Nel bel mezzo di un gelido inverno

Nel bel mezzo di un gelido inverno

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Negli anni Novanta, nel pieno della sua attività di re-inventore del testo shakespeariano, Kenneth Branagh firma con Nel bel mezzo di un gelido inverno un atto d’amore verso il Bardo, e la perenne attualità del suo verbo, mettendo in scena allo stesso tempo una commedia spassosa, che sembra anche guardare al verbo di un altro Mito, quello di Woody Allen.

Rumori sulla scena

Joe Harper, attore in crisi d’identità e a un passo dalla depressione, riesce con l’aiuto della sua agente (che sta lavorando per fargli ottenere un contratto a Hollywood) a trovare i fondi per allestire un adattamento dell’Amleto in una chiesa sconsacrata nel paesino di Hope, da cui proviene. Joe, dopo un casting un po’ particolare, parte alla volta della cittadina per iniziare le prove. La rappresentazione si dovrà tenere la notte di Natale. [sinossi]
Why must the show go on?
It can’t be all that indispensable,
To me it really isn’t sensible
On the whole
To play a leading role
While fighting those tears you can’t control,
Why kick up your legs
When draining the dregs
Of sorrow’s bitter cup?
Because you have read
Some idiot has said,
‘The Curtain must go up’!
I’d like to know why a star takes bows
Having just returned from burying her spouse.
Brave boop-a-doopers,
Go home and dry your tears,
Gallant old troupers,
You’ve bored us all for years
And when you’re so blue,
Wet through
And thoroughly woe-begone,
Why must the show go on?
Oh Mammy!
Why must the show go on?
Noël Coward, Why must the show go on?

Fin dal suo esordio alla regia, neanche trentenne, con Enrico V, il nome di Kenneth Branagh è stato associato alla rilettura e interpretazione delle opere di William Shakespeare. Per quanto oramai da quindici anni Branagh non affronti direttamente i testi del Bardo (da As You Like It – Come vi piace, nel 2006), con l’unica eccezione della ripresa teatrale di una rappresentazione da lui diretta del Romeo and Juliet, quest’ultimo continua a fare capolino all’interno della narrazione per immagini del regista nordirlandese, come testimonia ad esempio All is True, ribattezzato in Italia Casa Shakespeare proprio per fugare qualsivoglia dubbio in proposito. Per quanto Branagh abbia dirazzato nel corso degli anni, senza per questo venir meno all’idea di regista come re-inventore di testi preesistenti (si pensi ai suoi adattamenti del singspiel mozartiano con Il flauto magico, del marveliano Thor, della fiaba di Cenerentola, e al dittico – per ora – che riprende i romanzi di Agatha Christie con protagonista Hercule Poirot, dapprima Assassinio sull’Orient Express e quindi Assassinio sul Nilo, che uscirà nei prossimi mesi nelle sale italiane), non c’è dubbio che la mole shakespeariana rappresenti ancora il cuore più evidente della sua poetica espressiva. Al di là di tutto, oltre ogni considerazione sulle qualità di messa in scena e del tentativo di trovare stille di modernità nelle tragedie e nelle commedie di Shakespeare, l’elemento che appare con maggior forza è il sentimento che sempre sembra guidare Branagh nel suo vis à vis con uno dei nomi centrali della storia della drammaturgia mondiale. Da Enrico V a Molto rumore per nulla, da Hamlet a Pene d’amor perdute fino al già citato As You Like It, non è tanto la fedeltà al testo o la sua interpretazione a colpire nell’approccio di Branagh, ma la sua totale devozione, l’amore pre-intellettuale, la profonda capacità di connessione e di comprensione non solo artistica ma soprattutto emotiva, espressiva, per l’appunto sentimentale.

Non c’è dunque da stupirsi se una delle sortite più convincenti dietro la macchina da presa per l’autore nativo di Belfast – e che alla sua città e alla propria infanzia ha dedicato il suo ultimo film, presentato per l’Italia alla Festa di Roma un paio di mesi fa e destinato a essere distribuito nei prossimi mesi – ruoti proprio attorno al rapporto di puro amore tra Branagh e il testo shakespeariano. Per quanto forse oggi in pochi ne serbino davvero memoria, all’epoca della sua uscita (e prima ancora durante le proiezioni alla Mostra di Venezia, dove il film fu presentato in concorso e ottenne anche l’Osella d’Oro alla migliore regia) Nel bel mezzo di un gelido inverno segnò un piccolo caso critico e di pubblico, che attribuì al film un applauso lunghissimo al Lido e continuò ad appoggiarlo al momento della sua distribuzione in sala. In the Bleak Midwinter – questo il titolo originale – divenne un piccolo film di culto, in un momento storico in cui la commedia dalle pose “indie” si stava segnalando come una delle novità più apprezzate, da Clerks di Kevin Smith ad Amore e altre catastrofi di Emma-Kate Croghan, da Big Night di Stanley Tucci e Campbell Scott a Una cena quasi perfetta di Stacy Title. Ed è evidente fin dall’incipit che Branagh voglia muoversi in quella direzione: il film inizia con il protagonista, l’attore fallito Joe Harper, che si rivolge direttamente allo spettatore, quasi si trattasse di una seduta psicanalitica, per raccontare il proprio stato depressivo. Se dunque nel precedente Gli amici di Peter Branagh aveva guardato con nettezza alla commedia generazionale, in qualche modo permettendosi il proprio personale Il grande freddo (operazione diffusa tra la seconda metà degli anni Ottanta e l’inizio del decennio successivo, riscontrabile ad esempio anche in Compagni di scuola di Carlo Verdone), qui si rivolge direttamente al nume tutelare Woody Allen. Personaggi che meriterebbero una lunga e seria analisi con uno specialista, battute al vetriolo, e perfino l’utilizzo del bianco e nero rimandano direttamente al genio newyorchese, un altro che nel corso del tempo è stato scomodato in ogni modo possibile e immaginabile.

