Occhiali neri

Occhiali neri

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Occhiali neri segna il ritorno alla regia per Dario Argento a dieci anni di distanza da Dracula 3D. Oramai lontano dall’esigenza di mostrare l’assassinio come una delle belle arti il regista romano si disinteressa quasi subito al côté giallo della vicenda, preferendo l’immersione nell’incubo, e la ricerca del perturbante. È probabile che in molti storcano la bocca, ma la purezza dello sguardo di Argento è un bene prezioso, ben più della ricerca di logica nella sceneggiatura. Alla Berlinale nello Special Gala.

L’eclisse

Roma. L’eclissi oscura il Sole in una torrida giornata d’estate. è il presagio del buio che avvolge Diana quando un serial killer la sceglie come preda. La giovane escort, per sfuggire al suo aggressore, va a schiantarsi contro una macchina, perdendo la vista. Dallo choc Diana riemerge decisa a combattere per la sua sopravvivenza, ma non è più sola. A difenderla e a vedere per lei adesso ci sono Nerea, il suo cane lupo tedesco e il piccolo Chin, sopravvissuto all’incidente. Il bambino cinese con i suoi grandi occhi, la voce dolce dall’accento straniero, il carattere di un ometto indipendente e indifeso allo stesso tempo, la accompagnerà nella fuga. Ossessionati dal sangue che li circonda, saranno uniti dalla paura e dalla disperata ricerca di una via di scampo, perché l’assassino non vuole rinunciare alle sue prede. Chi si salverà? [sinossi]

“Mi fai perdere la testa”, afferma il cliente di una prostituta al momento di salutarla; ma sarà lei, di lì a pochi istanti, a vedersi reciso il collo con una lama d’acciaio. La decapitazione, si sa, è uno degli elementi visivi ricorrenti nel thriller e nell’horror argentiano, con la scissione della testa dal corpo che esplicita al di là di ogni ragionevole dubbio la fine della vita, il termine ultimo dell’esistenza. Con la gola squarciata la povera ragazza cerca aiuto sul marciapiede, ma lo sguardo attonito e terrorizzato delle persone che la circondano mostra già la sua inevitabile morte. Si era aperto dopotutto su un’altra morte, Occhiali neri, ventesima regia per il cinema per Dario Argento e ritorno dietro la macchina da presa a dieci anni di distanza da Dracula 3D, che venne accolto come visione di mezzanotte al Festival di Cannes (il nuovo film invece ha la sua anteprima mondiale all Berlinale, dove prende parte al fuori concorso denominato Special Gala): la morte del sole. Una morte apparente, quella prodotta dall’eclissi, ma che spaventa gli animali, e traumatizzava anche gli antichi, come sottolineano due genitori alla loro bambina. Non è casuale che anche Diana, la protagonista di Occhiali neri, sia attratta e turbata dall’eclissi, al punto da irritarsi gli occhi per la scelta di guardare quell’evento naturale senza le protezioni necessarie: la sua sensibilità è quasi animale, come testimonierà il rapporto osmotico con la cagna Nerea, e non era forse Diana il nome della dea della caccia? Sarà però lei a essere cacciata, inseguita e perseguitata dal killer che a Roma sta facendo strage di prostitute, con la polizia che brancola nel buio aggrappata a un solo dettaglio, il furgone che è stato spesso associato alla catena di delitti. Un furgone ora nero e ora bianco, ma il cromatismo non interessa di certo a Diana, visto che durante il primo scontro con l’assassino ha causato un grave incidente con la sua automobile dal quale è uscita miracolosamente viva – muoiono forse le dee? – ma privata per sempre della vista. Di nuovo, come nel caso delle teste recise, è possibile rintracciare nella cecità della protagonista un elemento ricorrente nel cinema di Argento: si pensi al Franco Arnò/Karl Malden de Il gatto a nove code, o al Daniel/Flavio Bucci di Suspiria. La cecità è l’opposto esatto del cinema, la negazione dello sguardo, l’impossibilità di cogliere l’immagine, di comprenderla, di strutturarla.

