Cannes 2022 – Minuto per minuto

Cannes 2022 – Minuto per minuto

Cannes 2022, edizione numero settantacinque del festival, torna alla normalità dopo aver saltato lo svolgimento del 2020 e lo spostamento a luglio dello scorso anno. La struttura del festival è sempre la stessa, il tappeto rosso domina ancora il proscenio. Due settimane o poco meno di cinema: chi si aggiundicherà la Palma d’Oro? Come oramai d’abitudine da parte nostra cercheremo di raccontarvi un po’ di Croisette, tra accenni critici sui film, note sparse, impressioni e aneddoti. Buona lettura, e buon divertimento!

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Sabato 28 maggio 2022
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21.46
Palma d’oro: Triangle of Sadness di Ruben Östlund
Grand Prix Speciale della Giuria: ex aequo a Close di Lukas Dhont e Stars at Noon di Claire Denis
Prix de la mise en scène: Park Chan-wook per Decision to Leave
Prix du scénario: Tarik Saleh per Boy from Heaven
Prix d’interprétation féminine: Zar Amir Ebrahimi per Holy Spider di Ali Abbasi
Prix d’interprétation masculine: Song Kang-ho per Broker di Hirokazu Kore-eda
Premio della giuria: ex aequo a Le otto montagne di Felix van Groeningen, Charlotte Vandermeersch e EO di Jerzy Skolimowski
Caméra d’or: War Pony di Riley Keough, Gina Gammell
Menzione speciale Caméra d’Or: Plan 75 di Chie Hayakawa
Premio Speciale 75esima edizione: Jean-Pierre e Luc Dardenne per Tori e Lokita

16.49
Annunciati i premi sezione per sezione della giuria FIPRESCI: tra i film in concorso vince Leila’s Brothers di Saeed Roustaee, in Un certain regard Le bleue du caftan di Maryam Touzani, tra le sezioni parallele (Quinzaine o Semaine) Dalva di Emmanuelle Nicot. [r.m.]

12.35
Giornata di recuperi, senza novità in arrivo. L’attesa è chiaramente per il palmarès di questa settantacinquesima edizione: chi si porterà a casa la Palme d’or? Il giochino delle previsioni ci interessa poco, come le voci di corridoio che si rincorrono: «scusi, chi ha fatto palo?». Intanto, fuori splende il sole. [e.a.]

12.13
La Croisette inizia a svuotarsi. Ieri sera è stata l’occasione per i bicchieri della staffa, gli abbracci, gli arrivederci ad altri festival (Locarno, Venezia, Pesaro, Ritrovato…). Nel frattempo il concorso per corti della Cinef lo ha vinto Il barbiere complottista di Valerio Ferrara, prodotto dal Centro Sperimentale di Cinematografia come saggio di diploma. Una bella soddisfazione per questo giovane cineasta – già apprezzato lo scorso settembre alla SIC di Venezia per Notte romana – e una speranza per il cinema italiano. [r.m.]

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Venerdì 27 maggio 2022
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23.59
In attesa del meritatissimo Pardo d’onore a Locarno, Kelly Reichardt si presenta in concorso a Cannes con Showing Up, un film ancora una volta di piccole dimensioni, minimalista, distante dalle traiettorie del cinema indipendente a stelle e strisce. Ha sempre seguito sentieri molto personali la Reichardt, autrice di un cinema puro e realmente indie, nuovamente impreziosito dal sodalizio con Michelle Williams, brava nel calarsi in un ruolo decisamente poco appariscente. È un oggetto starno, non immediato, Showing Up. Un po’ come le statuette che sta preparando tra mille difficoltà personali Lizzie (Williams), artista immersa in una famiglia e comunità di artisti, inseguita da mille nevrosi. Ci vuole pazienza per ammirare il lavoro di Lizzie, coi colori che sono imprevedibili, quasi fuori controllo. Showing Up è così, si svela piano piano, tocca noi saperne apprezzare tonalità e cromatismi. [e.a.]

21.00
Et voilà, i premi della sezione Un Certain Regard. La giuria composta da Valeria Golino, Debra Granik, Joanna Kulig, Benjamin Biolay e Edgar Ramírez ha deciso di premiare i seguenti film:
Un Certain Regard: Les Pires di Lise Akoka e Romane Gueret.
Giuria: Joyland di Saim Sadiq.
Regia: Alexandru Belc per Metronom.
Interpretazioni: Vicky Krieps in Corsage e Adam Bessa in Harka.
Sceneggiatura: Mediterranean Fever di Maha Haj
«Coup de cœur»: Rodeo di Lola Quivoron.
Per i premi del concorso l’appuntamento è ovviamente a domani sera… [e.a.]

20.44
A chiudere il concorso ci pensa Léonor Serraille con Un petit frère, doloroso racconto di formazione di due fratelli che arrivano in Francia con la madre dalla Costa d’Avorio nel 1989. Nell’arco di due decenni il racconto si fa dolce, rabbioso, disperato: un film sincero, accorato, che non lascia indifferenti. Andrà a premio? Plausibile. [r.m.]

18.50
Perfettamente in scia con tutto il suo cinema da Father and Son in poi, Hirokazu Kore-eda si confronta con l’industria sudcoreana, con attori di grande richiamo come Song Kang-ho e Bae Doona, con una vicenda che riecheggia smaccatamente il classico The Three Godfathers di Peter B. Kyne – e quindi, ça va sans dire, le varie trasposizioni cinematografiche. Broker prosegue nella declinazione del concetto di famiglia, allargata, ammaccata, ma sempre traboccante umanità. Tutto fila liscio, anche se i tempi di Maborosi e After Life non torneranno più, ma forse è giusto così… [e.a.]

17.35
Impeccabile nella confezione, adagiato con grazia sulle spalle del giovanissimo Eden Dambrine (performance davvero notevole), Close è un dramma piccolo piccolo, un delicato coming of age che conferma le qualità del belga Lukas Dhont, regista del pluripremiato Girl. Tutto torna, forse persino troppo. Al di là di possibili premi, il film non sembra poi così adatto al concorso, non per demerito ma per semplice dimensione narrativa. Ma al Festival di Cannes servono nuovi autori… [e.a.]

