Una femmina

Una femmina

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A vent’anni dalla vittoria al Bellaria Film Festival con il corto La sua gamba il cosentino Francesco Costabile esordisce alla regia di un lungometraggio con Una femmina, presentato a Panorama alla Berlinale. Un lavoro che mostra le ambizioni del regista ma denota anche qualche debolezza in fase di scrittura del personaggio centrale, interpretato dall’esordiente Lina Siciliano.

La calabrese ribelle

Rosa è una ragazza inquieta e ribelle, vive con sua nonna e suo zio in un paesino della Calabria tra monti e fiumare secche. La sua quotidianità viene improvvisamente stravolta da qualcosa che emerge dal suo passato, un trauma che la lega indissolubilmente alla misteriosa morte di sua madre. Cetta, è questo il nome di sua madre, muore misteriosamente quando Rosa è ancora bambina. Rosa conserva pochi ricordi, dietro quella morte vige la più assoluta omertà da parte della sua stessa famiglia. [sinossi]

Alla base di Una femmina, esordio alla regia per il quarantunenne Francesco Costabile che esce in sala in contemporanea con la presentazione alla settantaduesima edizione della Berlinale, dove prende parte al concorso di Panorama, c’è Fimmine ribelli. Come le donne salveranno il paese dalla n’drangheta, il libro-inchiesta scritto da Lirio Abbate e pubblicato nel 2013. Un volume che per la prima volta in modo sistematico si interrogava sul ruolo della donna all’interno delle ‘ndrine, e sul peso che una presa di coscienza femminile potesse avere nello smantellamento progressivo dell’organizzazione criminale calabrese. Lo stesso Abbate partecipa alla sceneggiatura del film, insieme al regista, a Serena Brugnolo e Adriano Chiarelli. C’è dunque un testo da “romanzare” nell’anima intima di Una femmina, prima incursione nel lungometraggio attesa dal regista e dagli addetti ai lavori da un ventennio, quando vinse con il cortometraggio La sua gamba il festival di Bellaria: è forse necessario partire da qui per cogliere il senso profondo di un film a suo modo coraggioso, così teso alla ricerca di un’immagine che abbia la forza di scardinare la prassi del “mafia movie” da affidare l’intero peso della narrazione sulle spalle di un’attrice giovane ed esordiente, Lina Siciliano. Una scelta che si dimostra vincente, perché lo sguardo mai riconciliato di Siciliano rappresenta con ogni probabilità l’apice del film, il punto di raccordo che permette di focalizzarsi sempre su quel che sta avvenendo in scena. E la messa a fuoco è proprio l’elemento da cui parte Costabile: l’incipit del film è infatti sfocato, un po’ per soggettivare lo sguardo – è l’occhio della protagonista Rosa a non poter mettere a fuoco nella memoria ciò che accadde quando era una bimba, e attorno a cui ruota il senso del racconto –, un po’ perché certi crimini forse sono così atroci da rendere impensabile una visione chiara.

Principia e termina con due sequenze visivamente molto forti, Una femmina, a testimonianza dell’ambizione registica di Costabile, e della sua sensibilità nel saper cogliere le asperità di una terra chiusa in se stessa. La faida raccontata nel film è tutta interna a un luogo piccolo, inospitale, arroccato sull’Aspromonte, e a combatterla sono famiglie altrettanto piccole, che possono contare su scarsa manovalanza e devono arruolare figli, nipoti, parenti prossimi. In questo budello incistato che si riempie di sangue, in questo circolo vizioso nel quale non sembra possibile trovare una svolta, o una via d’uscita, Costabile vorrebbe raccontare la storia di una presa di coscienza, e dunque una ribellione. Il sogno di una rivoluzione possibile che dall’interno sconquassi un modello di vita brutale, in cui maschile è sinonimo di predatorio, omicida, ma il femminile non sa – e non vuole – emergere in tutta la sua specificità. Se l’intento visionario è limpido nella sua immersione nell’oscurità, della quale accoglie tutte le gradazioni e sfumature del “nero”, la svolta narrativa che avviene nel momento in cui Rosa prende le redini della sua esistenza e mette in atto la sua rivalsa mostra ben più di una crepa strutturale. L’azione si fa confusa, anche perché quello che sembrerebbe – e dovrebbe essere – un piano ordito in ogni suo dettaglio per poter denudare la falsità e l’abominio del mondo in cui è stata cresciuta (l’ipocrisia del concetto di famiglia in primis, ovviamente, con la sua declinazione quasi sacrale) mostra non poche falle: la domanda che inizia a farsi largo riguarda il perché Rosa agisca in determinate direzioni se poi sembra non calcolare davvero mai le conseguenze di ciò che ha prodotto. Di fronte a queste apparenti incongruenze vengono sacrificati anche i personaggi più interessanti, a partire dal cugino Natale, il cui disequilibrio mentale, sovreccitato da un’educazione tutta tesa al predominio e all’esercizio del potere, scaturisce in forme belluine di violenza. Ma lo stesso discorso vale in fin dei conti anche per il pater familias, quel Salvatore cui dona profondità Fabrizio Ferracane, ma che con il progredire della narrazione perde buona parte della sua consistenza. E anche gli stati d’animo di Rosa appaiono illogici, quasi il cervello sia un muscolo inerte di fronte al subbuglio del cuore e dello spirito.

Sotto questo profilo appare esemplificativo il finale del film, che mette in sequenza un andamento quasi onirico che deflagra in una scelta estetica mortuaria e potentissima allo stesso tempo – e che dona il senso materiale della liberazione femminile dai legacci della tradizione mafiosa – e un momento consolatorio, quasi “istituzionale”, che sembra più al servizio del fare la cosa giusta che del senso del film stesso. A essere in qualche misura scisso a metà non è solo lo sguardo dell’incipit, dunque, ma anche quello di Costabile, che firma un’opera prima non in tutto convincente ma che fa filtrare tra le sue pieghe un indubbio talento.

Info
Una femmina sul sito della Berlinale.
Il trailer di Una femmina.

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