L’assassino

L’assassino

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A trentadue anni Elio Petri esordisce alla regia con L’assassino, che partendo da suggestioni kafkiane – l’uomo accusato non si sa bene di cosa – arriva a tracciare con lucida spietatezza il ritratto di una giovane borghesia italiana corrotta dal cinismo, dal potere, cui si contrappone un ordine poliziesco ancora fascista, e altrettanto ferale. Un’opera prima tra le più preziose del cinema italiano, che già contiene in nuce la poetica del suo giovane autore.

Indagine su un cittadino

Un giovane antiquario dal torbido passato, Alfredo Martelli, viene fermato dalla polizia e condotto negli uffici della Squadra Mobile. [sinossi]

«Qualcuno doveva aver denunciato Josef K. perché, senza che avesse fatto nulla di male, una mattina venne arrestato. La cuoca della signora Grubach, la sua padrona di casa, che ogni giorno verso le otto gli portava la colazione, quella volta non venne. Ciò non era mai accaduto. K. aspettò ancora un po’, guardò dal suo cuscino la vecchia signora che abitava di fronte e che lo osservava con una curiosità del tutto insolita in lei, poi però, meravigliato e affamato a un tempo, suonò. Subito qualcuno bussò e entrò un uomo, che egli non aveva mai visto prima in quella casa». Questo l’incipit, tra i più celebri e studiati della storia della letteratura, con cui si apre Il processo di Franz Kafka, e che in qualche modo si aggira sottopelle anche nella prima parte de L’assassino, il film con cui nel 1961, trentaduenne, esordì alla regia Elio Petri. Lo spettatore ha bisogno di attendere infatti circa venticinque minuti, più di un quarto dell’intero film, prima di scoprire per quale motivo il giovane antiquario romano Alfredo Martelli è stato prelevato di mattina dal suo appartamento con vista sulla Città Eterna per essere accompagnato in questura. Kafkianamente Petri osserva il quotidiano con occhio allucinato, con uno sguardo che non ha eguali tra i registi italiani a lui coevi, in un vitalismo disilluso che sarà forse l’unico cineasta in grado di incarnare in modo coerente. L’indagine de L’assassino, anche una volta che viene svelato il motivo per cui Alfredo è stato tradotto in questura, non sembra mai muoversi in direzione di una reale risoluzione del giallo, e in questo senso oltre al già citato riferimento letterario viene naturale apporne un secondo: nel 1957, appena quattro anni prima della realizzazione del film, la casa editrice Garzanti aveva dato alle stampe la versione riveduta e corretta (dopo quella pubblicata a puntate sulla rivista «Letteratura» nel 1946) di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, che eleva l’impossibilità della soluzione del caso a una riflessione filosofica sul caos che l’ordine costituito non può governare. Per Gadda la vittima è la signora Liliana Balducci, per Petri le vittime sono molteplici, anche se l’unica ad aver perso la vita è Adalgisa De Matteis, la facoltosa amante di Martelli che quindi, come diretta conseguenza del suo status civile, è il primo sospettato. Petri si disinteressa immediatamente dell’indagine poliziesca in quanto tale, e se vi resta in qualche modo abbarbicato non è tanto per sollazzare lo spettatore, ma semmai per mostrare le mille e mille libertà che la polizia si prende pur di giungere alla soluzione del caso. La rappresentazione delle forze dell’ordine preconizza ciò che Petri svilupperà con maggiore stratificazione in Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, e in fin dei conti anche il commissario Palumbo, interpretato da un superlativo Salvo Randone – che con il regista romano tornerà al lavoro altre sei volte –, contiene già nei propri modi l’anima furibonda che emanerà il “Dottore” con corpo e voce di Gian Maria Volonté.