12.25
The Show Must Go On e tutto quel che segue. Vivono in una gabbia dorata le divinità pagane di Baz Luhrmann, lentamente consumate dal loro stesso bagliore e da persone che vivono e si nutrono dei loro riflessi. Satine di Moulin Rouge!, Jay Gatsby de Il grande Gatsby e adesso il Re del Rock and Roll nello sfavillante biopic Elvis, fuori concorso sulla Croisette. In fin dei conti, è lo stesso cinema di Luhrmann a vivere rinchiuso in una gabbia dorata, in un microuniverso che si nutre di se stesso, della propria inesauribile energia cinetica: uno spettacolo che non finirà mai, costantemente alla ricerca di nuove fenici. A suo modo filologico, con un Austin Butler all’altezza del compito impossibile e il solito Hanks trasformista e gigione. Ottimo e sovrabbondante. [e.a.]

11.35
Claire Denis mette liberamente mano al romanzo di Denis Johnson, abbandona almeno in parte l’idea di «ricostruire […] la rivoluzione sandinista», si affida alla magnetica e filiforme bellezza di Margaret Qualley e cerca di tenere in piedi una sorta di spy story anni Ottanta\Novanta, zeppa di sesso alquanto patinato e ben poco ormonale, narrativamente slabbrata. Selezionato in concorso, Stars at Noon non ci riconcilia col cinema della Denis. [e.a.]

10.12
Rodrigo Sorogoyen, assurto meritatamente in un paio di anni a regista di culto, è arrivato a Cannes tra le Prèmiere con As bestas, thriller rurale ambientato nella Galizia spagnola, tra i monti, dove si è installata una coppia francese intenzionata a riportare in vita l’agricoltura locale: i due hanno però nei vicini di fattoria, due fratelli spagnoli di mezza età, dei nemici giurati, che si fanno sempre più aggressivi e pericolosi. Se lo schema è abbastanza canonico Sorogoyen sa sia come lavorare con estrema finezza con la messa in scena sia come costruire delle psicologie sofferte, credibili, mai bidimensionali. Applausi a scena aperta al termine della proiezione ieri sera in Debussy. [r.m.]

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Giovedì 26 maggio 2022
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19.19
Ha lasciato attonita la sala Pacifiction, il nuovo film di Albert Serra presentato in concorso. Pochi applausi, sguardi sperduti, palpabili spaesamento e stanchezza. Reazioni più che giustificate, perché il film ruota proprio attorno al senso di spaesamento, all’impossibilità di agire e quindi al girare a vuoto (in tondo? A spirale?, si chiedono nel film). Ostico anche per la durata che si avvicina alle tre ore, Pacifiction è un’opera teorica, ammaliante, ricca di spunti, volutamente estenuante. [r.m.]

15.41
Presentato alla Quinzaine des réalisateurs, 1976 è l’esordio alla regia dell’attrice cilena Manuela Martelli. Il film è un solido lavoro sulla dittatura di Pinochet raccontato da un punto di vista spesso poco “battuto”, quello di una donna alto borghese (perfettamente incarnata da Aline Kuppenheim) la cui vita potrebbe non essere minimamente toccata dalle atrocità compiute sotto al suo naso e a pochi passi dalla sua villa, ma che un po’ per caso un po’ per umana empatia si farà coinvolgere nell’aiutare un dissidente, altrimenti destinato a morte certa. L’incipit è notevole, ma in generale il film si sviluppa su direttrici abbastanza di prammatica: ricordare il periodo più buio del Cile è però sempre cosa meritoria e, comprensibilmente, per registi e attori di quel Paese probabilmente necessaria. [e.b.]

15.20
Al suo secondo lungometraggio, Thomas Salvador si conferma sceneggiatore e regista (e attore) dalle traiettorie narrative particolari, inattese. Apparentemente consueto, La Montagne, come il precedente Vincent n’a pas d’écailles, si apre via via al fantastico, in una contrapposizione forse un po’ schematica con la tecnologia e le costrizioni della società e della vita contemporanea. Dal ritmo contemplativo, con Salvador che lavora di sottrazione anche nella sua performance attoriale, La Montagne riescequantomeno a trasmettere l’attrazione ancestrale per le alte vette, per le pareti rocciose, per ghiacciai. [e.a.]

15.00
Tra i corti della Quinzaine des Réalisateurs una menzione la merita il nuovo lavoro di Radu Jude, talento tra i più cristallini del cinema contemporaneo: Potemkinistii, vale a dire The Potemkinists parte dalla gloriosa resistenza allo zar della celebre corazzata per ragionare, più che sul capolavoro di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn (pure ovviamente citato e utilizzato nei suoi frammenti), sulla mediocrità del pensiero contemporaneo, sulla fallacia del moderno, sul valore del simbolo. Un’opera breve spassosa, interpretata da Alexandru Dabija e Cristina Draghici, che mostra come al solito con Jude una brillantezza e una chiarezza d’intenti encomiabili, oltre a inserirsi in modo affatto banale nelle discussioni sul ruolo della cultura russa che stanno proliferando da febbraio. Un cinema che, parafrasando una citazione del corto, “riesce sempre a guardare nel centro degli occhi”. [r.m.]

11.27
Primo film costaricano a essere entrato nella Selezione ufficiale del Festival di Cannes (nella sezione Un Certain Regard), Domingo y la niebla di Ariel Escalante Meza è il racconto di un anziano che non vuole lasciare, come invece stanno facendo tutti i suoi vicini, la propria casa incastonata in un bel paesaggio verde e rigoglioso dove ha sempre vissuto. In quella zona, infatti, va costruita un’autostrada e gli emissari dell’azienda che la vuole realizzare convincono le persone, porta a porta, ad andarsene in cambio di un po’ di soldi. Ma Domingo ha una ragione molto intima per non voler andare via: la moglie, morta da qualche anno, lo “raggiunge” la sera sotto forma di nebbia per comunicare con lui. O almeno è quello che lui sente. E solo restando lì, pensa l’uomo, la donna può continuare a palesarsi. Impreziosito di immagini suggestive, soprattutto quelle avvolte nella bruma, il film manca però di slancio e vivacità, per via soprattutto di una narrazione forse eccessivamente rarefatta. La nebbia è fitta, il ritmo meno. [e.b.]

