Caveman – Il gigante nascosto

Caveman – Il gigante nascosto

di

Dedicato alla figura dello scultore e speleologo toscano Filippo Dobrilla, prematuramente scomparso pochi anni fa, Caveman di Tommaso Landucci è un omaggio in forma di documentario a un’idea d’arte libera, ingenua e spontanea, rintracciata nella vita e nelle opere di un artista decisamente singolare per le consuetudini del nostro tempo. Presentato alle ultime Giornate degli Autori veneziane, e adesso in sala.

Bella stanzina

Artista spontaneo e solitario, Filippo Dobrilla coniuga l’aspirazione a un’arte memore di antiche classicità con il proprio profilo di speleologo, intento a calarsi nelle profondità della terra e a lavorare anche a opere d’arte destinate a essere collocate in grotte e anfratti apuani. Prematuramente scomparso per un cancro alla gola, l’artista è indagato nelle sue scelte di vita, di creatività e nel suo rapporto con il business dell’arte, qui incarnato perlopiù nella figura di Vittorio Sgarbi, fra i primi a scoprirlo e ad apprezzarne i lavori… [sinossi]

Fuggire dove è solo Natura, dove non c’è intervento umano, dove non c’è folla né massa né rumore. La vicenda artistica e umana di Filippo Dobrilla, scultore e speleologo toscano prematuramente scomparso nel 2019, s’impernia innanzitutto intorno a un assoluto culturale che, come le stesse forme rese eterne dall’artista, innerva la storia del rapporto tra creatore e creazione fin dalle antichità greche alle quali le opere di Dobrilla hanno sempre fortemente alluso. Nella produzione di Dobrilla non troviamo conclamate provocazioni concettuali, oramai una sorta di neo-canone codificato per l’arte contemporanea. Tracce di contemporaneità, semmai, sono rilevabili nell’idea di ri-creare una nuova età classica, richiamandosi ad antichi modelli mitologici e sfidando semmai il terreno della realizzabilità in una frequente lievitazione delle dimensioni delle opere. Arte postclassica, potremmo dire, come avviene in parte anche nel cinema americano degli ultimi due decenni. In base a quanto emerge dalla visione di Caveman di Tommaso Landucci, bel documentario presentato alle ultime Giornate degli Autori veneziane e adesso distribuito in sala, il carattere anticamente classico ha costituito non soltanto la fisionomia delle opere d’arte realizzate da Dobrilla, ma ha nutrito anche il profilo umano dello stesso artista. Artista spontaneo, ingenuo, in stretto contatto e dialogo con la Natura, Dobrilla ha scelto di vivere lungamente isolato dal mondo, sulle colline fiorentine, occupandosi al contempo di arte, di allevamento di animali e di coltivazione della terra. In cerca di una sorta di nuovo Eden terrestre, dove i legami tra essere umano e Natura siano ripristinati al livello di una lontana e perduta comunione, l’attività di Dobrilla rifiuta recisamente l’arte impegnata, il mescolarsi con il reale – ammesso che, del resto, la fuga dalla massa e l’adesione a un modello di vita inconsueto, così come il richiamo all’arte classica, non costituiscano essi stessi un implicito e inconsapevole atto politico. Dal film di Landucci, Dobrilla emerge come artista ingenuo, pochissimo sovrastrutturato, e quel po’ di residuo strutturale che affiora dai suoi atti e dalle sue parole va comunque a radicarsi in un sostrato formativo atavico ed estremamente popolare. Classicità, sì, ma anche e soprattutto arte rinascimentale d’impronta squisitamente toscana – tra i modelli che con amabile schiettezza Dobrilla richiama, ricorre spesso il nome di Benvenuto Cellini. Nell’orizzonte antropologico di Dobrilla la credenza popolare fa il paio con la fulgida tradizione artistica toscana. Il più entusiasmante punto di fusione tra arte e leggenda di città è da rintracciarsi nell’aneddoto sul discepolo Zoroastro, servo di Leonardo che si prestò al sacrificio personale per testare le macchine da volo ideate dal genio di Vinci – a Firenze è diventata una specie di barzelletta popolare, declinata in decine di versioni diverse, specie dalle parti di Fiesole, dove presso le Cave di Maiano ebbe luogo (pare) il malriuscito esperimento. Dobrilla racconta l’aneddoto a un amico conferendo alle proprie parole una profonda risonanza tra infanzia, fiaba e folklore sotto accenti di profonda dolcezza nel ricordo della madre. In fin dei conti, ciò sembra assumere il più schietto profilo della figura di Dobrilla, un artista che impasta in sé classicità, Rinascimento, radici popolari e compenetrazione totale con la Natura. Nella sua fuga dal mondo, Dobrilla sembra riecheggiare il ben noto slogan dell’Arte per l’Arte, ma forse risulta ancor più corretto parlare di Vita per la Vita. Una vita senza arte non è vita. L’arte senza vita nemmeno. In alcuni dei passaggi più significativi di Caveman Dobrilla parla dell’atto artistico come momento erotico, e un Eros spontaneo e primigenio sembra innervare un po’ tutto il suo agire. Ancor più significativamente, Dobrilla giunge a sovrapporre la propria attività artistica con la coltivazione dei campi. I versanti esistenziali hanno bisogno uno dell’altro. “Se smetti di scolpire, ragioni meno con i fagioli”.

