Intervista ad Ali Asgari
Nato a Tehran, e diplomato in cinema in Italia, Ali Asgari ha realizzato una serie di corti che sono stati proiettati in ben 600 festival, tra i quali Cannes, Venezia, Sundance, BFI, vincendo almeno 150 premi. Il suo primo lungometraggio, Disappearance, sviluppato alla Cinefondation La Residence del Festival di Cannes, è stato presentato a Venezia e Toronto. Il suo secondo lungometraggio, Until Tomorrow, è stato presentato nella Berlinale 2022, in Panorama. Asgari è membro della Oscars Academy.
Abbiamo incontrato Ali Asgari durante l’ultima Berlinale.
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Puoi raccontarci la genesi di Until Tomorrow e i motivi del tuo interesse per la condizione delle ragazze madri in Iran?
Ali Asgari: Tutto parte da un cortometraggio che ho realizzato nel 2014, La bambina. Era una storia ispirata fin dall’inizio da un’immagine: la foto di due ragazze sedute per strada. Sembravano tristi, e stavano solo fumando. Mi è rimasta fortemente impressa nella mente. E poi stavo parlando con una mia amica e lei mi diceva che le sarebbe piaciuto molto avere un bambino, ma che suo padre non avrebbe accettato proprio questo genere di cose. E allo stesso tempo non era intenzionata a sposarsi. Quindi stavo pensando di collegare questa immagine con questa situazione. Ed è stato così che ho scritto questa sceneggiatura per il cortometraggio e ho poi pensato di espandere il cortometraggio, in un lungometraggio senza aggiungere troppi elementi. Si trattava quindi di mantenere una storia molto semplice, con pochi personaggi. E allo stesso tempo bisognava catturare il pubblico. Nei miei corti in due o tre minuti si capisce quale sia la storia, che poi si svolge su personaggi che cercano di risolvere un problema.
La struttura di Until Tomorrow in effetti ha elementi in comune con quella di Disappearance. In entrambi i casi abbiamo giovani protagonisti alle prese con un problema, legato alla morale, da risolvere in un certo periodo di tempo.
Ali Asgari: Nella mia vita sono molto in contatto con molti giovani perché vivo in una famiglia molto numerosa. Ho molte sorelle e fratelli che hanno figlie giovani. Questo è fonte di ispirazione per me, perché vedo quanto siano irrequiete e come stiano cercando di fuggire da tutte le regole della tradizione che esistono ancora in questa società, cercando davvero di trovare la loro strada nel modo che piace loro. Io sono il più giovane della mia famiglia, e ho visto come nostro padre, persona di idee tradizionali, affrontava la realtà e la crescita delle mie sorelle. Ecco perché scelgo di girare più film su questa generazione di giovani donne.
Abbiamo un’idea, probabilmente stereotipata, della società iraniana come fortemente conservativa. Pensi che queste nuove generazioni possano cambiarla?
Ali Asgari: Si, certo. Ecco perché ho deciso di finire il film in quel modo. È importante vedere che stanno combattendo per ciò che vogliono. A volte stanno infrangendo le regole ma solo per fare quello che vogliono. Per questo quel finale speranzoso, con la ragazza che cammina e sale per le scale accendendo tante luci.
Il film tocca due temi fondamentali, per l’emancipazione, femminile e per le nuove generazioni. Uno è quello della condizione di ragazza madre, l’altro è quello dell’aborto. L’ex-fidanzato della protagonista le rinfaccia di non aver scelto di interrompere la gravidanza avendo già trovato un medico disponibile. Qual è la situazione in Iran in merito a queste due tematiche?
Ali Asgari: Essere una madre single in Iran è qualcosa che non è affatto accettato. Ancora la società mantiene queste tradizioni per cui il matrimonio è qualcosa di importante. Volevo parlarne nel mio film come una cosa molto simbolica. Già vent’anni fa vivere con un ragazzo era qualcosa che nessuno avrebbe potuto accettare, senza il matrimonio. Ma ora è accettata la pratica cosiddetta del matrimonio bianco, un’unione senza alcun tipo di contratto. Ho molti amici che vivono con i loro fidanzati o con le loro ragazze, una cosa che vent’anni fa sarebbe stata impossibile. Era inconcepibile vivere con qualcuno che non fosse il marito o la moglie. Quindi considero questo come un passo avanti. In quest’ottica tra dieci anni per la ragazze si faranno ulteriori progressi. Ma bisogna che qualcuno lotti per questo, che si combatta per i propri diritti, perché le donne possano avere ciò che vogliono. Non voglio dire che questo è buono o cattivo, ma ciò che per me è importante è che ognuno abbia il diritto di fare quello che vuole, purché non si faccia del male a nessuno. Sai che va bene. Puoi fare quello che vuoi nella tua sfera personale. Sentire una ragazza di 22 anni che dice di volere un bambino, in Iran, rimane un qualcosa di dirompente. Per quanto riguarda l’aborto, questo è consentito entro 60 giorni dal concepimento. Non oltre perché si crede che poi lo spirito di Dio entri nel feto. Quindi è possibile ma non è che una donna possa semplicemente andare da un medico e dirgli: «Voglio abortire». Deve andare da un’organizzazione dove viene sottoposta a una serie di test, e poi firmare delle carte, per poterlo fare legalmente.
Quindi il titolo Until Tomorrow può essere letto anche come metaforico, alludendo al futuro dell’Iran?