10.58
Presentato in Concorso a Cannes anche Leila’s Brothers, quarto lungometraggio del regista iraniano Saeed Roustaee (classe 1989), in grado di gestire con maestria quasi 3 ore di una articolata e vivace vicenda famigliare ambientata a Teheran, dove vivono Leila e i suoi quattro fratelli assieme alla madre e soprattutto al padre, che vuole trovare a 70 anni quella legittimazione sociale che non ha mai avuto nella vita. Una famiglia povera, che deve fare i conti per tutto, in cui i conflitti generazionali e le diverse aspirazioni si uniscono alle difficoltà lavorative in un Paese che, in linea col mondo, è diviso sempre più in sommersi e in salvati senza troppe vie di mezzo. Sorprende la capacità di Roustaee di saper unire dramma e ironia con naturalezza, di alternare momenti cupi e altri che potrebbero far parte di una commedia con eleganza, di governare scene fittissime di dialoghi e litigate in scene spesso molto lunghe. Il film è notevole sia per il nitore nel racconto che per l’abilità del regista. [e.b.]

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Mercoledì 25 maggio 2022
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18.58
Come inchiodare il presente alle evidenti e tragiche responsabilità attraverso una lucidissima lettura del passato: Sergei Loznitsa aggiunge con il suo nuovo lavoro d’archivio The Natural History of Destruction un altro preziosissimo tassello a una filmografia già gigantesca, a un corpus cinematografico che è memoria, analisi, scandaglio della nostra Storia e – ahinoi, per assonanza – del nostro presente e del nostro futuro. Il nastro bianco, Germania anno zero, ma anche lo sprofondo intellettuale del mondo contemporaneo, la medesima incapacità di rapportarsi con la realtà degli anni Trenta\Quaranta. La medesima putrida ipocrisia e retorica. The Natural History of Destruction ci racconta esattamente quello che stiamo vivendo. [e.a.]

16.55
Dopo un lungo vagare, il talentuoso regista sudcoreano Park Chan-wook sembra essere finalmente tornato a casa. Presentato in concorso al Festival di Cannes 2022, Decision to Leave è un thriller sentimentale che pesca a piene e consapevoli mani dal cinema di Hitchcock e Kon, una dimostrazione di straordinaria perizia tecnico-artistica mai fine a se stessa: qui le geometrie, le vertigini e le mirabilie del montaggio hanno sempre un senso preciso e ci trascinano in un coinvolgente vortice melodrammatico. [e.a.]

16.28
Per quanto non sia facile ricordarlo triturati come si è dalle visioni dei vari concorsi, a Cannes c’è anche lo spazio che Cinefondation dedica da sempre ai corti, con sguardo riservato anche ai lavori di diploma delle scuole di cinema internazionali. Dal CSC arriva Il barbiere complottista, saggio di diploma per Valerio Ferrara, già presente lo scorso anno alla SIC di Venezia con Notte romana: qui il giovane regista si muove nel territorio della commedia, prendendo amabilmente in giro il complottismo e tutto ciò che ne può derivare. Leggero, frizzante, con un paio di momenti esilaranti. Potrebbe facilmente diventare un lavoro sulla lunga distanza: sarà così? [r.m.]

15.59
Prima che gli effluvi dell’alcol dell’Aïoli prendano il sopravvento si può tornare con la mente alla giornata di ieri, quando in concorso in Un certain regard è stato presentato Godland, l’ambizioso racconto storico di Hlynur Pálmason che parla della colonizzazione danese dell’Islanda sul finire del Diciannovesimo Secolo. Ricorrendo a un immaginario western in cui è la gelida wilderness isolana a farla da padrona, il regista ragiona sul linguaggio, sulla possibilità di immortalare il vero e renderlo eterno, e sul concetto di Patria. Magari troppo “lungo”, ma di grande effetto, e assai efficace sullo schermo di un cinema. Serissimo candidato alla vittoria di un premio. [r.m.]

14.48
Ogni anno, immancabile, arriva il giorno dell’Aïoli, il tradizionale pranzo che il sindaco di Cannes offre ai giornalisti convenuti al Festival. Un’occasione per sbevazzare, mangiare, e chiacchierare amabilmente. Nonostante le porzioni di vino e cibo siano in diminuzione rispetto agli anni passati, un momento di convivialità di cui si sente davvero la necessità dopo oltre una settimana di visioni. Altri festival dovrebbero prendere esempio. [r.m.]

11.27
Invece stamattina si è inaugurata la giornata di visioni con L’innocent, quarto lungometraggio da regista per Louis Garrel – che è anche interprete principale del film. Commedia sentimentale che sa però spingersi in direzione dell’heist movie, e anche del dramma, L’innocent è l’ennesima dimostrazione dell’intelligenza di Garrel, abile métteur en scéne ma addirittura formidabile come attore, e che qui si contorna di un cast in forma smagliante (Roschdy Zem, Noémie Merlant, Anouk Grinberg) per raccontare una vicenda che riesce in ogni caso a possedere tratti autobiografici. Sui titoli di coda irrompe la splendida I maschi di Gianna Nannini, anche se viene da pensare che il significato un po’ impertinente della canzone non sia stato colto dalla produzione… [r.m.]

11.15
Ieri sera, alle 22.30, è stato presentato in concorso Nostalgia, il nuovo film di Mario Martone tratto da un romanzo di Ermanno Rea pubblicato postumo (Rea era morto da neanche un mese) nel 2016. Storia di un impossibile ritorno a casa da parte di un napoletano che ha trascorso quarant’anni tra Medio Oriente ed Egitto, Nostalgia è un’opera stratificata, psicologicamente stratificata, che Martone mette in scena tra realismo e lirismo, ma con la ferocia che è sempre pronta a far capolino dagli anfratti più oscuri. Straordinario interprete Pierfrancesco Favino, anche se il vero protagonista è una Napoli splendida e ferale, bassa e alta, dove anche morire è un’abitudine. [r.m.]