Se possiamo parlare di nuova classicità, è anche perché alcune delle opere di Dobrilla costeggiano temi omosessuali o, soprattutto, perché l’artista le concepisce per realizzarle e collocarle nelle profondità di grotte e anfratti apuani. In qualche modo, Dobrilla sembra voler utilizzare le materie prime provenienti dalla zona di Carrara per rielaborarle, dar loro vita e riconsegnarle poi alla Natura alla quale sono state sottratte. Inevitabilmente l’Arte viene dalla Natura, si nutre di essa, dei suoi materiali. Con atto di generosità circolare, Dobrilla sembra voler restituire alla Natura quanto le ha sottratto per soddisfare il proprio egoismo d’artista. È, anche, un’evidente fuga dal reale sulle orme di antichi miti – i giganti avrebbero dovuto vivere nelle profondità della terra. In tal senso, fare arte non si delinea per un elitario rifugio nella propria torre d’avorio, bensì per letterale atto fisico e agonistico, mettere in gioco il proprio corpo, metterlo a rischio in situazioni estreme, che il film di Landucci restituisce in tutta la loro concretezza corporea. Scendere nelle profondità significa spendere letteralmente il proprio corpo e la propria incolumità in sacrificio all’atto artistico.

Caveman adotta soluzioni stilistiche abbastanza consuete per il più recente cinema documentario italiano: pedinamento del proprio soggetto, scrutato e osservato nelle sue azioni, pensieri e comportamenti, recupero di vecchi materiali audiovisivi inutilizzati, o precedentemente utilizzati in altro modo, dove è possibile tornare in contatto con un giovane Dobrilla, intento a dare spiegazioni piacevolmente fresche e semplici del suo agire artistico, e poi scampoli dell’artista collocato in una quotidiana realtà sociale alla quale resta spesso vistosamente estraneo. Se per la famiglia l’artista conserva tratti di tenera complicità, il momento più critico emerge quando si tratta di far conoscere la propria arte tramite i consueti canali di divulgazione. Tra i principali estimatori dell’opera di Dobrilla vi è infatti storicamente Vittorio Sgarbi, che più volte fa capolino nel documentario di Landucci, testimone di piccoli o grandi eventi d’arte dove inevitabilmente l’arte stessa diventa oggetto di promozione e autopromozione. Niente di strano. Anche l’arte, per essere conosciuta, ha bisogno di essere pubblicizzata. I frammenti di vita sociale in mezzo a specialisti sono tra i momenti più felici del film. Il pedinamento di Dobrilla, radicalmente estraneo ai contesti radical chic in cui inevitabilmente sprofondano le inaugurazioni di mostre d’arte, rivela il prevedibile spaesamento di un artista che ha scelto l’isolamento in mezzo ai suoi miti naturali come unica possibile soluzione all’enigma della vita. Da questa realtà Dobrilla non prende stizzosamente e stucchevolmente le distanze. È soltanto un mondo che non parla il suo linguaggio, che non può capire, e nel quale vaga amabilmente con atto di commovente umiltà – all’inaugurazione di una mostra a Lucca si aggira come un qualsiasi avventore, per essere poi riconosciuto in un secondo momento e suggellare l’omaggio realizzato in suo onore con un delizioso “Bella stanzina…”.

Alle riconoscibili cornici stilistiche alle quali Caveman aderisce si accompagna anche un accentuato tentativo di lirismo, evidentemente suggerito dal dominante senso di morte che giocoforza aleggia sul film. Se l’ultima parte è infatti dedicata al mesto (ma estremamente asciutto) calvario di Dobrilla alle prese con la malattia, d’altro canto l’intero film è punteggiato di interventi in voice over che sembrerebbero evocare parole e pensieri dell’artista. La voice over è affidata ad Alessandro Benvenuti, e sulle prime l’effetto è abbastanza perturbante poiché i timbri di voce di Dobrilla e Benvenuti sono davvero molto simili. Con ogni evidenza è un effetto mimetico appositamente ricercato, che tuttavia risulta efficace solo a tratti. Di fatto Caveman non è soltanto un documentario, ma vuol essere anche un omaggio commosso, inevitabilmente celebrativo e a tratti agiografico. Al contempo, però, Landucci indaga con passo cauto anche le ragioni profonde del gesto artistico, dedicando ampio spazio alle idee di Dobrilla e dando forma al proprio film di piccolo saggio per immagini, simultaneamente specialistico e divulgativo. Un buon documentario, magari non nuovissimo nello stile ma animato dalla forza dirompente di un protagonista assolutamente affascinante.

Info
Il trailer di Caveman – Il gigante nascosto.

  • caveman-il-gigante-nascosto-2021-tommaso-landucci-01.jpg
  • caveman-il-gigante-nascosto-2021-tommaso-landucci-02.jpg

Articoli correlati

Array
  • Festival

    Il programma delle Giornate degli Autori 2021

    Le Giornate degli Autori, sezione parallela e autonoma della Mostra del Cinema di Venezia, compiono diciotto anni entrando dunque nell'età "adulta". Per il secondo anno la direzione artistica è affidata a Gaia Furrer, che prosegue l'indagine di un'identità che è politica, cinematografica, sociale, e personale.