Atlantis

I paradossi della Storia. Quando venne presentato alla Mostra di Venezia nel 2019 (in concorso nella sezione Orizzonti) Atlantis di Valentyn Vasyanovych venne letto come un film che utilizzava la distopia per raccontare i timori dell’oggi in Ucraina. Oggi, con Wanted che lo porta in sala a un paio di settimane di distanza dal più recente Reflection, Atlantis appare in tutta la sua tragica attualità. E dimostra, nella sua adesione umanista, quella complessità che viene aprioristicamente negata.

I morti non hanno divisa

Ucraina orientale, in un futuro molto prossimo. Un deserto inadatto alla presenza umana. Sergeij, un ex soldato che soffre di stress post- traumatico, non riesce ad adattarsi alla sua nuova realtà: una vita a pezzi, un Paese in rovina. Quando la fonderia in cui lavora chiude definitivamente, Sergeij trova un modo inaspettato di cavarsela, unendosi alla missione volontaria del Tulipano Nero, specializzata nel recuperare cadaveri di guerra. Lavorando accanto a Katya, capisce che un futuro migliore è possibile. Imparerà a vivere senza la guerra e ad accettarsi per quello che è? [sinossi]

Dopo aver portato in sala Reflection, che prese parte all’ultimo concorso veneziano, Wanted Cinema continua nella sua opera di distribuzione dei lavori di Valentyn Vasyanovych, e torna di poco indietro nel tempo recuperando Atlantis, che trionfò nella sezione Orizzonti della Mostra 2019. Contestualmente il prossimo 28 aprile metterà a disposizione degli esercenti Bad Roads, l’ottimo esordio di Natalya Vorozhbit che partecipò nel 2020 alla Settimana Internazionale della Critica, sempre al Lido. La distribuzione italiana, nel pieno di uno scenario bellico, si ricorda dei film ucraini che nel corso di questi anni hanno tentato di raccontare il conflitto già in atto – il Donbass è teatro di guerra dall’aprile del 2014, per quanto i media italiani pensassero fosse poco interessante posare lo sguardo in quella direzione. Si torna dunque a ragionare sul tempo: il tempo di un recupero distributivo/critico tardivo, per quanto comunque utile. Il tempo su cui riflette lo stesso Vasyanovych, perché Atlantis dichiara fin dall’incipit di essere ambientato nel “2025, poco dopo la fine della guerra”. Si è sul confine orientale, ovviamente, e dunque il riferimento è alla Guerra del Donbass, che il regista ucraino considera decennale; ma non si può non guardare questa nazione in rovina, mostrata come un lungo enorme deserto in cui non è più neanche possibile bere l’acqua, senza far correre la mente alle immagini quotidiane che vengono da lì e dal resto dell’Ucraina. Immagini che parlano di guerra, e di devastazione. È come se Atlantis iniziasse alla fine di questo conflitto, dopo l’orrore di Mariupol’ sventrata. Tre anni fa Vasyanovych già parlava all’occidente, e raccontava la tragedia del suo Paese. La visione del futuro diventa racconto del presente, la distopia si fa cronaca.

Chi avesse ancora negli occhi la potenza visiva di Reflection sa cosa aspettarsi dall’impianto scenico lavorato da Vasyanovych: quadri in gran parte fissi, inquadrature sovente frontali, e che lavorano sulla spazialità prima ancora che sulla profondità, ricorso al piano sequenza. Si accede ai film di Vasyanovych lasciandosi immergere nella sua visione, che prevede che il paesaggio, sempre co-protagonista (si tratti di città o di zone brulle), dia la temperie tanto naturalistica quanto culturale, antropologica. Perché Vasyanovych parte sempre dall’umano, e all’umano tende ad arrivare. Lo testimoniano la prima e penultima sequenza di Atlantis. In entrambi i casi il regista ricorre alla camera termica: nella prima si assiste al massacro di un soldato da parte di “nemici”, nella seconda un uomo e una donna si stringono l’uno all’altra. Si inizia con la negazione dell’umano, e la sua eliminazione, e si termina con la riaffermazione dello stesso. L’utilizzo della camera termica non è solo un espediente visivo che conduce le due sequenze al limitar dell’astrattismo: là dove l’occhio umano non potrebbe accedere, non potrebbe vedere, è il cinema a potersi spingere, grazie al calore dei corpi che si trasforma in luce. L’immagine è “merito” della tecnica, ma è possibile solo grazie la vita, anzi attraverso la vita. Solo l’essere umano ha senso, ancor più in un futuro prossimo in cui la terra è completamente inquinata dalle bombe lanciate – non si sa da chi, perché in Atlantis le due parti in lotta sono interscambiabili –, e l’acqua non è più potabile. Proprio per portare acqua in giro per un’area desertificata ma in cui ancora alcuni vivono, e altri lavorano, l’ex soldato Sergeij viene messo alla guida di un camion/betoniera. Se in Reflection i camion in piena guerra servivano a trasportare i forni crematori mobili (di cui si sta parlando anche in questi giorni, a dimostrazione di nuovo di come la finzione sia una forma di racconto della realtà), in Atlantis gli stessi trasportano acqua, o servono a recuperare i cadaveri oramai scheletrici abbandonati da anni sul terreno.

Il lavoro è un altro elemento fondamentale di Atlantis: la fine della guerra porta anche allo smantellamento della fonderia in cui lavora Sergeij (e nella quale si è suicidato il suo unico amico, lanciatosi direttamente nel magma di fuoco), perché l’Occidente che ha “aiutato” l’Ucraina ora l’abbandona al suo destino, delocalizzando altrove. Ricorrendo anche a immagini che rimandano all’avanguardia sovietica Vasyanovych si permette, come farà anche nel film successivo, quella complessità nella lettura della situazione del suo Paese che non sembra essere concessa in questa fase di bellicismo così paradossale da far mettere alla berlina perfino l’ANPI. L’Ucraina post-bellica è un deserto che ha vissuto l’Apocalisse. Chi lavora al recupero dei cadaveri non si fa scrupolo di giudicare questo o quell’altro morto, quale che sia la divisa che indossa. I morti sono morti. Scheletri a cui è doveroso dare sepoltura. In qualche misura è come se Vasyanovych si confrontasse con l’immagine de L’arpa birmana di Kon Ichikawa, capolavoro insuperato del cinema pacifista. L’unico modo per recuperare l’umanità è dare sepoltura, donare dignità a chi è morto, fosse esso ucraino o russo. Perché è grazie all’atto umano che si può tornare a vivere una speranza impossibile, in uno spazio in cui perfino il rapporto sessuale – elemento basico di vita – deve essere compiuto mentre si è circondati di morti. Nella sua ri-creazione della vita Vasyanovych insegue la luce, e nella sua forma apparentemente astratta non c’è spazio per l’asettico; perfino le lunghe e dettagliate messe in scena all’obitorio, dove i corpi oramai disfatti dei cadaveri recuperati sul campo vengono analizzati, cercano disperatamente di rintracciare stille di vita. L’umanità può ancora tornare a respirare all’aperto, ma ciò che si trova davanti sono le ciminiere di una fabbrica dismessa. Prima bombardata, poi smantellata. La post-apocalisse è quello che c’è già, canterebbe Giovanni Lindo Ferretti.

Info
Il trailer di Atlantis.

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