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Martedì 24 maggio 2022
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21.00
Una settantina di minuti, ottimo materiale d’archivio, ovviamente splendida musica e tutto l’irrequieto e febbrile talento di Jerry Lee Lewis. Ma mai, purtroppo, un tentativo di andare oltre questa abbacinante superficie: è più o meno così Jerry Lee Lewis: Trouble in Mind, documentario diretto da Ethan Coen, celebrativo e poco più. Parecchio lontano, ad esempio, dai lavori di Kevin Macdonald su Whitney Houston e Bob Marley. [e.a.]

16.25
È sempre stimolante il materiale narrativo di Alex Garland, eppure sembra sempre mancare qualcosa ed esserci qualcos’altro di troppo. Ecco, è un po’ così anche la sua ultima fatica, Men, presentata alla Quinzaine. Un horror produttivamente quasi pandemico, ma in realtà non così piccino, anzi. Al femminile, anche se gli uomini abbondano minacciosamente. Girato con millimetrica precisione, con la consueta attenzione alle forme, ai cromatismi, ai meccanismi basilari del genere – qui la tensione è davvero ben costruita, si veda la mirabile sequenza del tunnel. Geometrico, ancestrale, via via grondante sangue e splatter, Men si carica sulle spalle un discorso forse troppo sottolineato, mancando l’appuntamento con l’essenzialità e la vis politica degli horror degli anni Settanta. Però, insomma, ad avercene di più di Men e di Garland… [e.a.]

14.46
Notevole esordio per il regista pachistano Saim Sadiq che con Joyland, presentato in Un Certain Regard, racconta una famiglia di Lahore composta dal padre settantenne vedovo e due figli, entrambi sposati ma con matrimoni ben diversi. Sembra a lungo una commedia sui sentimenti, Joyland, seguendo soprattutto quelli di Haider, il figlio minore, un maschio non alfa che con la moglie ha un sodalizio assai bizzarro per i canoni della società pachistana: i due non hanno figli e non sembrano proprio smaniosi di averne, inoltre nella coppia è lei che lavora mentre lui resta a casa dando una mano per le faccende alla moglie del fratello, che deve invece badare alla numerosa prole costituita da 4 figlie, sfortunatamente tutte femmine. Ma il padre vuole che Haider trovi un’occupazione. E alla fine trova un impiego ma molto bizzarro: farà il ballerino di fila in un teatro che mette in scena danze erotiche. E il suo capo è una bella transessuale che farà vacillare del tutto la sua identità sessuale. È forse questa la vicenda principale del film? A lungo lo pensiamo ma inaspettatamente Joyland vira in un’altra direzione e scopre le sue carte, che non sono poche e si dirigono al dramma. Il risultato è davvero interessante. E la regia lo è altrettanto, usando plongé e campi che si allargano progressivamente senza però mai dominare la prospettiva, come se ci fossero sempre ostacoli per una visione sistemica e di insieme. Per vedere gli altri attorno a noi, con le loro esigenze, la loro vera emotività. I personaggi sono scritti benissimo, ricchi di sfumature e complessi. Un esordio che si fa ricordare. [e.b.]

13.20
Esordio alla regia per la scrittrice Annie Ernaux, che co-dirige con il marito David Ernaux- Briot, Les années super 8, presentato alla Quinzaine, è un diario degli anni Settanta vissuti dalla famiglia Ernaux, con la voice over della stessa autrice e le immagini, per l’appunto in Super 8, girate all’epoca dal marito. E, detto questo, c’è poco altro da aggiungere, nel senso che il film scorre via senza alcuna scelta registica e di scrittura, in una scissione – anzi, in una totale indifferenza – tra la colonna audio (la voice over) e quella video (le immagini in Super 8). Il testo della Ernaux è ultra-letterario e un po’ azzimato, e si fatica a seguirlo (mentre invece sulla pagina scritta poteva avere un senso); le immagini sono semplicemente accostate l’una dopo l’altra, senza alcuna presa di posizione estetica o di racconto. Per di più, una discreta parte del racconto è dedicata a viaggi all’estero fatti sempre negli anni Settanta, in Cile o in Germania, che diventano una scusa per fare delle riflessioni scontate sulla geopolitica dell’epoca (da Allende alla Germania divisa in due). Manca totalmente, infine, una riflessione sul mezzo, e cioè il super 8, come sembrava promettere il titolo. Les années super 8 può essere dunque classificato come una delle visioni più irritanti di questa edizione di Cannes. [a.a.]

12.55
Con Metronom, presentato in Un certain regard, esordisce al lungometraggio di finzione Alexandru Belc: il racconto di Ana, all’ultimo anno di liceo nella Bucarest del 1972, del suo amore assoluto per il fidanzato che è però in procinto di lasciare il Paese, e della sua classe che ascolta Radio Europa Libera e cresce a suon di rock, pur senza travolgere lo spettatore conferma ciò che di buono da oramai due decenni si pensa del cinema rumeno. Qui ci si trova di fronte a un film più canonico, e se si vuole anche didascalico, ma alcune sequenze – su tutte il segmento lunghissimo dedicato alla festa “clandestina” – colpiscono in profondità. [r.m.]

11.20
Recuperato ieri in una delle tante repliche che si tengono lontano dal Palais, e cioè allo Studio 13 (che si chiama così perché è la tredicesima sala di Cannes ad essere stata aperta; ma quante sale ci sono a Cannes?), Nos cérémonies è l’esordio alla regia del francese Simon Rieth, in concorso alla Semaine de la Critique. Storia di due fratelli di origine giapponese, il film è anche un omaggio alla mistica cultura nipponica del sacrificio, con uno dei due fratelli, novello Mishima, che chiede all’altro di ucciderlo ripetutamente. C’è un notevole fascino visivo nel film e sicuramente Simon Rieth è un regista che sa perfettamente dove mettere la macchina da presa, cosa non usuale per un esordiente al lungometraggio. Però è la scrittura a vacillare in Nos cérémonies, finendo per incartarsi su se stessa, anche in conseguenza della decisione di rimandare troppo a lungo le “spiegazioni” sul lato soprannaturale della vicenza. [a.a.]

