Ananda
di Stefano Deffenu
Con Ananda Stefano Deffenu, attore feticcio di Bonifacio Angius, esordisce alla regia di un lungometraggio vagando per l’India alla ricerca di una tribù mitica abitata solo da bambini. Un’opera volutamente caotica, liberissima, con tutti i rischi che ciò può comportare, che diventa viaggio alla disperata ricerca di sé, e nel tentativo forse impossibile di elaborare il lutto. Un film utopico all’inseguimento dell’utopia.
Diario di viaggio
Il personale diario di viaggio di un ingenuo sognatore alla ricerca di un’antica leggenda raccontata da un cialtrone. Un vagabondaggio nell’antica India, dove il tempo che passa, porterà lo sguardo del viaggiatore a confondersi tra l’illusione di false verità e la consapevolezza di una bugia che pare più vera del vero. La ricerca di una tribù di bambini fantasma, gli Ananda, che appare e scompare lungo una strada densa di magia e di primitiva superstizione condurrà alla ricerca di un sogno perduto. [sinossi]
Cos’è Ananda, lo stato di beatitudine in tutto e per tutto spirituale di cui si parla nella religione induista? O forse è una mitologica tribù di bambini che ha rigettato in toto il mondo degli adulti e vive nella perenne gioia? Ananda forse, ed è in questo che va rintracciato il senso del film con cui esordisce al lungometraggio Stefano Deffenu, è l’utopia di un luogo che non esiste perché non può esistere, al di fuori del mondo. Un luogo misterico e protettivo, che permette la sopravvivenza. Perché Ananda è un film di viaggio, anche scorbutico e privo della grazia che dovrebbe appartenergli: un film rapsodico, imbastardito, istantaneo. Verissimo. Ma è in realtà la lunga e articolata elaborazione di un lutto, il superamento del senso di sconfitta dell’umano, che potrà provare ad arginare ogni cosa, ma non il limitar della vita. Ed è dunque un film che nasce dalla morte, quello di Deffenu, anche se poi si muove altrove, rintraccia in ogni inquadratura, anche la più sgrammatica, sballata, sbagliata, la stilla della vita, il proseguire con l’esistenza, con il suo senso che non è dato solo dal reiterarsi di un sistema, ma dalla sua messa in circolo, dal desiderio di comprenderlo, e forse persino distruggerlo quel sistema. Deffenu, che ha viaggiato in India con un sodale occidentale, Pierre Obino, accreditato per questo alla voce sceneggiatura (dove si trova anche il nome di Bonifacio Angius, che produce con Il Monello Film e che ha diretto Deffenu in diverse occasioni, da Sagràscia a Perfidia, fino al recente I giganti), tenta di superare attraverso il cinema, e la conoscenza del mondo, la perdita del fratello gemello Giancarlo. Un’elaborazione del lutto che diventa tentativo di scoperta di sé e della propria intimità: come fosse spinto in avanti dal γνῶθι σεαυτόν greco, Deffenu si muove per questo territorio ignoto e selvaggio alla ricerca di se stesso, e dunque del mondo. Nel confronto tra interiorità ed esterno, tra interpretazione di sé e dialettica con lo straniero, si trova il senso intimo e la forza primigenia di Ananda.
Un viaggio liberissimo, perfino sconclusionato, che forse ha un unico difetto: voler apparire normale, trovare una forma aperta a tutti in maniera indiscriminata. A questa esigenza con ogni probabilità sono da attribuire determinate scelte, a partire dalla suddivisione in capitoli del racconto, evidente desiderio di strutturare questo insieme di immagini, coordinandole in un senso chiaro, inappellabile, assoluto. Si apre però uno scontro immediato tra questa catalogazione certosina e la barbarie cinematografica di Deffenu, che in barba finalmente alle regole del “bello sguardo” concede a se stesso in primis, e allo spettatore, una materia amatoriale, distante dalla calligrafia esatta del cinema industriale, rabbiosamente personale. Perché poco per volta, durante la visione di Ananda, accompagnati dalla voce a tratti sgraziata e dunque di nuovo inesatta – secondo il galateo di un cinema preconfezionato – dello stesso regista, che appunta come un controcanto del pasoliniano Appunti per un film sull’India le percezioni e le intuizioni dati da incontri e luoghi, ci si rende conto di quanto barbarico, alla maniera dello yawp di whitmaniana memoria, sia il percorso che si sta affrontando. Un percorso di sedimentazione, perché Deffenu ha messo mano al montaggio solo anni dopo il viaggio, cercando di tenere all’interno del film tutto ciò che avesse avuto modo di conoscere di persona, di vedere, di registrare: così Ananda non può fare a meno della sua natura caotica, per quanto in parte cerchi di imbavagliarla. Per quanto sia un’amatoriale ripresa di un viaggio in India, del subcontinente arriva un’immagine volutamente discordante con quella canonica, fatta di luoghi inospitali, casette poverissime, fango. Un mondo arcaico e improvvisato a un tempo, che l’occhio occidentale di Deffenu non può far altro che riprendere nella superficie, cercando altresì in sé il senso di quel mondo. Così si arriva all’Himalaya, al mito dei miti – la spedizione di Alessando Magno –, dove esiste addirittura una legge locale che impedisce a occidente e oriente di confrontarsi, toccarsi, comprendersi. È il fallimento, in qualche misura, a dominare il viaggio, ma anche la perpetua certezza di potersi ritrovare, alla fine di tutto. Anche del mondo. Ananda è un esordio liberissimo, vitale perché non costruito, nonostante qualche tentativo di irreggimentazione.
Info
Ananda, il trailer.
- Genere: documentario
- Titolo originale: Ananda
- Paese/Anno: Italia | 2020
- Regia: Stefano Deffenu
- Sceneggiatura: Bonifacio Angius, Pierre Obino, Stefano Deffenu
- Fotografia: Stefano Deffenu
- Montaggio: Stefano Deffenu
- Colonna sonora: Francesco Simula, Luigi Frassetto
- Produzione: Il Monello Film
- Distribuzione: Il Monello Film
- Durata: 60'
- Data di uscita: 23/03/2022





La crisi dell’umanità – Intervista a Bonifacio Angius
I giganti
Intervista a Bonifacio Angius
Destino
Ovunque proteggimi
Perfidia
Sagràscia