Un ettaro di cielo

Un ettaro di cielo

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Un ettaro di cielo rientra nel novero dei film italiani ingiustamente dimenticati: esordio e quasi opera unica di Aglauco Casadio, il film è una commedia “di provincia”, ambientata sul delta del Po, che si rivelò un insuccesso al botteghino (uno dei pochi da produttore per Franco Cristaldi) nonostante l’interpretazione di Marcello Mastroianni. Merita una riscoperta tardiva.

Severino Balestra, ambulante

In uno sperduto paesino alla foce del Po si svolge ogni anno una fiera a cui partecipa Severino, un simpatico venditore. I pensionati che vivono in miseria, credono alla sua proposta: comprare un ettaro di cielo per poter vivere bene dopo la morte. [sinossi]

Migliarino, il paese in provincia di Ferrara in cui è ambientato Un ettaro di cielo, non c’è più. Il 6 ottobre 2013 gli abitanti del comune, come quelli dei limitrofi Migliaro e e Massa Fiscaglia, hanno votato per far confluire le tre cittadine in un’unica nuova realtà, Fiscaglia. Era un paesotto piccolo, Migliarino, e sconosciuto ai più, tranne forse gli affezionati cultori del trotto, visto che nell’area urbana si trova il particolare museo dedicato in forma esclusiva alla disciplina dell’ippica. È in ogni caso probabile che siano di più i visitatori annuali del museo delle persone che serbano memoria di Un ettaro di cielo, e del suo regista. Aglauco Casadio, e non c’è dubbio che il film lo testimoni, si struttura come poeta alla corte di Curzio Malaparte, per poi iniziare a lavorare nell’ambito del documentario: dopo quello che resta come il suo unico lungometraggio di finzione Casadio tornerà proprio al documentario, seppur per un breve periodo, prima di far perdere le tracce di sé. Le informazioni su di lui sono così scarse che stando a quel che si può reperire in rete il regista faentino sarebbe ancora vivo: se così fosse oggi avrebbe la rispettabile età di 104 anni. È davvero sorprendente che così scarno e scarso sia stata il tentativo di riscoprire Un ettaro di cielo e la filmografia del suo autore. Sorprendente non tanto per il fatto in sé, perché non è raro per chi si occupa di cinema italiano imbattersi in film perduti, dimenticati, abbandonati ingiustamente al loro destino, all’oblio: anzi, si potrebbe perfino scrivere una controstoria del cinema italiano analizzando solo ed esclusivamente questa tipologia di titoli. Non è dunque questo a stupire, quando ci si sofferma sull’ingrato destino cui è andato incontro Casadio con la sua opera prima e ultima allo stesso tempo. Stupisce semmai che un film completamente dimenticato abbia per protagonista Marcello Mastroianni. Stupisce che alla voce sceneggiatura, oltre al nome del regista, si possano trovare quelli di Ennio Flaiano, Tonino Guerra, ed Elio Petri. Stupisce, infine, che il produttore sia Franco Cristaldi, vero e proprio re Mida del cinema italiano. La domanda dunque è lecita: com’è possibile che un film prodotto da Cristaldi, interpretato da Mastroianni, scritto da tre dei nomi più rilevanti del cinema italiano, così intriso di fellinismi da avere anche Nino Rota alla colonna sonora, sia stato del tutto rimosso dall’immaginario collettivo?

Certo, non contribuì alle sorti del film di Casadio il pessimo risultato al botteghino: Cristaldi credeva profondamente in questo esordio, probabilmente proprio perché sperava di replicare i fasti ottenuti (con altri produttori) da Federico Fellini. Riminese quest’ultimo, come enunciato al di là di ogni possibile dubbio ne I vitelloni – che però era stato pensato per Pescara dal pescarese Flaiano –, faentino Casadio; attratto dal baraccone da circo Fellini, interessato alle sagre di paese e alla loro multiforme fauna Casadio. Nell’ottica di Cristaldi Un ettaro di cielo avrebbe dovuto inserirsi in quel filone della commedia (che non era ancora all’italiana, almeno non in forma compiuta) che prendeva spunto dal neorealismo prendendone le figure chiave, derelitti alla ricerca di una propria dimensione, ma spingendole in direzione della fiaba, e di una rappresentazione pacificata, o meglio in via di pacificazione. Per quanto il pubblico all’epoca abbia voltato le spalle al film, che raggranellò poco meno di 70 milioni di lire al botteghino – risultato tra i peggiori dell’intera carriera produttiva di Cristaldi –, Un ettaro di cielo concentra l’attenzione su una zona periferica dell’Italia per mostrare il volto universale della provincia, vista come l’anima pura di una nazione tesa verso la modernità – si è all’inizio del boom economico. Il delta del Po, spazio liminare chiuso in se stesso quasi per antonomasia, diventa il simbolo di un’Italia proletaria che è alla ricerca disperata e un po’ sognante di un futuro che le è stato promesso ma non sembra mai arrivare. Per questo i tre anziani possono essere raggirati con grande facilità da Severino Balestra, l’ambulante che si industria in ogni maniera possibile e immaginabile e arrivare a truffare i vecchi pescatori vendendo lo “un ettaro di cielo”, spazio ideale di cui però potranno godere solo una volta morti. Perché allora non accelerare i tempi e togliersi la vita, così da poter profittare immediatamente dell’acquisto?

Contrariamente a quanto accade ai cittadini del paese del ferrarese Severino è stato in giro per l’Italia, ha visto la grande città, è un uomo moderno. E perché mai in un mondo moderno non dovrebbe esistere un’azienda in grado di vendere spazi di cielo, porzioni di paradiso? Dopotutto se è vero quel che racconta Severino – e ovviamente non è vero – una marmotta è riuscita a resistere alle nefaste radiazioni di una bomba nucleare grazie a un miracoloso unguento protettivo che lui può facilmente fornire a chi fosse interessato al prodotto. Casadio, mostrando una notevole capacità di maneggiare una materia insidiosa come il grottesco, firma una commedia nera che con crudeltà sa raccontare le miserie di un Paese uscito traumatizzato dalla guerra e alla mercé di chiunque sappia e voglia approfittarsi della sua ingenuità, ma allo stesso tempo dimostra di saper amare i propri personaggi, cercando di comprenderne l’anima, e di trovarvi all’interno il meccanismo utile al disinnesco proprio della suddetta crudeltà. Se il ghigno sardonico che fa capolino di quando in quando fa intravvedere il contributo di Flaiano, e il delicato lirismo di alcune situazioni appartengono alla poetica di Guerra, lo sguardo sul sistema umano e la sua quotidiana e naturale sfida al sistema del Capitale si tramuterà in uno dei tratti distintivi del cinema di Elio Petri. La satira, il paradosso, lo svolazzo poetico, la critica alla società: forse fu l’insieme di questi elementi a condannare Un ettaro di cielo, relegandolo ben sotto il centesimo posto negli incassi dell’anno in Italia. Gli furono preferiti i ladri improvvisati raccontati da Mario Monicelli ne I soliti ignoti – proprio per citare un’altra produzione di Cristaldi –, altrettanto reietti come Severino (e anche lì nel cast c’è Mastroianni, come anche Carlo Pisacane) ma moderni, urbani, metropolitani. L’Italia entrava psicologicamente nel boom economico, e le baracche a due passi dalla palude apparivano come un retaggio del passato, elemento da rimuovere dal racconto collettivo. Ma i capanni sono ancora lì, nel 2022, ed è il boom a essere un ricordo del passato, così sbiadito nella memoria da perdersi nelle brume della fantasia.

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