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Lunedì 23 maggio 2022
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23.49
La serata si chiude con uno dei film più attesi dell’intera edizione, Crimes of the Future di David Cronenberg, che polarizza – ma questa non è una novità – le posizioni all’uscita della sala. Summa del pensiero cronenberghiano, Crimes of the Future è una riflessione sull’organicità, sull’interiorità umana come ultima forma d’arte ma anche unica possibilità concreta di una evoluzione della specie, del superamento dell’umano attraverso i codici filosofici dell’umano. Paradossalmente denso di ottimismo, nel senso di un’apertura sempre fertile verso il futuro, Crimes of the Future è un film in cui riecheggiano alcune delle opere del regista, a partire da Il pasto nudo fino a eXistenZ, ma ha ancora la forza di protendersi in avanti. Quasi ottantenne, Cronenberg non avrà molte altre possibilità di dirigere un film: quando registi così non ci saranno più, cosa resterà del cinema, cosa resterà dell’umano? [r.m.]

15.37
Mattinata di visioni alla Quinzaine des Réalisateurs, inaugurata dalla visione del nuovo film di Léa Mysius, Les Cinq Diables, a metà tra realismo magico e film di formazione, tanto per la bambina protagonista quanto per gli adulti. Ottima la messa in scena, bravi gli interpreti (in particolar modo Adèle Exarchopoulos), forse finisce per chiudersi in un racconto troppo arzigogolato. Ma si tratta di un lavoro affascinante che conferma le buone impressioni lasciate dall’opera prima della regista, Ava. A seguire sempre nella sala del Marriott si è visto De humani corporis fabrica, con cui tornano all’opera Lucien Castaing-Taylor e Véréna Paravel, stavolta impegnati a mostrare il lavoro, fino ai minimi dettagli chirurgici, in un ospedale parigino. Un’opera senza dubbio disturbante, ma che in realtà possiede uno sguardo molto puro, per niente pornografico, e interessato come sempre all’organismo, all’organicità del vivere. Wisemaniano, nel complesso, ma probabilmente poco capito visto che buona parte della sala se n’è andata dopo pochi minuti. Peccato. [r.m.]

14.53
Un serial killer uccide le prostitute nella città di Mashhada in Iran, sede di un grande e importante centro di preghiera per gli sciiti. Una giornalista emancipata arriva dalla capitale, Teheran, per indagare sugli omicidi notando subito il lassismo delle Autorità sulla vicenda che, del resto, coinvolge delle derelitte di cui nessuno si preoccupa davvero. Sono queste le linee narrative e i due protagonisti del nuovo film di Ali Abbasi (vincitore nel 2018 de Un Certain Regard con Border), Holy Spider, un thriller che ricalca la storia vera di un femminicida seriale, un religioso ai confini del fanatismo che con le sue azioni voleva compiere una volontà Superiore, ripulendo dalle strade della città le donne peccatrici. Finì impiccato nel 2002. Le ambizioni al film non mancano ma il racconto, pur impregnato di atmosfere oscure, è un poliziesco lineare senza grandi guizzi: Abbasi (nato in Iran ma naturalizzato danese) mette sotto la propria lente di osservazione una cultura maschilista profondamente radicata nel contesto del suo Paese d’origine, ma il messaggio prevale sull’originalità. [e.b.]

09.35
Ozerov (The Beginning), Zetterling (The Strongest), Penn (The Highest), Pfleghar (The Women), Ichikawa (The Fastest), Forman (The Decathlon), Lelouch (The Losers) e Schlesinger (The Longest). Otto cortometraggi, otto registi, otto punti di vista sui Giochi Olimpici: splendido e coinvolgente, Visions of 8 è il film ufficiale di Monaco ’72, tornato al Festival di Cannes nella sezione Cannes Classics. Dalle 35 macchine da presa di Ichikawa alle musiche bavaresi di Forman, dalla solitudine dei perdenti di Lelouch alle suggestioni impressioniste di Penn, il documentario ci immerge nei luoghi, tra le piste e le pedane, tra vittorie e sconfitte, errori e grandi prestazioni. Gesti, sguardi, dettagli, una fiumana di immagini, suoni, colori. Senza (poter) dimenticare quel tragico giorno di settembre… [e.a.]

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Domenica 22 maggio 2022
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19.20
Non siamo tra i detrattori di Valeria Bruni Tedeschi regista, tutt’altro. Però va detto che qualche dubbio lo pone con il suo nuovo film, Les Amandiers, un racconto come di consueto autobiografico in cui però stavolta rielabora il periodo da lei passato alla metà degli anni Ottanta nella scuola di recitazione del Théâtre Nanterre-Amandiers, all’epoca diretta da Patrice Chéreau, che qui è interpretato da Louis Garrel. La protagonista, che evoca ovviamente la stessa Bruni Tedeschi, ma che si chiama Stella ed è interpretata dalla bravissima Nadia Tereszkiewicz (un nome da tenere in considerazione per la Palma come miglior attrice), si ritrova a far parte di questa eccezionale comunità di teatranti, uno più pazzo dell’altro. Ma c’è di mezzo la droga, l’AIDS e persino Černobyl’, anche se quest’ultimo è citato solo in radio; c’è di mezzo dunque il dramma ed è questo il punto debole di Les Amandiers. La Bruni Tedeschi, infatti, se riesce a mettere in scena perfettamente l’umoralità dell’esistenza di questi giovanissimi attori, non è altrettanto abile nell’affrontare la deriva di uno di loro – che occupa soprattutto la seconda parte del film – e finisce per perdere il controllo anche della coralità del racconto. Ciò detto, Les Amandiers ha un suo valore anche come saggio di recitazione, dentro e fuori la scena, un po’ come Les Pires, visto sempre oggi. [a.a.]