Petri d’altro canto sembra già avere le idee molto chiare su ciò che vuole dal cinema, e sulle modalità attraverso le quali può ottenerlo. Pur esordendo ancora giovane a trentadue anni ha già un decennio di lavoro nell’industria cinematografica: ha scritto film con o per Giuseppe De Santis, Veljko Bulajić, Guido Brignone, Gianni Puccini, e sempre sotto l’egida produttiva di Franco Cristaldi ha contribuito a Un ettaro di cielo, ottimo esordio di Aglauco Casadio destinato però a un immeritato oblio. Nulla ne L’assassino sembra però appartenere al cinema dei suoi colleghi, forse anche per quel rimando al mondo francese – nell’uso tanto dei movimenti di macchina quanto degli stacchi di montaggio – che contribuisce a collocare il film all’interno di un contesto propriamente moderno, insieme ovviamente alla riflessione sul personaggio principale, vera e probabilmente unica indagine verso cui tende la narrazione. Dall’inizio alla fine L’assassino è infatti uno studio certosino, approfondito e strutturato di Alfredo Martelli, antiquario un po’ truffaldino (acquista a poche migliaia di lire oggetti rubati per poi rivenderli a trenta volte il prezzo alle signore dell’alta borghesia capitolina), viveur privo di scrupoli che manipola le donne che cadono ai suoi piedi. Petri sceglie con coraggio di far aderire il proprio sguardo a quello di un personaggio abietto, arrivista becero e immorale. Martelli è accusato di omicidio, ma è colpevole innanzitutto per Petri di superamento dell’umano: come essere disumano è però un perfetto elemento della società in cui vive e si muove. Come farà più volte in seguito, fino a trasformarlo in un punto cruciale del suo approccio alla regia, Petri utilizza gli elementi narrativi del thriller e del giallo per mettere in scena una società nevrotica, e immorale, in cui la dialettica tra individuo e potere è completamente schiacciata a favore dello Stato, e delle sue sotterranee volontà. Lo sguardo fortemente morale di Petri prova orrore per Martelli, che pure sa determinare in scena come vittima, ma non si esime da una continua e ripetuta raffigurazione del rapporto di subalternità (anche “volontaria”, come dimostra la donna innamorata di Alfredo) tra suddito e padrone: anche Martelli, reso con flemmatica indolenza da un’eccezionale interpretazione di Marcello Mastroianni, ne subisce le conseguenze una volta che la sua vita finisce tra le mani della polizia, che l’ha già etichettato come assassino anche solo per la sua discendenza antifascista – il nonno era un anarchico. Di nuovo, Petri condanna lo Stato, accusandolo di non essersi mai reso moderno, e di non aver mai davvero abbracciato la Costituzione Repubblicana. Una presa di posizione che contribuirà ai notevoli problemi di censura cui andrà incontro il film, e che ne pregiudicheranno la permanenza nelle sale. Nel rappresentare l’Italia del boom economico Petri lo fa ricorrendo a un apologo in cui non esistono altro che carnefici, in uno scenario dal quale non è prevista alcuna via d’uscita. Mai, nella storia del cinema, una liberazione dalla prigionia è stata messa in scena con la cupa mestizia dell’alba che vede Alfredo uscire di carcere, scagionato da quell’accusa infamante. Ma non è forse davvero un assassino colui che vive in tal modo la sua vita, senza etica né pubblica né privata, e senza alcuna tensione morale?

Scritto da Petri insieme a Tonino Guerra, Pasquale Festa Campanile, e Massimo Franciosa, illuminato dalla splendida fotografia in bianco e nero di Carlo Di Palma, ritmato in una linearità temporalmente illogica – il film fa grande utilizzo del flashback – da Ruggero Mastroianni, e musicato con varie divagazioni jazzistiche da Piero Piccioni, L’assassino è uno degli esordi più coraggiosi del cinema italiano, non solo dell’epoca, apologo quasi metafisico contro la modernità, e contro la disumanità del Capitale, dell’opulenza occidentale, ma anche acuta riflessione sulla psicologia di un individuo-massa che sta tentando la scalata che gli è stata promessa dal balzo in avanti economico, e che vuole portare avanti a ogni costo, nella più normale delle mostruosità, o nella più mostruosa delle normalità. Un’opera claustrofobica anche quando si muove all’aria aperta, e che non lascia respiro alcuno allo spettatore.

Info
L’assassino, il trailer.

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