Branagh lo fa tenendo però fermo il proprio reale punto di connessione con la realtà e l’autobiografismo, vale a dire il sempiterno Shakespeare. Se in molti hanno tentato di imitare vizi, virtù e tic alleniani, Branagh compie con Nel bel mezzo di un gelido inverno un’operazione di tutt’altro tipo: prende quei cliché alleniani, addirittura imitando gli oramai celebri titoli di testa dei suoi film, e li riconduce all’interno del proprio mondo, del proprio immaginario. Prende la borghesia intellettuale in perenne crisi e in analisi e la fa scontrare con il testo per eccellenza, vale a dire l’Amleto. Perché questo nei fatti mette in scena Nel bel mezzo di un gelido inverno, il tentativo da parte di una compagnia scalcagnata di teatranti, guidata dal “re dei falliti”, come si autodefinisce il protagonista Joe, di allestire una rappresentazione della tragedia shakespeariana la notte di Natale in un paesino sperduto all’interno di una chiesa sconsacrata. L’utopia per eccellenza, quella di riportare il teatro al popolo, e di farlo per di più nel pieno della festa consumistica per antonomasia, quando nessuno probabilmente ha voglia di sorbirsi le tragedie di un principe danese che scopre che suo zio ha ucciso suo padre per poter sposare sua madre. A questa utopia Branagh sembra volerne aggiungere un’altra: far sì che Shakespeare torni a essere un nome popolare, un testo alla portata di tutti, e di farlo rileggendolo – perché il film in qualche modo è anche un’analisi critica, perfino in parte teorica, dell’opera originale – attraverso la chiave d’accesso della commedia. Secco ed essenziale, il film riesce perfettamente nel suo compito, sia per le notevoli intuizioni comiche in fase di scrittura (la spassosa sequenza dei provini per il casting, l’irriverente presa in giro del concetto di “prova” che sembra anche rimandare a un’altra commedia dei primi anni Novanta, l’irresistibile Rumori fuori scena che Peter Bogdanovich desunse dal testo di Michael Frayn) che per la straordinaria presenza scenica degli attori, quasi tutti fedeli sodali – a vari livelli – dell’ideale “compagnia di giro” che Branagh portava avanti di film in film: Richard Briers, Michael Maloney, John Sessions, Celia Imrie, sono tutti più volte riapparsi tra le regie di Branagh, in questo senso vero e proprio teatrante.

Su questa bizzarra e graziosa commedia natalizia – il film termina proprio sul brindisi festante della sera di Natale – aleggia in modo perpetuo lo spirito del Bardo, sembra quasi di vederlo ectoplasma aggirarsi tra le vecchie mura della chiesa. La sua lingua, sottolinea Branagh, è viva, più che mai pulsante, espressiva. E il regista utilizza a suo modo il verbo sacro di Shakespeare per discettare anche di sé, delle proprie paure e delle proprie vanità, e in qualche modo anticipare alcuni dei percorsi che prenderà la sua carriera cinematografica: è poi così dissimile l’aver maneggiato il martello di Thor dal film di fantascienza hollywoodiano in cui l’agente di Joe vorrebbe coinvolgere il suo assistito e che viene definito “un nuovo Guerre stellari”? Dopotutto, in questa messa alla berlina del backstage, per di più pratica diffamata in scena da uno dei personaggi – perché anche lo spettacolino con regista Joe ha un suo dietro le quinte, realizzato da uno degli altri attori della compagnia: Branagh non si fa però solleticare e non utilizza mai le finte riprese che Vernon compie durante le prove armato di videocamera Hi8 –, non è forse in qualche modo anche il lavoro preparatorio per il monumentale Hamlet che Branagh dirigerà l’anno successivo, prima rappresentazione integrale del testo vista al cinema? Le riflessioni che i personaggi di Nel bel mezzo di un gelido inverno compiono sulla storia di Amleto torneranno anche nella realizzazione del film, dove Branagh si riappropria del suo diritto di primogenitura al ruolo principale, ma che vede anche il ritorno in scena di Briers nelle vesti di Polonio (in Nel bel mezzo di un gelido inverno è sia Claudio che il fantasma), di Nicholas Farrell come Orazio (qui è sia Laerte che Fortebraccio), e di Michael Maloney che abbandonato il “dolce principe” a Branagh si veste dei panni di Laerte. Il testo come materiale sempre in movimento, sempre riutilizzabile, sempre in grado di parlare al presente. È un peccato che Branagh da oramai tre lustri abbia abbandonato Shakespeare al suo destino, perché nessuno nella sua generazione e in quelle successive, è riuscito davvero a comprenderne la profonda intimità, e dunque la portata eternamente politica della sua opera.

Info
Nel bel mezzo di un gelido inverno, il trailer.

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