Full Time – Al cento per cento

Full Time – Al cento per cento

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Dopo aver preso parte alla Mostra di Venezia al concorso di Orizzonti, dove Eric Gravel è stato premiato per la miglior regia e Laure Calamy per l’interpretazione femminile, arriva in sala Full Time – Al cento per cento (in originale À plein temps), efficace per quanto non troppo originale racconto delle difficoltà quotidiane di una madre divorziata e lavoratrice. Gravel riesce a spingere lo spettatore in un gorgo infernale, trovando una brillante intuizione nel finale.

La mia vita è nella fretta, la mia strada si è ristretta…

Ogni giorno Julie si sveglia prima dell’alba, prepara la colazione ai due figli piccoli, li porta da un’anziana vicina di casa che fa loro da babysitter, si affretta alla stazione del paesino in cui vive per prendere un treno e poi una metro per raggiungere il centro di Parigi dove lavora in un hotel a 5 stelle come capo governante. La sua vita da madre divorziata e lavoratrice è una corsa contro il tempo e ogni dettaglio che non si incastra alla perfezione può incrinare tutto… [sinossi]

Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2021 nella sezione Orizzonti dove ha vinto il premio per la miglior regia e per la miglior interpretazione femminile, Full Time – Al cento per cento è il secondo lungometraggio del francese Eric Gravel che nel 2017 aveva esordito con Crash Test Aglaé, una commedia al femminile che parlava anche di delocalizzazione. Gravel riprende tematiche lavorative che intrecciano quelle esistenziali ma non ha gran voglia di divertire raccontando la storia di Julie (la brava Laure Calamy), ultraquarantenne divorziata, madre di due bambini che vanno alle elementari, la cui vita è una quotidiana corsa mozzafiato, un frenetica e devastante andata/ritorno tra il paesino di campagna dove vive e il centro di Parigi in cui lavora in un hotel di lusso. Per Julie la sveglia suona che è ancora notte e una volta aperti gli occhi (l’incipit del film) la donna e noi con lei non abbiamo più tregua, seguendo le sue vicissitudini per circa 10 giorni. Giorni sfortunati, in cui il persistente sciopero dei trasporti che paralizzò la Francia tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020 incrina la sua vita che deve essere scandita alla perfezione secondo per secondo al fine di far quadrare un’organizzazione casa-lavoro appesa a un filo. Ma Julie è indomita, talvolta quasi sfrontata nel sfruttare la sua posizione di capo governante dell’albergo a 5 stelle in cui lavora tanto da assentarsi durante il turno per fare un colloquio per una posizione lavorativa più consona alla sua qualifica di laureata e specializzata in economia: parecchie cose sono infatti andate storte nella sua esistenza, a partire da un matrimonio naufragato che le ha lasciato solo un padre assente per i figli, fino al “calcolo” sbagliato di smettere anni prima di lavorare per star dietro ai bambini che non vuol far crescere in un’anonima periferia alle porte della Ville Lumière ma in campagna dove possono avere almeno una casa graziosa. Quando Full Time inizia tutto questo è già accaduto e il film non illustra pedissequamente il pregresso ma lo fa scoprire allo spettatore tra le righe dei dettagli, non staccandosi mai la regia dal “qui e ora” della protagonista, pedinandola ossessivamente e non lasciando mai requie allo sguardo.

Seguendo uno stile di certo non nuovo ma declinato brillantemente, Gravel si rifà ai fratelli Dardenne e in generale al cinema sociale europeo (in particolare Full Time fa tornare in mente Le nostre battaglie del belga Guillame Senez, non a caso interpretato proprio da Laurie Calamy, ma in qualcosa ricorda anche Sole cuore amore di Daniele Vicari), costruendo un film che progressivamente vira allo scatafascio. Tutto è in perenne movimento, l’inquadratura non si ferma quasi mai e quando lo fa nell’immagine cambieranno velocemente le ombre o scorreranno paesaggi da un treno o da una metro e nei 90 minuti scarsi di Full Time “ci si stanca” efficacemente assieme alla protagonista. Il personaggio di Julie è sfaccettato, essendo una donna volitiva che fa di tutto per non abdicare a ciò che desidera e ritiene giusto: per non distruggersi in spostamenti difficili e lunghi, la donna potrebbe avvicinarsi a vivere a Parigi, dove però il suo stipendio le consentirebbe al massimo di abitare in un casermone periferico, cosa che non vuole per i suoi figli; nonostante Julie abbia lasciato un lavoro all’altezza delle sue qualifiche anni prima, la protagonista vuole ora trovare qualcosa che le dia anche soddisfazione come lavoratrice e non solo un impiego di ripiego; Julie non è neppure una madre disattenta e si scapicolla per stare assieme ai bambini nel week-end. Ma il mondo non è un posto gentile, la Francia degli scioperi è in fiamme, le aspirazioni e le volontà individuali non sembrano contare molto soprattutto se si è sbagliata strada già una volta nella vita. Attorno a Julie si muovono tanti personaggi secondari che vanno a comporre un quadro comunitario ugualmente ben calibrato: la donna può contare su persone che le danno una mano anche se a volte si irritano (la vicina di casa che le tiene i figli dall’alba alla sera), ma ognuno ha le sue necessità o deve tener fede al proprio ruolo come nel caso della sua capa nell’albergo che non le è necessariamente ostile ma è a sua volta parte di una catena di comando. E i comportamenti della risoluta Julie, d’altro canto, non sono sempre corretti e recano danno ad altre persone come alla giovane cameriera che dovrebbe formare e a cui invece procura solo guai. Gli stessi scioperi, che conducono la situazione di Julie allo stremo, sono portati avanti da lavoratori che lottano per una vita decente (la protesta era contro la riforma delle pensioni voluta da Macron). Monadi in un’allucinazione metropolitana e in lotta per la sopravvivenza quotidiana, nessuno fa qualcosa contro gli altri ma ogni azione può incidere sulla vita di chi ci sta accanto, nell’indifferenza assoluta. Nulla di nuovo o inedito in Full Time ma va certamente riconosciuta al regista la capacità di accompagnare lo spettatore in un gorgo infernale e in un progressivo, quasi invisibile, cambiamento di toni: non che esordisca come una commedia, ma il dipanarsi della vicenda porta il film a picchi che forse non ci attenderemmo o che, pare suggerirci Gravel, non vogliamo attenderci mentre sono già lì, conseguenze di un già accaduto, di qualcosa che è già andato a rotoli. Così risulta molto intelligente il finale, che sta allo spettatore dirimere fino in fondo: cosa accade veramente risulta una scelta di visione, sentimentale ma anche politica.

Info
Il trailer di Full Time – Al cento per cento.

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