O trio em mi bemol

O trio em mi bemol

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Rita Azevedo Gomes adatta per il grande schermo Il trio in mi bemolle, il testo di Éric Rohmer concepito per il teatro. Lo fa come un film nel film, moltiplicando così i personaggi, come strumenti musicali, con la sua sublime direzione d’orchestra. O trio em mi bemol è presentato a Forum della Berlinale 2022.

Una musica vibra nell’aria

Jorge, un regista spagnolo, sta girando un film tratto da Il trio in mi bemolle, l’unico testo teatrale scritto da Éric Rohmer: Adélia e Paul si sono lasciati da un anno. Un giorno lei va a fargli visita. Durante l’anno si incontrano sette volte… [sinossi]

Il trio in mi bemolle avrebbe dovuto essere il quinto episodio di Reinette e Mirabelle ma, durante la scrittura del film, nel 1987, Éric Rohmer decise di svilupparlo come testo teatrale poi portato in scena da lui stesso al teatro Renaud-Barrault. Una pièce secca, dai dialoghi estremamente brillanti, come nello stile del grande autore, giocata sulle schermaglie di due ex-fidanzati che si ritrovano e i cui incontri proseguono nell’arco di un anno. A oggi è uno dei testi più usati nei corsi di recitazione, con due soli personaggi in scena, con una unità di luogo, l’appartamento di lui, e una scansione in sette quadri, in diversi periodi dell’anno, in cui a cambiare è semplicemente la scenografia del paesaggio che si vede dalla finestra, che riflette il passaggio delle stagioni. Il testo racconta il riavvicinamento di due ex fidanzati, con un sottotesto incentrato sulla musica, con una precisa orchestrazione delle dinamiche sentimentali di riavvicinamento dei due personaggi, con il riferimento al Trio Kegelstatt, K. 498, con pianoforte, per clarinetto e viola di Mozart. Rohmer non ha più sentito il bisogno di riportare questo testo su pellicola, l’avrebbero fatto altri: a ora risulta un film per la tv spagnolo del 1993. La regista portoghese Rita Azevedo Gomes arriva adesso a farci un film per il grande schermo, O trio em mi bemol, presentato a Forum nell Berlinale 2022.

Adélia e Paul si ritrovano, a casa di lui a un anno dalla fine della loro storia. Si raccontano le rispettive vite dopo quel momento, le nuove relazioni che hanno intrecciato. Ma un «cut!», esclamato da una voce fuori campo, interrompe bruscamente la scena: siamo durante la lavorazione di un film, a declamarlo è il regista Jorge. Rita Azevedo Gomes riporta il testo di Rohmer sotto forma di film nel film, facendo susseguire i sette episodi come recitati su un set. L’interruzione della voce del regista è solo uno dei raccordi tra set e realtà. In un altro momento il regista prepara la scena per poi uscirne, dando quindi l’attacco. La regista aggiunge così un’ulteriore dimensione su un testo che funziona sull’intertestualità con la musica, che ha una funzione primaria, metaforica e non solo. Rita Azevedo Gomes mescola, confonde in continuazione musica diegetica ed extradiegetica, del film nel film. Quando i due attori stanno provando una scena, per esempio, irrompe l’aria mozartiana della celebre Sinfonia 40: non può che essere extradiegetica, posto che su un set non si metterebbe la musica – lo faceva qualche regista ma si tratta di eccezioni –, a maggior ragione qui siamo solo davanti solo agli attori che provano la parte. Diegetico dovrebbe essere il suono del pianoforte in scena da parte di Paul, ma l’uomo a un certo punto alza le mani dalla tastiera e la musica prosegue magicamente. E così si arriva all’ultima scena del testo rohmeriano, il momento topico in cui rinasce il sentimento tra i due protagonisti sempre sottolineato dalla metafora musicale: qui Paul arriva a far accendere lo stereo, a far partire il Trio Kegelstatt, con un semplice gesto delle mani. Momento in cui Rita Azevedo Gomes fa compiere alla camera un movimento vertiginoso di 360°, estremamente dirompente in un film parco e rigoroso fatto quasi esclusivamente di inquadrature fisse. Il set teatrale del testo è reso con un appartamento algido, geometrico, in cui la mdp è posta in una diversa posizione per ognuno dei quadri, riprendendo la coppia ogni volta in una diversa composizione dell’immagine.

Le vicende umane del film nel film si incrociano con quelle del film. Fuori dal set vediamo la vita della troupe, a partire dalla figura del regista, quella di un intellettuale affascinante, solitario, spesso ripreso seduto sulla spiaggia, fronteggiando il mare. O trio em mi bemol si gioca anche su una polifonia linguistica, con il francese della recitazione, la lingua di Rohmer, e lo spagnolo e il portoghese parlati dalla troupe. Ma anche queste demarcazioni di realtà e finzione finiscono con il mescolarsi nel finale. Un’assistente di scena si occupa della preparazione della nave artificiale. Bizzarro su una spiaggia del Portogallo, ma quello è il luogo dove ricreare un interno parigino, al passare delle stagioni. E questa scena genera un’ulteriore simmetria con un gioco metalinguistico del testo: si parla di andare a teatro per vedere Il racconto d’inverno di Shakespeare, che può essere anche il titolo del film di Rohmer Conte d’hiver. Non un giochino metalinguistico sterile, O trio em mi bemol è una nuova sinfonia, orchestrata con grande tenerezza.

Info
O trio em mi bemol sul sito della Berlinale.

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