I cieli di Alice

I cieli di Alice

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La regista d’animazione franco-libanese Chloé Mazlo esordisce nel live-action con I cieli di Alice, già selezionato alla Semaine de la Critique nel 2020 (anno in cui l’edizione non si tenne). Un’opera che mette in scena la tragedia ricorrendo alle svisate favolistiche, ai fondali finti, all’animazione; se visivamente Mazlo riesce a cogliere nel segno, il racconto di una storia d’amore e delle sue “crisi” appare ben più canonico.

L’amore e le bombe

Negli anni ‘50, Alice lascia la Svizzera per il Libano. Non s’innamora solo del Paese ma anche di Joseph, un ambizioso astrofisico che sogna di inviare il primo cosmonauta libanese nello spazio. Dopo qualche anno, la guerra civile incrina il paradiso che Alice si è costruita e che cerca di proteggere con tutte le sue forze. [sinossi]

Era da oltre un decennio che il cinema francese attendeva l’esordio al lungometraggio di Chloé Mazlo, francese figlia di genitori libanesi: i suoi corti d’animazione (sovente mescolata alle riprese “dal vero”) furoreggiavano oltralpe, e nell’approcciarsi a I cieli di Alice – presentato alla Semaine de la Critique di Cannes nel 2020, vale a dire l’anno “fantasma”, quello in cui i film sono stati sostituiti dai bollini, e hanno vissuto nella realtà altrove, lontani dalla Croisette – è possibile rendersi conto del peso avuto nel corso del tempo da lavori brevi quali L’amour m’anime, Deyrouth, Conte de fées à l’usage des moyennes personnes d’après Boris Vian, Diamenteurs, Ashaman la diva, e in particolar modo quel Les Petits cailloux che nel 2015 a tutto il mondo transalpino con la vittoria del César per il miglior cortometraggio animato. Quasi fossero tappe di un percorso di crescita, e di conoscenza del mezzo, questi corti preconizzano in tutto e per tutto l’approdo all’opera prima, tanto nell’approccio ludico al concetto di rappresentazione quanto nella ricerca di un mood che sappia trovare un registro equilibrato tra melanconia e commedia, bizzarro e reale. Anche per questo, con ogni probabilità, I cieli di Alice è stato accolto con così evidente favore, in una sorta di “difesa d’ufficio” che nicchiava sugli aspetti meno convincenti del film. Nulla che sia arduo giustificare, visto che di fronte a una prima sortita dietro la macchina da presa si dovrebbe sempre mantenere il tatto dell’indulgenza, a maggior ragione quando di intuizioni brillanti ce ne sono in numero così cospicuo.

L’incipit de Sous le ciel d’Alice, così recita il titolo originale (assai più canonico quello in inglese scelto per la vendita internazionale, Skies of Lebanon, che per di più scarta dal personaggio principale per mettere al centro del discorso il luogo in cui è ambientata la vicenda), è davvero folgorante, sia per il ritmo del racconto, con una capacità di sintesi che può fare quasi completamente a meno delle parole, sia per le scelte visive che mescolano insieme tutte le tecniche d’animazione già sperimentate in precedenza da Mazlo. Ecco dunque il passo uno, i fondali disegnati, i modellini, in un percorso di ridefinizione del vero attraverso la lente deformante del fantastico che potenzia in modo esponenziale l’impatto di quella che dovrebbe essere la Svizzera degli anni Cinquanta: e anche alcune soluzioni favolistiche, come quella in cui Alice – vale a dire Alba Rohrwacher, che regge quasi da sola l’intero film, a dimostrazione della propria qualità attoriale – dopo aver informato i genitori di non voler tornare in patria per restare a vivere in Libano, dove ha incontrato l’amore della sua vita, taglia con le forbici le radici che le rendevano impossibile sollevare i piedi dal suolo, risultano perfettamente riuscite, quasi švankmajeriane nella capacità di fondere l’elemento visionario a quello psicologico e metaforico. Fondando la propria sceneggiatura, scritta a quattro mani con Yacine Badday, sulla storia della propria famiglia – i genitori della regista emigrarono in Francia proprio per sfuggire alla guerra civile scoppiata nel 1975 –, Mazlo la riveste di una tonalità irreale, quasi che la memoria abbia bisogno di una patina per non lasciarsi sopraffare dal dramma.

Se l’intento è lodevole, nonostante il rischio di qualche svisata in direzione del fiabesco à la Il favoloso mondo di Amélie, sorprende come la regista abbia preferito condensare questo lavoro sulla messa in scena quasi esclusivamente nella prima parte del film. Più I cieli di Alice si abitua a Beirut, e si addentra nelle questioni relative alla duplicità del concetto di crisi – politica, con la guerra civile, ma anche intima, con i problemi di coppia –, più la messa in scena si sveste della sua poeticità esibita. Si tratta di certo di una scelta consapevole, forse tesa a sottolineare l’impossibilità di mantenere una visione idealizzata della vita quando questa si trova a fronteggiare elementi catastrofici come una guerra: una scelta non banale, anche perché lascia lo spazio a un rigore formale altrettanto esibito, e quindi ancor più spigoloso nel prendere il posto della vitalità dell’animazione. Eppure il film tende progressivamente a perdere forza, quasi fosse depotenziato. L’impressione non è tanto che Mazlo non sappia gestire la messa in scena scevra di colpi di genio animati, ma che semmai abbia meno dimestichezza nel raccontare la decadenza, la disperazione, l’angoscia del vivere. Non si tratta dunque di un problema – se tal può essere definito – tecnico, ma strettamente filosofico: l’immagine di Mazlo è fatta naturalmente per essere sorprendente, e dinamica, e il minimalismo di una coppia sul punto di lasciarsi in una cucina cozza con tale direzione. Per questo I cieli d’Alice, pur senza mai scadere in modo assoluto, perde passo dopo passo consistenza, e reale interesse. Ciononostante resta l’impressione di aver assistito a un esordio interessante, e che fa aprire gli occhi su una regista che senza dubbio sarà da seguire con attenzione nel futuro prossimo.

Info
I cieli di Alice, il trailer.

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