Matrix Resurrections

Matrix Resurrections

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Nel ritornare, stavolta in solitaria, alla saga che l’ha resa celebre, Lana Wachowski con Matrix Resurrections trasforma la pratica del sequel in un’autorilettura del film su se stesso, pervasa di un pulsante sentimento del passato.

Autoreverse

Per scoprire se la sua realtà è un costrutto artificiale, Thomas Anderson, alias Neo, dovrà scegliere di seguire ancora una volta il coniglio bianco. Se ha imparato qualcosa è che la scelta, sebbene sia un’illusione, è ancora l’unica via per uscire o entrare in Matrix. [sinossi]

Fare un sequel come atto di romantica rêverie, sembra proprio questa la missione che Lana Wachowski si è autoimposta con Matrix Resurrections. Gli strumenti dell’operazione sono presto detti: una discreta dose di ironia e autoironia, un elevato tasso di metacinema e inattese spolverate di un sentimentalismo che non è prerogativa solo dei personaggi, ma appartiene soprattutto a noi, nostalgici spettatori, bramosi di ritrovarli, di reincontrarli, ancora una volta. Ma si ricorderanno di noi?

A 22 anni di distanza dal primo Matrix (1999) e 18 dal dittico Reloaded e Revolutions (2003), Lana (un tempo Larry) Wachowski torna, stavolta senza il contributo della sorella Lili (un tempo Andy) a immergersi nell’allucinazione collettiva di Matrix, al seguito di una rinnovata squadra di hacker disconnessi, sempre in cerca di nuove (o vecchie) anime (e corpi) da risvegliare.

Thomas Anderson (Keanu Reeves) è ora un creatore di videogame interattivi che, reso celebre dal gioco Matrix e dai relativi seguiti, sta lavorando a un sequel, affiancato da una squadra di collaboratori con cui si intrattiene in petulanti brain storming creativi. D’altronde la Warner Bros., con una gustosa mise en abyme, richiede a gran voce un quarto capitolo, quindi c’è da lavorarci su. Tra l’altro poi il gioco che sta creando si chiama Binary, allusione all’universo digitale, certo, ma anche a quel binarismo di genere che non appartiene né evidentemente è mai appartenuto alle sorelle Wachowski. Quanto all’agente Smith, l’antico nemico inglobato e poi disintegrato in Revolutions, indossa adesso l’involucro esteriore (Jonathan Groff) del capo di Thomas/Neo. Ma non è lui il vero villain della situazione, bensì, con un ironico ribaltamento nel segno dell’antipsicologismo, lo strizzacervelli incarnato da Neil Patrick Harris. L’amata Trinity (Carrie-Ann Moss), frequenta invece la caffetteria dal grazioso nome di Simulatte, in cui Thomas/Neo si reca ogni giorno, ora è moglie e madre di famiglia, e la chiamano tutti Tiffany. Insomma, necessita di essere risvegliata. E anche il nostro eroe.

Primo capitolo della saga ad essere girato in digitale, e l’informazione come si vedrà più avanti non è affatto gratuita, Matrix Resurrections inizia esattamente come la sua matrice originaria del 1999. Lana Wachowski replica quell’incipit, che ora è identico eppure diverso, un re-enactment con altri interpreti e inquadrature leggermente differenti. Si tratta di un vero e proprio atto d’indirizzo per l’intero film, che andrà poi a contenere anche estratti dei capitoli precedenti, e nel rimasticarli da contenitore si fa rielaboratore e rivivificatore arguto e teorico. Perché Matrix Resurrections è di fatto un film “risvegliato” che rielabora la matrice e se stesso, è cosa viva, è neo-film. E un po’ anche non-film.

