Le variabili dipendenti

Le variabili dipendenti

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Lorenzo Tardella con Le variabili dipendenti racconta la fine dell’infanzia, i primi turbamenti erotici, la difficoltà a comprenderli e viverli. Un lavoro intimo, dominato da una regia che accarezza i suoi personaggi eppure non respinge un’asprezza di fondo, e che sembra muoversi in una direzione estetico-narrativa già esplorata da altre produzioni sulla breve distanza del CSC (Amateur di Simone Bozzelli e Notte romana di Valerio Ferrara). In Generation alla Berlinale 2022.

Provare a fare le missioni

Quando finisce l’infanzia? E cosa significa veramente l’intimità?Pietro e Tommaso sono alle porte dell’adolescenza. Si conoscono nel palchetto di un teatro, mentre le note di Vivaldi risuonano intorno a loro. È un primo bacio. È forse qualcos’altro? Quello stesso pomeriggio, circondati dal silenzio delle pareti di casa, cercheranno di scoprirlo. [sinossi]

“Ti sei bloccato a qualche missione?”, chiede Tommaso, che rimane stupefatto di fronte alla risposta di Pietro (“Non le faccio le missioni, in realtà”); “In che senso?” incalza allora Tommaso, quasi fosse impossibile comprendere la frase di Pietro, che risponde non senza imbarazzo “Nel senso che sono più un tipo da corri, spara… Ste cose qua”. Ma Tommaso non placa la sua incredulità: “Cioè, ma stai scherzando? Tu mi stai dicendo che non hai mai fatto una missione in vita tua”. Un dialogo del tutto consono fra ragazzini, perché le missioni di cui si parla, e così anche le corse e gli spari cui fa riferimento Pietro sono solo virtuali, nascono e muoiono nell’accensione e lo spegnimento di una Playstation. Le variabili dipendenti, in matematica, sono quelle variabili in cui esiste una relazione che le coinvolge tra loro, ed è di questo in qualche modo che parla il cortometraggio diretto da Lorenzo Tardella, neo-diplomato al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, che è stato presentato nel concorso riservato in Generation alla Berlinale ai lavori sulla breve distanza. Sono variabili dipendenti Tommaso e Pietro? Forse, probabile: lo sono perché c’è qualcosa che li lega, anche se non sembrano averne compiuta contezza. Il legame lo trovano sempre attraverso un medium, che li “protegga” dalla loro intimità: dapprima il palco del teatro dove ascoltano L’Estate di Vivaldi – il concerto più movimentato e “riottoso” tra Le quattro stagioni, e dunque anche quello che meglio di altri può raccontare il sommovimento del corpo adolescente –, e quindi la succitata playstation. Le variabili dipendenti, che è stato presentato nel concorso di Generation alla Berlinale riservato alle opere sulla breve distanza, è a sua volta scisso in due movimenti: il primo riguarda l’incontro di Tommaso e Pietro in teatro, il primo bacio nell’oscurità, al riparo da tutto e da tutti (in primis da loro stessi), mentre il secondo si svolge nell’appartamento di Tommaso, dove Pietro lo raggiunge sulla carta per dargli una mano a comprendere l’esercizio di matematica sulle variabili dipendenti, che il primo fatica a comprendere.

Questi i due atti attorno ai quali ruota la vicenda raccontata da Tardella, e che si basano sul principio di scoperta e nascondimento. Dopotutto le variabili dipendenti sono anche dette, a seconda del contesto, “variabili sperimentali” e “variabili misurate”. Cercando di non ingabbiare troppo i suoi due giovanissimi protagonisti (Simone Evangelista, che interpreta Pietro, e Mattia Rega nel ruolo di Tommaso), e di lasciarli naturali di fronte alla camera, Tardella sfrutta questo ballo a due per speculare su quel passaggio indefinito e rivoluzionario che lega l’ultima propaggine di infanzia agli sbalzi della pubertà. Muovendosi su quei volti, riflettendo sul momento indefinibile “quando con i primi peli le idee impazzano”, come cantava Giovanni Lindo Ferretti un trentennio fa, il regista cerca di comprendere la nascita del desiderio, e l’incapacità a definirlo, comprenderlo appieno, farlo proprio e gestirlo. Desiderio erotico, in primis, perché Pietro e Tommaso si baciano un po’ per scoperta ma molto per smania, ma non solo. Desiderio di potersi riconoscere nello sguardo altrui: a un certo punto, in un’inquadratura ricercata che vede i due ragazzi inquadrati dietro una pianta, Pietro guarda in camera. È un attimo, ma è il simbolo della ricerca di un altro da sé che possa comprendere, ma non solo, possa vivere allo stesso modo e con la medesima intensità le emozioni che si stanno provando, e che squarciano dall’interno. Lo fa Pietro con Tommaso, che sembra assai meno sicuro di sé e della propria voglia di sperimentare – invece il suo coetaneo mostra molta più consapevolezza, fino da andare a cercare con lo sguardo il punto del letto in cui era seduto l’amico –ma in una certa misura lo fa anche Tardella con lo spettatore. Questa ricerca della rappresentazione del desiderio, visto anche come chimera, o illusione, accomuna Le variabili dipendenti ad altre produzioni di cortometraggi portate avanti dal Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma e viste nei festival negli ultimi anni: si pensi ad esempio ad Amateur di Simone Bozzelli, o Notte romana di Valerio Ferrara. Tutti e tre alla ricerca dell’immagine impossibile davvero da comporre del desiderio ricambiato, del punto di connessione tra gli esseri umani. Tutti e tre alla ricerca del racconto di una formazione sentimentale, anch’essa forse impossibile, o per meglio dire perennemente in fieri. In appena un quarto d’ora Lorenzo Tardella dimostra di saper disegnare la traiettoria di un rapporto che è innanzitutto scoperta di sé, e della propria intimità. Un lavoro gentile, raffinato, dolcissimo ma non per questo dimentico dell’asprezza del vivere, e del vivere l’adolescenza. Quel momento indefinibile e assoluto in cui anche una frase come “Oh, mi prometti che ci provi a fare le missioni?” può rappresentare il mondo, e la speranza.

Info
Le variabili dipendenti sul sito della Berlinale.

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