Ali Asgari: Volevo mantenermi su un piano un po’ metaforico. Il concetto di “fino a domani” si sente molto nel film. Fino a domani puoi tenere la bambina, entro domani dobbiamo andare, entro domani torneremo. Fino a domani per la ragazza, fino a domani per una generazione. Quali saranno un domani le condizioni sociali di quella generazione? La nuova generazione deve combattere come lei che si batte contro tutto, si batte contro persone che ho scelto come rappresentative di diversi livelli della società. Compresi quelli che consideriamo intellettuali come il dottore. Mentre un autista di taxi o di ambulanza li aiuta senza niente in cambio. Ci sono la parte buona e quella cattiva della società.
Il film trasmette un senso di angoscia proprio in questa ricerca continua che viene sempre elusa. Come hai lavorato alla sceneggiatura?
Ali Asgari: L’ho scritta con Alireza Khatami. Era anche lui a Venezia nel 2017, a Orizzonti con Los versos del olvido per cui ha vinto il premio per la migliore sceneggiatura. Abbiamo deciso di mettere in Until Tomorrow alcuni elementi che sono comuni in Iran. Per esempio, è davvero qualcosa di comune che un avvocato venga arrestato dal governo perché accetta casi molto controversi. Volevamo mostrare diversi livelli della società senza dire molto su di essi. Volevamo accennare a qualcosa di scandaloso e aggiungere poi tutta una serie di cose che stanno succedendo. Dovevamo pensare a una serie di posti dove la protagonista veniva rifiutata. Non sarebbe stato interessante se lei fosse andata soltanto dall’amica con il suo successivo diniego. Così abbiamo deciso di mettere tanti elementi, come questa storia oscura, come l’avvocato, l’ex-fidanzato. Il tutto a diversi livelli della società, dall’intellettuale alle persone semplici che lavorano in un negozio o cose del genere.
Lei è in continuo spostamento, avete mostrato tantissimi ambienti. È stato facile ottenere i permessi per le riprese, per esempio nell’ospedale?
Ali Asgari: Volevo tantissimi movimenti per la ragazza, era quello che avevamo deciso, era la cosa più logica per lei, una ragazza così coraggiosa. Così ho deciso di spingere all’estremo questa tensione allo spostamento. Quindi ho deciso di stare molto in strada e di riprendere molte location. Abbiamo avuto tutti i permessi grazie all’influenza della mia produttrice, Niki Karimi, che è una famosa attrice iraniana e ha buone relazioni. Normalmente sarebbe abbastanza difficile ottenere tutti questi permessi per girare per strada, perché ci sono molte restrizioni, non puoi girare quello che vuoi, ci sono tantissimi controlli di polizia.
Come hai scelto l’attrice per il ruolo della protagonista Fereshteh?
Ali Asgari: Sadaf Asgari è mia nipote, abbiamo lavorato già in Disappearance, che è stato il suo primo film. Dopo il quale ha recitato in molti film, soprattutto arthouse. Mi basavo su di lei già mentre scrivevo il film. La trovo davvero talentuosa. E allo stesso tempo ha una faccia davvero innocente e anche gli occhi sono davvero innocenti. Il suo modo di guardare è davvero innocente. Sono stato molto contento del suo lavoro, il suo era un ruolo difficile.
Guardando oltre la fascia di età giovanile, il film rappresenta una generale condizione femminile difficile in una società ancora fortemente patriarcale.
Ali Asgari: Naturalmente è uno degli aspetti del film, mostrare che non viviamo in una società paritaria per donne e uomini. Ci sono molte restrizioni per le donne. Al giorno d’oggi la condizione femminile è ancora peggiore perché il nuovo governo sta introducendo un gran numero di limiti, soprattutto per la donna. Questo è uno degli aspetti più importanti del film, la situazione delle donne e, allo stesso tempo, come si organizzano per superare questi limiti perché la donne stanno davvero combattendo molto in Iran. Ed è per questo che ho creato questa strana atmosfera, per farla sentire e trasferirla al pubblico.
Until Tomorrow mi ricorda, per la struttura narrativa di una ricerca continua di qualcosa che non si trova, in particolare un film di Kiarostami del 1987, Dov’è la casa del mio amico?. Quanta influenza ha avuto su di te il cinema iraniano classico e quanta il cinema internazionale visto che hai studiato in Italia e in altri paesi?
Ali Asgari: Mi sono formato proprio quando un cinema iraniano, fatto di drammi sociali, era molto diffuso ai festival. Mi sono formato con questo cinema da cui ho tratto ispirazione, così come dal cinema straniero, specialmente dal neorealismo italiano. Ho studiato in Italia, e credo ci siano molte connessioni tra i registi del neorealismo e il cinema iraniano. Sono le mie due fonti di ispirazione ma voglio comunque fare un cinema che un po’ si differenzi. Non voglio che il cinema iraniano sia ripetitivo. Ci sono quindi delle somiglianze nel mio film, ma cerco anche di differenziarmi nella messa in scena, nell’approccio di regia, nell’approccio della fotografia. Non volevo fare un film semplicemente triste, per cui ho inserito delle situazioni divertenti che bilanciano la pesantezza di altre scene. E alla fine c’è speranza, c’è un atto di coraggio. Quanto a Kiarostami, nessun regista iraniano può dire di non essere ispirato da lui, dal suo messaggio di cinema.


La bambina segreta
Berlinale 2022 – Presentazione
Berlinale 2022
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