Raging Fire

Raging Fire

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La morte prematura di Benny Chan fa sì che Raging Fire sia un film tragicamente postumo. E in qualche modo lo è anche nella sua forma, che cerca con grande classe e raffinatezza di perpetuare la tradizione hongkonghese smarcandosi all’interno delle strette maglie della produzione cinese di oggi. Donnie Yen e Nicholas Tse sono gli splendidi protagonisti di questa vicenda che parla di morale e trasparenza. Nella sezione Le stanze di Rol al Torino Film Festival.

Sopravvivere alla Storia

Cheung Sung-bong è un poliziotto che ha lavorato per anni in prima linea risolvendo molti casi. Nonostante ciò, è considerato dai colleghi un outsider per via del carattere rigoroso che ha condizionato negativamente anche la sua carriera. Solo il suo protetto, il giovane Yau Kong-ngo, rispetta le sue idee, pur non condividendo i suoi metodi inflessibili e preferendo invece ricorrere a piccoli stratagemmi poco puliti. Il destino porta inaspettatamente Cheung e Yau su due percorsi differenti, mettendoli l’uno contro l’altro. [sinossi]

Bisogna superare le due emozionanti ore di Raging Fire per giungere alla scritta bianca su sfondo nero: «In Loving Memory of Our Beloved Director, Benny Chan». Benny Chan non c’è più, portato via nell’agosto del 2020 a neanche sessant’anni da un tumore faringeo che non gli ha lasciato alcuna speranza. Così, terminate le riprese del film, il suo venticinquesimo in trent’anni di attività, Chan non ha potuto seguire la post-produzione, com’era invece sua abitudine. In Italia non sono stati in molti a dedicare un pensiero critico, o anche solo umano, per la scomparsa di questo eclettico cineasta hongkonghese, formatosi nelle scuderie di Johnnie To e autore di alcuni titoli divenuti iconici per tutti gli appassionati del cinema asiatico, e della città-stato in particolare: si pensi all’esordio A Moment of Romance, e poi a Big Bullet, New Police Story, Connected. Nel 2013, nel secondo dei tre anni in cui Marco Müller diresse la Festa del Cinema di Roma, venne presentato il magnifico The White Storm, potentissimo action manierista che rileggeva la storia eroica del noir hongkonghese: anche in quel caso ad accorgersi della sua presenza e della sua rilevanza furono davvero in pochi. È con estremo dolore dunque che ci si approssima a Raging Fire, presentato al Torino Film Festival all’interno della sezione Le stanze di Rol, consci del fatto che anche stavolta in pochi, pochissimi, presteranno attenzione a un cinema d’antan che non ha paura di confrontarsi con il passato e di cercare di farlo rivivere. Consci anche di come questa sia l’ultima volta in cui l’occhio si poggerà su un’inquadratura lavorata da Chan. La tragicità di trovarsi a tu per tu con un’opera postuma è innegabile, eppure proprio da questa constatazione si può partire per allargare il discorso di Raging Fire. Perché anche la venticinquesima regia di Benny Chan è, proprio come il suo autore, postuma.

Guardando Raging Fire, e la rappresentazione epica di concetti come giustizia, legge, amicizia, corruzione, tradimento, non si può che provare la sensazione di trovarsi di fronte a un “revenant”, qualcosa che ritorna dagli abissi del tempo per ricordare come la dannazione non sia finita, e come il mondo non sia mai davvero cambiato. Certo, la visione delle avventure del rigoroso poliziotto ligio alle regole – e per questo malvisto da una parte dei suoi colleghi – Cheung Sung-bong, e del suo acerrimo avversario, nonché ex pupillo Yau Kong-ngo, si muove narrativamente seguendo non pochi cliché. Ma quei luoghi comuni del genere non sono lì a testimoniare la svogliatezza in fase di scrittura di Chan e dei suoi co-sceneggiatori Ryan Ling e Tim Tong; servono a ribadire la volontà ferrea di non abbandonare la prassi di Hong Kong. Nonostante sia prodotto, com’è oramai inevitabile, sotto l’egida di Pechino, che tutto controlla e organizza, Raging Fire è un film puramente hongkonghese, atto di resistenza della “vecchia scuola” che diventa forse in parte anche suo malgrado un gesto politico, la riaffermazione orgogliosa di un’identità che da cinematografica si fa sociale, culturale, popolare. La produzione del “Porto dei fiori” non si può arroccare sulla difensiva, e deve necessariamente aprirsi al mercato della madre patria cinese, così sterminato da far paura. Ma Benny Chan, pur consapevole di questo, non cede di fronte a molte richieste della Cina: per quanto il film sia in tutto e per tutto dalla parte della polizia – di cui l’eroe rappresenta il volto più integerrimo –, la rappresentazione di quest’ultima non è edulcorata, né semplificata, ma cerca sempre le ombreggiature, e la stratificazione. Fedele al suo spirito dinamitardo, Chan non si trattiene di fronte alle svisate di violenza, e crede fermamente nei suoi personaggi, che contrappone a mo’ di duello già dall’interpretazione: trattenuta quella di Donnie Yen, intrisa di gigionismi e ghirigori quella di Nicholas Tse. Le due raffigurazioni dell’umano progressivamente si avvicinano, fino ovviamente allo scontro definitivo, tratteggiato con una regia esplosiva, ricca di intuizioni e che non arretra di fronte a nulla.

Cinema in cui lo spettacolo si fa motore portante della morale dello sguardo, e che pur adagiandosi su alcune comodità offerte dalla computer grafica non rinuncia mai alla materialità del gesto, all’efficacia dell’effetto reale, alla possibilità di avvicinare il pubblico a un’azione che di credibile non ha davvero più niente, e di farlo con una naturalezza che sorprende. Pur senza raggiungere il climax emotivo e la magniloquenza di The White Storm, anche Raging Fire trascina lo spettatore su uno strapiombo, lasciandolo penzolare nel vuoto grazie a una regia che sa gestire in maniera eccelsa gli spazi (si pensi al combattimento nelle fogne), e che si affida a un registro romantico che il noir mondiale sembra aver smarrito per strada nel corso dei decenni. Chissà se il cosiddetto heroic bloodshed, che The White Storm aveva contribuito a riportare in auge, saprà resistere alla perdita prematura di quello che sembrava oramai l’ultimo cantore rimasto. L’aedo Chan non c’è più, restano le sue coreografie mozzafiato, i suoi inseguimenti a perdifiato, i combattimenti fino all’ultimo osso rotto, il senso di colpa e la redenzione da un peccato irredimibile, quello di essere vivi.

Info
Raging Fire sulla pagina del Torino Film Festival.

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    connected recensioneConnected

    di Chi ha detto che un remake sia sempre inferiore all'originale? Connected, che Benny Chan dirige con grande intelligenza rifacendo Cellular di David R. Ellis, dimostra il contrario. Un thriller d'azione dinamitardo, carico di tensione e al fulmicotone.