Nella sua fluviale durata di oltre due ore e mezza, Resurrections recupera, naturalmente, personaggi e topoi del passato: oltre alla coppia di protagonisti e al nuovo Smith, abbiamo un Morpheus (stavolta incarnato da Yahya Abdul-Mateen II) un po’ carnascialesco, c’è nuovamente il gatto nero e ora si chiama proprio déjà vu, ci sono la pillola blu e quella rossa, ma sono moltiplicate esponenzialmente, non può mancare poi la relativa citazione del capolavoro di Lewis Carrol Alice nel paese delle meraviglie, che trova adeguato compimento quando si innalzano le note di “White Rabbit” dei Jefferson Airplane. Non c’è più Zion, bensì Io, non-luogo egotico, copia mutata dell’originale, come le fragole che vi si coltivano, anzi, sintetizzano. Rifare tutto, ma diverso, è proprio questo l’obiettivo di Lana Wachowski. E proporre un sequel/non-sequel che sia soprattutto autorilettura, auto-eviscerazione, autopsia del film (e della saga) su se stesso. Un sequel romantico però, che lavora sulla memoria.

È proprio tramite il ricordo infatti che Neo (e poi anche Trinity) viene risvegliato. E il luogo in cui ciò avviene è in tutta evidenza una sala cinematografica dismessa, dove verità e nostalgia finalmente si fondono, nella grana fotografica di un (film del) passato che appartiene a tutti, giovani e vecchi spettatori. Prende le mosse così Matrix Resurrections, giocando con intelligenza con il presente e il passato, riscrivendo continuamente il senso della sua stessa operazione. Peccato che poi ceda per ampi tratti a un eccesso di verbosità, con scene di dialogo e monologo che mettono a dura prova l’attenzione spettatoriale e spesso si rivelano non necessarie, specie considerato il punto d’arrivo del film, così essenziale eppure potente. Quanto alle sequenze di combattimento corpo a corpo, nel complesso sono poco precise e si fa sentire l’assenza del maestro coreografo Yuen Wo Ping. Di contro, Lana Wachowski eccelle nella raffigurazione grafica del suo immaginario, come quando dipinge con le immagini una mischia al rallenty dove i nostri eroi sono oppressi da uno stuolo di poliziotti. L’apice poi la regista lo raggiunge donando una nuova veste e un nuovo senso al bullet time, per gli smemorati: quell’effetto di rallentamento dell’immagine realizzato tramite numerosi punti di vista (e altrettante mdp) su una stessa azione.

Di certo alla Warner Bros. interessa l’incasso, non vi è dubbio, e anche il fatto che qui ci sia una nuova generazione di hacker risvegliati, capitanati dal capitano Bugs (un’efficace Jessica Henwick) va in questa direzione, cercando di catturare il pubblico più giovane. Ma a Lana Wachowski interessa soprattutto proporre una nuova versione della serialità filmica. È di certo ben consapevole delle dinamiche del Marvel Cinematic Universe, e di quanto le sue easter eggs e i suoi post credits (ce n’è uno anche qui) puntino a una remunerazione immediata quanto effimera, sollecitando la memoria dello spettatore soltanto per qualche istante. Di contro, la Wachowski, la nostra memoria sembra voglia svegliarla per sempre. O almeno per tutta la durata del suo film.

E dunque allo stesso modo, quello che nell’allucinazione virtuale di Matrix è soltanto un déjà vu istantaneo e privo di conseguenze, nella realtà dei “disconnessi” si trasforma poi in una romantica rêverie e infine, fuori dal film, nella nostra vita di spettatori, diventa parte di una memoria intima e collettiva al tempo stesso: quella delle nostre visioni precedenti. Non ci resta che ricordare per “risorgere” dunque, almeno è a questo che Lana Wachowski ci invita, perché siamo intrappolati in loop seriali ripetitivi, abbozzolati sui nostri divani, e, alcuni di noi, con vent’anni di più.

Info:
Il trailer di Matrix Resurrections.
Il sito ufficiale di Matrix Resurrections.

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1 Comment

  1. enzo Saponara 06/01/2022
    Rispondi

    Momenti visivamente simili a Walker Texas Ranger. Privo di senso, svuotato di epica e poesia. Non è nemmeno intrattenimento. Un Neo noioso all’interno di un universo completamente scialbo. Orribile.

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