17.52
Dopo una serie di live action dedicati al personaggio scritto e disegnato da René Goscinny e Jean-Jacques Sempé, ecco (finalmente) un lungometraggio d’animazione che ci racconta la genesi del piccolo Nicolas. È infatti un triplo biopic Le Petit Nicolas: Qu’est-ce qu’on attend pour être heureux?, diretto da Amandine Fredon e Benjamin Massoubre, presentato come séance spéciale sulla Croisette. La genesi del personaggio si intreccia con le vite di Goscinny e Sempé in un arco narrativo che, a parte qualche flashback, parte dal 1955 e si conclude inevitabilmente e tristemente con la prematura e dolorosissima scomparsa di Goscinny – quanto sarebbe cambiata la storia dell’animazione francese senza questa incolmabile perdita? Filologicamente ad altezza bambino, il film gioca con le tavole, con gli spazi bianchi, coi tratti semplici dei disegni originali: Nicolas, René e Jean-Jacques interagiscono, iniziano a conoscersi, crescono insieme, toccano con mano la felicità del titolo. Un decennio d’oro il 1955/65, traboccante creatività. L’addio a Goscinny è addolcito da una semplice constatazione: nel 2022, una vita dopo, Nicolas è ancora tra noi, come i suoi due papà, artisti immortali. [e.a.]

16.40
Tra i vari esordi di questa edizione del festival è lecito segnalare Les Pires, esordio di una coppia di registe, ex direttrici di casting, Lise Akoka e Romane Gueret. Il film, presentato in Un certain regard, è stato preceduto da una infinita introduzione, nel corso della quale Akoka e Gueret hanno sciorinato un’impressionante lista di nomi da ringraziare. E il fatto che, a ogni nome, vi fosse un’ovazione del pubblico, era un indizio chiaro di come la sala fosse composta più da claques di amici e parenti che di pubblico vero. Ma il dispetto iniziale ha presto mutato forma non appena è iniziato il film, che parte proprio con dei casting per un film da girare nelle zone degradate di una cittadina francese del nord, Boulogne-sur-Mer. Evidentemente le due registe, che sono specializzate anche nell’insegnare a recitare ai bambini, hanno tratto ispirazione per Les Pires da esperienze avute nella loro carriera di casting director. Il metacinema del loro film è d’altronde tutt’altro che cervellotico e tende piuttosto a mostrare come vita e cinema si alimentino l’un l’altra, per un continuo travaso di esperienze e lezioni da tenere a mente per il futuro. Vi è persino, forse, un’allusione al cinema dei Dardenne, visto che il regista del film nel film è un belga in cerca un po’ ossessiva di degrado metropolitano. Ma anche qui l’ironia è leggera e non si fa mai sarcasmo, indignazione o accusa verso il cinema “impegnato” che vuole a tutti i costi raccontare realtà disagiate. No, perché il centro di Les Pires resta il lavoro sulla recitazione dentro e fuori la scena con un nutrito gruppo di attori non professionisti che illuminano lo schermo grazie alla loro naturalezza. [a.a.]

16.11
Tra le proiezioni speciali ci si è imbattuti in Restos do vento, il nuovo film del portoghese Tiago Guedes (qualcuno ricorderà il disastroso A Herdade visto addirittura in concorso a Venezia nel 2019): l’ambizione qui è minore, ma resta il tema del racconto di un microcosmo, in questo caso un paesino con i suoi riti e le sue colpe. La storia si muove in direttrici fin troppo prevedibili e abusate, tra un rimando a Stephen King e uno sguardo a Mystic River, e Guedes proprio non sa rinunciare a un’esasperazione da scipito mélo televisivo, che manda a carte quarantotto qualche pur apprezzabile scelta visiva. [r.m.]

15.38
Nella sezione Un Certain Regard di Cannes arriva il debutto alla regia dell’attrice Riley Keough (La truffa dei Logan, American Honey, La casa di Jack tra gli altri), War Pony, opera in realtà a quattro mani con la produttrice Gina Gammell anche lei al primo film. Un lavoro non certo privo di interesse né di ambizione, che afferisce all’universo indie americano autoriale guardando un po’ a Kelly Reichardt o a Debra Granik per restare nell’universo femminile. War Pony è un piccolo film rarefatto, ambientato nella Pine Ridge Reservation in South Dakota, che racconta le giornate dei giovani nativi americani nei “ghetti/riserve” loro destinati. Droga, paternità precoci, malavita, famiglie devastate per un dittico con protagonisti che si muovono in parallelo: il ventenne Bill che ha due bambini da due ragazze diverse e ciondola senza lavoro da una parte all’altra; il dodicenne Matho, che ha il padre spacciatore e che, nonostante la tenera età, non disdegna le anfetamine. Le vie di fuga non esistono e la vita in una riserva è una cosa ben poco meravigliosa. Terzo personaggio, a suo modo, un prezioso barboncino, tormentone dall’inizio alla fine. Un po’ debole nella scrittura di Bill Reddy e Frank Sioux Bob (comparse in American Honey e che proprio su quel set conobbero la Keough) War Pony si sofferma, con diversi limiti ma anche con intensità, sulla marginalità degli ultimi americani, che a dire il vero erano i primi. Grande applauso alle registe e a tutti protagonisti alla fine della proiezione ufficiale. [e.b.]

13.30
Fresco di orripilante ristrutturazione del casinò antistante la strada, l’hotel Marriott, che contiene il suddetto casinò e anche la sala della Quinzaine, ci accoglie con le solite sedie cigolanti a cui in fin dei conti ci siamo affezionati, soprattutto per via della lunga assenza dovuta alla pandemia. In programma in mattinata c’è il film d’esordio della canadese Charlotte Le Bon, Falcon Lake, storia d’amore estiva e adolescenziale che ha come scenario centrale il citato lago. Il film, quantomeno all’inizio, con una locandina di Psyco attaccata alle pareti di una stanza e con un’atmosfera semi-misterica, sembra promettere una virata horror. Ma è una falsa pista e ben presto tutto si concentra sulla relazione tra il quattordicenne protagonista e l’amica sedicenne; lei bellissima, lui timido e nerd. Si dipanano, nel corso della visione, alcune situazioni interessanti, dotate di una certa veridicità e di una certa freschezza, ma poi tutto si ammoscia, quando si intuisce che la regista intende insistere con il sottotesto di fantasmi sentimentali, una chiave di lettura che pare svilire la verve dei due giovani attori e la credibilità dei ruoli da loro interpretati. [a.a.]

