Pénélope, mon amour

Pénélope, mon amour

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Presentato al 51 International Film Festival Rotterdam, e già vincitore al FIDMarseille 2021, Pénélope, mon amour è un delicato e intimo film che la filmmaker francese Claire Doyon ha costruito sulla propria figlia affetta da una forma grave di autismo. Un film necessario dove si teorizza il potere del cinema, come arma e come scudo.

L’arma e lo scudo

La regista Claire Doyon ha filmato sua figlia Pénélope, malata di autismo, per 18 anni. Con un patchwork di nastri DV, bobine Super 8 e archivi HD, il film mostra il rapporto tra madre e figlia attraverso diverse fasi: lo shock dopo diagnosi, l’opposizione, la lotta contro la malattia, la determinazione, l’accettazione e la scoperta di un diverso modo di esistere. [sinossi]

«Ecco perché ti ho filmata, Pénélope. La camera è uno scudo che ci protegge dagli sguardi degli altri. È l’arma che mi permette di andare avanti». Il cinema come arma di difesa ma anche di offesa, come quella cinepresina che il regista Friedrich Munro, del wendersiano Lo stato delle cose, impugna un istante prima di morire, puntandola contro il killer che lo sta freddando. La frase di cui sopra, rivolta dalla regista Claire Doyon alla giovane figlia Pénélope, è l’elemento chiave di Pénélope, mon amour, film vincitore dello scorso FIDMarseille, e ora presentato al 51 International Film Festival Rotterdam. Pénélope è affetta dalla nascita da una grave forma di autismo, nella rara sindrome di Rett, responsabile di gravi deficit cognitivi. La vita di Doyon è stata sconvolta da questo difficile ruolo genitoriale, al punto di rinunciare in parte, o modificare, la sua carriera nel cinema iniziata con Les Lionceaux, selezionato nel 2002 alla Quinzaine des Réalisateurs. Inducendola a fondare un centro a Parigi, Maia, che si occupa di didattica e integrazione per le persone affette da autismo. Sulla figlia la regista aveva già realizzato un film, un mediometraggio dal titolo Pénélope, nel 2012, e parte delle scene di quel film, relative a un viaggio in Mongolia per rivolgersi a un grande sciamano, confluisce nel footage di questa ultima opera.

Pénélope, mon amour funziona come un patchwork di diversi supporti, di grane e aspect ratio diversi, mini Dv, HD, super 8. Si tratta di materiali video raccolti nel corso dei quindici anni di vita della ragazza. Ed è possibile fare una distinzione tra immagini più sgranate, in 4/3, girate con mezzi amatoriali, e riprese professionali, ad alta definizione e in 16/9, ottenute con moderne videocamere. Questa suddivisione corrisponde alla natura del film che oscilla tra l’opera di footage d’archivio, ancorché famigliare, e il diario documentario. La cesura tra queste due parti corrisponde alla maturazione del progetto, per Claire Doyon, di realizzare un film, di passare dalle immagini private degli homemovie, poi recuperati come footage, a quelle pubbliche di un film. E la camera rimane comunque una presenza dichiarata, tangibile, viene toccata o nominata. E il cine-occhio trova un poetico doppio nell’immagine della balena, e del suo occhio, uno sguardo demiurgico, evidenziato in primo piano, stile Béla Tarr.

Un’opera toccante e intima, in cui la voce off della regista crea il filo narrativo, in forma di flusso di coscienza, e riempie i fuori campo. Per esempio nei filmini amatoriali di Pénélope che gioca da bimba, si racconta della sua visita dal medico e della scioccante diagnosi. Il percorso della vita di Claire con Pelò, come viene soprannominata, è tortuoso, sofferto, passa anche per la tentazione di diventare una Medea, che la regista non esita a confessare. Fino all’accettazione che la patologia sia parte della natura e della vita, non una sua opposizione. A un ripensamento del concetto di normalità e “normodotato”. La storia di Pénélope è raccontata sostanzialmente con linearità, ma facendola cominciare con un’immagine attuale, rendendo così il tutto come in un flashback. Una scena in cui la madre si rivolge alla figlia, per spiegarle che si stanno trasferendo di alloggio. Più volte Pelò è interpellata personalmente, compresa quella frase sul potere catartico del cinema riportata all’inizio. Come a giustificare alla ragazza stessa l’atto di riprenderla. Il cinema può essere espressamente terapeutico. Si usano in campo medico neurologico le riprese dei pazienti con deficit cognitivo per esempio. E tanto per la madre, che lo ha realizzato, che per la figlia, cui è rivolto, Pénélope, mon amour è un atto di cinema totale, liberatorio, taumaturgico.

Info
Pénélope, mon amour sul sito di Rotterdam 2022.

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