Alice nella Città – con tanto di proiezione gremita di studenti liceali all’auditorium di via della Conciliazione – hanno apparentato Belfast, diciottesima regia per Kenneth Branagh in poco più di trent’anni di carriera (la diciannovesima, Assassinio sul Nilo, è pronta da due anni e dopo lunghi ed estenuanti rinvii dovuti anche alla pandemia uscirà in sala il prossimo febbraio), a ROMA, il film con cui il messicano Alfonso Cuarón ha sbancato dapprima la Mostra di Venezia per ottenere successivamente gratificazione anche durante l’assegnazione dei premi Oscar. I punti di contatto possono essere evidenziati con facilità: entrambi i racconti nascono dall’esperienza autobiografica dei rispettivi registi, e sono fotografati in bianco e nero per sottolineare lo slittamento temporale. C’è però una differenza, che può apparire secondaria ma da cui forse val la pena partire per tentare una breve analisi di Belfast. Mentre Cuarón non si era mai cimentato con il bianco e nero,Branagh si era affidato alla bicromia già in occasione di Nel bel mezzo di un gelido inverno, oltre venticinque anni fa. Quando rifugge dalla rappresentazione pura e semplice di un canone – sia esso il testo shakespeariano, il deismo della Marvel, la sacralità british di Agatha Christie, o anche la fiaba classica come testimonia Cenerentola – e si confronta con se stesso, la propria storia personale o le proprie ambizioni “possibili” (il sogno dello spiantato regista teatrale di In the Bleak Midwinter era in fin dei conti così lontano dai desideri di Branagh?) il regista nordirlandese esce dall’oggettività della policromia per perdersi nei chiaroscuri e nell’ombra del bianco e nero. Un modo anche per sottolineare la necessità, in questi casi, di schivare la magniloquenza del titanismo produttivo e tornare a un cinema “indipendente”.

In realtà il colore non manca, qua e là, in Belfast, ed è sempre utilizzato cum grano salis. Le primi immagini, con il porto della città in bella evidenza, sono a colori, contemporanee, e si staccano completamente dal cuore pulsante della narrazione, che così sembra ancora più distante nel tempo, cristallizzato. D’altro canto anche le immagini cinematografiche di Citty Citty Bang Bang e Un milione di anni fa, che scorrono sullo schermo davanti agli occhi del piccolo protagonista e dei suoi familiari, sono a colori, e lo stesso si può dire per lo spettacolo teatrale tratto dal Canto di Natale di Dickens che Buddy va a vedere con la nonna. L’arte, che è eternamente contemporanea, vive di colori anche in una storia narrata in bianco e nero. Lo spettacolo che va oltre la vita – come la macchina che vola oltre la scogliera nel musical di Ken Hughes – non ha un tempo prestabilito, come invece il racconto di un bambino che vede il suo quartiere esplodere letteralmente durante i troubles, il conflitto nordirlandese tra Unionisti e Repubblicani. Come il piccolo Buddy, che il suo fermo-immagine infante, anche il Branagh adulto bramerebbe con ogni probabilità rinchiudersi dentro un cinema/culla e lasciare ogni asperità all’esterno, così come la vita reale, il quotidiano, i drammi piccoli e grandi, le tasse che non lasciano respiro, la malattia che può portarsi via gli affetti più cari, e via discorrendo. Negli occhi colmi di stupore ma non privi di malizia del piccolo Jude Hill – vero punto di forza di Belfast, e in qualche modo ancora di salvataggio – si riflette lo sguardo dello stesso regista.

Quello che ne viene fuori è un racconto che gronda sincerità ma cui non giova una costruzione episodica, e che alterna momenti di ispirazione cinematografica a rinculi nelle zone di sicurezza del grazioso, che si affaccia pericolosamente dietro ogni angolo dei palazzi, un po’ come gli anglicani che vorrebbero colpire con sassaiole (o peggio) gli irlandesi cattolici. Ma se maneggiare la Storia è di per sé rischioso, mettersi a giocare con la propria memoria è salvifico e dannante a un tempo, e Branagh non riesce a uscire completamente indenne dalla contesa: se è vero, come scriveva João Guimarães Rosa, che “ogni nostalgia è una specie di vecchiaia”, Belfast è un film che invecchia a ogni stacco di montaggio, cristallizzandosi prima ancora della sua fine e distaccandosi in modo fin troppo brutale da ogni filiazione con l’oggi. Questa scelta non rappresenta di suo un attributo di merito o demerito, sia chiaro, ma è un elemento su cui val la pena interrogarsi, un quesito che il film non sa o non vuole dipanare.

Info
Il trailer di Belfast.

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