12.20
Tra le séances spéciales è in selezione anche l’esordio di Jasmine Trinca, Marcel!, che è qui sulla Croisette – oltre che in vesti da regista, ma non da attrice – anche come membro della giuria presieduta da Vincent Lindon. Marcel! è un film che ha una sua grazia, tra il surreale e il felliniano, ma che manca di mordente ed è un po’ esangue nel raccontare il contrastato rapporto tra una figlia e una madre artista di strada. L’esile racconto si snoda a fatica nello scenario dello storico quartiere romano Garbatella, qui ritratto come un luogo dei sogni, assolato e deserto, quasi come un grande paesone, e che resta decisamente l’elemento più interessante dell’operazione [a.a.]

10.01
La mattina si è invece aperta in Salle Varda (la “vecchia” Salle du Soixantieme, da quest’anno dedicata alla grande regista) con Fumer fait tousser, il nuovo delirio di Quentin Dupieux che qui sulla Croisette è fuori concorso. Dupieux gioca con l’immaginario superomistico rifacendosi ai Power Rangers e alle Tartarughe Ninja, gioca con la memoria dei tokusatsu e porta a termine una commedia che flirta con l’horror e il fantastico. Come sempre ricco di idee ma un po’ superficiale, anche se qui è molto aiutato dalla struttura narrativa, costruita su tanti piccoli racconti slegati tra loro. [r.m.]

9.54
Un capannello di persone si è creato, ieri sera, davanti al Palais. Il motivo? Discutere del finale di R.M.N., il nuovo film di Cristian Mungiu presentato in concorso. Senza entrare nel dettaglio dei motivi di tale discussione – uno scarto in direzione dell’allegoria, in ogni caso – è un sollievo ricordarsi che il cinema può anche essere momento di dibattito non nella dicotomia scellerata “sì/no” che è stata alimentata dai social network ma nella semplice condivisione di un’interpretazione. Una forma sanamente dialettica. Ciò detto Mungiu con questo racconto transilvano, in un villaggio dove convivono varie etnie – rumene, tedesche, ungheresi – ma che mal accetta tre immigrati regolari srilankesi assunti da un grande forno locale, si conferma acuto osservatore dell’Europa e delle sue evidenti distonie, in una prefigurazione della morte che non può che arrivare. [r.m.]

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Sabato 21 maggio 2022
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12.09
È curioso che questo ritorno alla quasi-normalità festivaliera – visto che ad esempio in Francia non è più obbligatorio portare le mascherine in sala – riparta qui sulla Croisette per certi aspetti da dove ci si era fermati prima dell’inizio della pandemia, e cioè da Cannes 2019. Si riparte cioè da alcuni registi che avevano presentato un loro film allora e che oggi ne presentano uno nuovo. Non è solo il caso di Bellocchio (Il traditore prima e Esterno notte ora), ma anche di Patricio Guzmán che nel 2019 presentò La cordigliera dei sogni e che torna adesso a Cannes con Mi país imaginario. E anche per loro, per i registi, si immagina che questo ritorno alla Croisette sia interpretabile in maniera molto più sentita di quanto non lo possa essere usualmente, quando cioè non si aveva idea di cosa fosse il Coronavirus. Rispetto al consueto, Guzmán parla del presente del suo paese, il Cile, invece che del suo passato tragico, e ne ha ben donde. A partire dall’ottobre del 2019 si è assistito infatti nel paese a una imponente serie di proteste e manifestazioni che hanno portato alla richiesta di una nuova costituzione (è ancora in vigore quella varata nel 1980 da Pinochet) e all’elezione di Gabriel Boric, rappresentante di una coalizione di sinistra. Guzmán assiste a questa nuova giovinezza del Cile con sorpresa e ammirazione, mettendosi in qualche modo in disparte come autore e lasciando parlare i giovani militanti. Mi país imaginario è di conseguenza decisamente meno ricco di altri suoi film, costruito com’è quasi solo su interviste e riprese di proteste di piazza, ma lo è per via di una necessità primaria, quella di poter finalmente pensare – dopo tante tragedie, da Allende in poi – a un nuovo Cile, a un nuovo sogno, a un nuovo paese immaginario. [a.a.]

11.41
Presentato nella sezione Cannes Première, La nuit du 12 del regista Dominik Moll è un solido polar ispirato a uno dei tanti cold case destinati a non trovare giustizia. Il dipartimento di polizia di Grenoble indaga sulla morte di Clara, una ventunenne bruciata viva nel cuore della notte in un paesino poco distante. La ragazza, un po’ Laura Palmer, aveva una vita promiscua e tanti amanti. E sono parecchi i giovani sospettati e interrogati, ma nessuno risulterà l’assassino. Il giovane detective che guida le indagini, e che da poco è diventato capo della sua unità, trova davanti a sé una comunità in cui tutti potrebbero essere colpevoli, dove ogni uomo potrebbe aver ucciso Clara. Accanto a lui uno sparring partner che, travolto dal proprio divorzio, arriverà a non tollerare questo femminicidio irrisolvibile e senza movente mentre altri, nell’unità di polizia, mettono in questione i costumi sessuali della vittima. Poliziesco che riflette sui rapporti tra uomini e donne e sulla loro problematicità, anche laddove non ci sia spargimento di sangue, La nuit du 12 è un noir ben sceneggiato, capace di tenere vigile lo spettatore fino all’ultimo minuto. [e.b.]

7.34
È stato difficile prendere sonno stanotte con le immagini di Frère et Sœur ancora nella mente. Arnaud Desplechin torna in concorso a Cannes a tre anni dal magnifico Roubaix, une lumière e lo fa con un film che non appare esagerato definire disastroso. Il regista nativo proprio Roubaix torna nella sua città d’origine per un fosco mélo che ragiona sul lutto e sull’incesto (lasciando però nel non detto questo secondo aspetto, ed è una scelta poco comprensibile) puntando tutto sulle scene a effetto, ma ancor di più sul vibrare stonato di un organo che ripete note stantie fatte di urla, pianti, odi e amori. Ricorrendo a tutti gli espedienti più truci del cinema bo-bo, compreso un delirante e ingiustificabile finale “coloniale”, Desplechin tocca il nadir – speriamo insuperato – di quest’edizione di Cannes. [r.m.]