Il luogo dell’oscurità interiore non deve però essere sovrapposto all’oscurità del mondo, e se quella portata dall’eclissi è sempre e solo temporanea, l’abisso dell’umanità sa essere così insondabile da terrorizzare. Ecco quale è la direzione in cui si muove Argento, alla ricerca di quel cuore rivelatore che da Poe in poi continua a battere nell’oscurità senza che si possa fare a meno di percepirne la presenza e senza che ci sia la reale possibilità di comprenderlo: ecco dunque che i mostri non escono più dalle sfere dell’incubo, non sono più il parto di paure ancestrali (le streghe, per esempio), non sono neanche più l’eredità di traumi altrui. Sono solo la rappresentazione di un mondo marcio, in cui una prostituta muore nel mezzo di una strada senza che nessuno provi davvero a salvarla. E quel mondo oscuro, quel mondo putrescente che genera mostri – come il sonno della ragione di Goya – non ha più senso rappresentarlo in una forma grafica attraente. In molti, c’è da scommetterci, storceranno la bocca di fronte a Occhiali neri, rimpiangendo i movimenti di macchina e le scelte cromatiche de L’uccello dalle piume di cristallo, Quattro mosche di velluto grigio, Profondo rosso, Suspiria, Tenebre, Inferno, Phenomena. Si trincereranno dietro i “bei tempi andati” senza preoccuparsi del perché di determinate scelte. Ma nel 2022 l’assassinio per Argento non è più una delle belle arti, per parafrasare Thomas De Quincey, e non ha più senso trasformarlo in una coreografia. Un colpo di pugnale sulla schiena, una corda attorno al collo, un furgone lanciato a tutta velocità contro la vittima di turno. Basta questo, tutto il resto sarebbe (è) un orpello. In questa scelta di asciuttezza non c’è solo lo sguardo contemporaneo di Argento, ma anche e forse soprattutto la negazione del giallo come elemento determinante della narrazione: la detection non conta più nulla, è lasciata ai poliziotti di turno che, come tutti i poliziotti di qualsivoglia thriller, non brillano per particolare acume. Diana invece non ha alcuna intenzione di scoprire l’assassino, vorrebbe solo fuggire lontano, insieme al piccolo bambino cinese verso cui prova un senso di colpa (è l’unico sopravvissuto all’incidente stradale in cui la donna ha perso la vista, e il piccolo entrambi i genitori) e alla cagna Nerea, animale che è diventato in tutto e per tutto i suoi occhi.

Ecco dunque che Occhiali neri mostra la sua natura dicotomica. C’è una prima parte, metropolitana, in cui si segue una narrazione che sembra adagiarsi sui crismi del giallo, con un serial killer e la sua vittima designata. Qui Argento si muove per la città, tornando su luoghi “cari” al suo cinema (l’incipit è all’EUR, a pochi metri di distanza dall’epicentro della narrazione di Tenebre, per esempio) e ambientando il film a San Saba, quartiere centrale ma che pare fuori dal mondo, e fuori dal tempo. Si tratta però di un depistaggio, perché la seconda metà del film si svolge completamente in un non-luogo, per quanto tipizzato – dalle parti di Formello, dove si allena la Lazio, squadra di calcio di cui Argento è un accanito tifoso. Qui, nella campagna a pochi chilometri dalla Capitale, si volta definitivamente le spalle al giallo e ci si immerge nella foresta, nella notte abitata solo dalle stelle. Così Occhiali neri svela la sua anima da fiaba nera, riportando alla mente il capolavoro per antonomasia dei film “di caccia”, vale a dire La morte corre sul fiume di Charles Laughton (richiamato quasi simbolicamente in una splendida inquadratura “stellata”). Non è più solo l’assassino a minacciare Diana, ora, ma la natura stessa: serpenti d’acqua le si avvinghiano al collo e alle gambe, gli arbusti la feriscono, mentre lei non sa come muoversi. Senza i punti di riferimento che comunque poteva avere in città, nel mezzo della notte e della campagna, Diana è definitivamente cieca, ha raggiunto il punto di non ritorno. Lì la immerge Argento, non per sadismo – anche quello con gli anni è svanito, portato via dal tempo –, ma come atto estremo d’amore, anima sola alla ricerca della propria intimità, e della salvezza attraverso la salvezza del piccolo Chin. C’è un’anima nera, che è quella ferale del cacciatore, ma è schiacciata dall’anima calda di Diana, per la quale comunque non può esistere una salvezza assoluta. “Sei l’unica amica che mi è rimasta” sussurra a un certo punto a Nerea, che può ancora vedere, mentre lei può solo annusare il puzzo del male, del nemico, della morte. Si può anche decidere di guardare Occhiali neri appuntandosi su un pezzetto di carta tutte le inesattezze e le incongruenze della narrazione. Ma ci si dimostrerebbe solo ciechi di fronte allo schermo.

Info
Il trailer di Occhiali neri.
Occhiali neri sul sito della Berlinale.

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