Noi due

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Noi due era tra i titoli della versione “pandemica” di Cannes, quella del 2020, e ora arriva in sala con Tucker Film. Il cinquantatreenne israeliano Nir Bergman dirige un dramma famigliare attento ai dettagli, minimale, irrorato di dolcezza e di quando in quando incline alla facile retorica.

Pedalando senza fretta

Tel Aviv. Oggi. Aharon, ex disegnatore di talento ed ex marito di Tamara, ha rinunciato alla carriera e ai legami per dedicarsi totalmente al figlio Uri. È una dimensione parallela ed esclusiva, quella dentro cui camminano assieme, fatta di complicità e di abitudini incrollabili, di giornate rassicuranti e sempre uguali. Uri, per Ahron, è ancora un bambino, un bambino che ama la pasta a forma di stella, i pesci del suo acquario e “Gloria” di Umberto Tozzi, ma Tamara sa che il tempo ha bussato alla porta: Uri, piccolo adulto, ha bisogno di aprirsi lentamente al mondo. Agli altri. Alla condivisione di nuovi riti e di nuovi spazi. Una prospettiva, la “nuova casa”, che spezza il cuore del padre e terrorizza il figlio. Accettare il trasferimento in un centro specializzato o tentare di fuggire, maldestramente, negli Stati Uniti? [sinossi]

Un padre e un figlio, due biciclette, una quotidianità a Tel Aviv. Di questo si compone in fin dei conti Noi due (nell’originale ebraico Hine Anachnu, traducibile con “Eccoci qui”), quinta regia per il cinema dell’israeliano Nir Bergman, molto attivo anche in televisione – ha creato e diretto BeTipul, il serial da cui la HBO trasse In Treatment – che fu tra i titoli bollinati dal Festival di Cannes nel 2020, l’edizione che non si tenne ma per la quale vennero comunque selezionati i film. Il padre in questione, Aharon, era un disegnatore di talento, ma il verbo va declinato al passato perché ha lasciato ogni tipo di lavoro per occuparsi a tempo pieno del figlio Uri, che ha una ventina d’anni ed è autistico. Bergman è attento fin da subito ai dettagli, e organizzando una serie di inquadrature sempre aggraziate riesce a far percepire allo spettatore il senso della routine, di una quotidianità replicata, perennemente uguale a sé stessa, potenzialmente infinita. In questo schema irrompe l’ex moglie di Aharon, Tamara, che vuole che suo figlio possa relazionarsi finalmente con il mondo esterno, e propone che vada in un istituto specializzato. Questo elemento di rottura della prassi provoca la crisi di Aharon, che è a ben vedere il centro nevralgico del film, e che appare anche in qualche misura la sostanza più interessante della vicenda narrata: Noi due mette in scena senza dubbio la relazione affettiva tra un padre e un figlio adulto ma in realtà psicologicamente rimasto in un’età infantile, ma si interroga soprattutto sulle fragilità del padre. È Aharon a non essersi mai staccato da Uri, e non il contrario: è lui a non “accettare” l’evoluzione e la crescita del figlio, e a volerlo ancorare ad abitudini bambinesche. È lui, infine, a desiderare davvero la fuga, in un impeto onirico che com’è inevitabile dovrà scontrarsi con la realtà.

Se questo è il passaggio chiave del film, Bergman sembra però volerlo davvero approfondire solo a tratti. Il suo è un approccio gentile alla materia, minimale e trattenuto, e che non si addentra mai più di tanto nelle reali sinapsi dei personaggi: pur essendo la sua una regia “anticlimatica” non evita un paio di scene madri, che dopo aver suggerito un rigore formale più o meno strutturato – si tratta in particolar modo di un formalismo nella costruzione del quadro – si lascia sedurre dalla tentazione di un ricorso alla retorica più evidente, perfino concentrandosi sugli occhi lucidi di Aharon. Quel che viene fuori è un film senza dubbio efficace, del tutto credibile nella sua progressione emotiva, che sa restituire la profonda dolcezza che Aharon nutre nei confronti del figlio, e che dal figlio viene restituita; un film popolare, senza particolari velleità espressive o contenutistiche (il pubblico può con grande facilità anticipare tutto quel che avverrà in scena, e le direzioni che verranno prese), ma che riesce con grande efficacia a tradurre il senso di disperazione di Aharon, e la difficoltà estrema nell’accettare una vita che dovrà necessariamente modificarsi. A correre incontro al regista sono le ottime interpretazioni di Shai Avivi (che qualcuno ricorderà in Una settimana e un giorno, esordio alla regia di Asaph Polonsky) e Noam Imber, eccellente nel ruolo di Uri e già apprezzato tra gli altri in Beyond the Mountains and Hills di Eran Korilin: sono loro a reggere il peso del film, e a restituirne la verità. Una ricerca di veridicità che è anche alla base del progetto, visto che la sceneggiatrice Dana Idisis si è ispirata alla sua stessa famiglia, avendo lei un fratello minore autistico e oggi proprio ventenne: al suo svezzamento dedicò nel 2013 il documentario Seret Bar Mitzvah (a livello internazionale noto con il titolo Turning Thirteen), che ragionava proprio sul passaggio da infanzia a età adulta per un ragazzino solo in parte consapevole del mondo esterno.

Quella verità in Noi due è adornata di inquadrature geometriche, accompagnata dalle note di Gloria di Umberto Tozzi – una delle canzoni più onnipresenti nel cinema contemporaneo –, di bozzetti umoristici, di vagheggiamenti chapliniani, con tutte le differenze del caso. Anche quando sembra sul punto di lasciarsi andare a una retorica eccessiva, Bergman ha il pregio non indifferente di sapersi sempre trattenere, pur senza perdere il contatto emotivo con i suoi personaggi. Un’opera semplice ed efficace, che saprà intenerire anche il più coriaceo degli spettatori.

Info
Il trailer di Noi due.

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