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Venerdì 20 maggio 2022
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19.18
Immaginando la morte improvvisa del Grande Imam della moschea al-Azhar de Il Cario, uno dei centri universitari più importanti del mondo islamico, Tarik Saleh imbastisce in Boy from Heaven (in concorso a Cannes) un intrigo di potere che coinvolge un ingenuo studente nella successione dell’Imam, conducendolo in un labirinto fatto di ricatti, violenza e morte. Dopo Omicidio al Cairo il regista di origine egiziana (ma di nazionalità svedese) allarga lo sguardo sul martoriato Paese per raccontare in maniera più ampia e ambiziosa le mille stringenti strade di una dittatura fatta di informatori, doppi giochi e in cui niente è ciò che sembra. Il risultato è un film di indubbio interesse che conferma le capacità registiche di Saleh ma che forse non osa affondare fino in fondo la lama per mostrare gli esiti peggiori del regime di al-Sisi. Potere politico, religioso, militare sono tenuti assieme da trame  che si susseguono in un crescendo sempre più intricato. Difficile, vedendolo, non pensare a Giulio Regeni. E ai tanti egiziani sequestrati e uccisi della cui fine, evidentemente, al mondo interessa poco. [e.b.]

17.05
In una sarabanda di sparatorie, inseguimenti, esplosioni, omicidi, tradimenti, torture, il blockbuster sudcoreano Hunt riesce a sfiorare una lunga serie di temi storico-politici alquanto delicati, dalla sanguinaria dittatura del Sud nei primi anni Ottanta alla tensione crescente con il Nord. Zoppicante ma apprezzabile debutto alla regia per la star Lee Jung-jae che, non a caso, era tra i protagonisti nel 2013 del notevole New World di Park Hoon-jung: mancano quella compattezza e quel peso specifico, ma l’operazione è comunque interessante e ricca di spunti. [e.a.]

16.45
In un festival che sta ragionando molto sulla malattia, e sul percorso verso l’ineluttabile – potrebbe essere altrimenti, visto il momento storico che si sta vivendo? – aggiunge un tassello al discorso l’esordio alla regia della quarantacinquenne giapponese Chie Hayakawa, che porta in Un certain regard Plan 75, distopia drammatica su un Giappone che ha ratificato una legge che incoraggia all’eutanasia tutti coloro che hanno più di 75 anni. Racconto rarefatto che progressivamente, avvicinandosi al momento culminante, prende corpo, quello di Hayakawa è un primo film non del tutto maturo ma senza dubbio interessante, anche per il discorso che mette in piedi sulla nazione più vecchia del mondo. [r.m.]

14.30
Bisogna sempre cercarsi delle vie di fuga rispetto alle proiezioni più attese, al percorso più consueto, soprattutto in un festival come Cannes che può riservare spesso delle grandi sorprese. Bisogna? Forse no, ma almeno può essere un modo per sparigliare un po’ le carte e trovarsi a parlare di qualcosa di poco visto, di poco sentito, di una qualche “scoperta”. Purtroppo, se le intenzioni potevano essere buone, il tentativo – almeno stavolta – è andato fallito. Infatti, in cerca di qualcosa di anomalo ci siamo imbattuti in 99 Moons, lungometraggio di finzione dello svizzero Jan Gassmann, presentato nella sezione extra a Cannes, quell’ACID che è la vetrina del cinema indipendente, non solo francese, in questi giorni sulla Croisette. 99 Moons inizia benissimo, con delle riprese di repertorio in cui si mostra come gli animali capiscano sempre in anticipo rispetto all’uomo quando una catastrofe è in arrivo. Ma l’assunto, che poteva aprire a una serie interessante di riflessioni, si affloscia ben presto su una stereotipata (e ripetitiva) storia d’amore, in cui ovviamente né lui né lei riescono a prevedere il male che si fanno o che si faranno o che si sono fatti, e dunque sono più ottusi degli animali. Il tutto si risolve allora in un un nulla di fatto, in un melenso lasciarsi e riprendersi. Perciò, va bene deragliare dal percorso più consueto, ma magari è meglio farlo con moderazione. [a.a.]

14.00
I prodromi della presidenza Reagan, ma anche le prime tracce di Trump; la comunità ebraica e la comunità afroamericana; le classi sociali, l’istruzione. Insomma, come funziona il mondo, come funzionano gli Stati Uniti. D’ispirazione autobiografica, scritto e diretto da James Gray, Armageddon Time è un coming of age ma è anche – forse soprattutto – un film politico. Lucidissimo, trattenuto come si conviene nella messa in scena, quasi spietato nel ritrarre gli States tra il 1980 e il 1981, anni non casuali, la vera fine dell’utopia degli anni Sessanta\Settanta. Arriva quasi tutto da lì, da quella sconfitta. Cast superbo, da Anthony Hopkins al giovanissimo Michael Banks Repeta. [e.a.]

12.08
Si può allestire un racconto che metta al centro del discorso il modo in cui la Francia utilizzò i ragazzi delle colonie come carne da macello durante la Prima Guerra Mondiale, finendo però per mettere la firma in calce a un’apologia della stessa Francia, patria “accogliente” e che sa comprendere tutti i propri errori? In questo paradosso vive Tirailleurs di Mathieu Vadepied, presentato in Un certain regard: un film di denuncia che si ferma alla rappresentazione di un dramma tutto famigliare, perdendo per strada la denuncia. [e.b.]

11.31
Stamattina invece la giornata si è inaugurata con Un beau matin, il nuovo film di Mia Hansen-Løve presentato alla Quinzaine des Réalisateurs. Attingendo dalla propria vicenda umana, come spesso le capita, la quarantunenne cineasta parigina racconta la vicenda di una giovane vedova, con figlioletta, che si trova a dover affrontare la grave malattia degenerativa e cognitiva che colpisce il padre, un professore di filosofia e germanista in pensione. Con grande tenerezza, e cercando di rappresentare il più possibile lo spaesamento emotivo e affettivo della donna – che nella vita fa la traduttrice -, la regista di Eden, Le cose che verranno, e Sull’isola di Bergman conferma la propria grazia, e il desiderio di interrogarsi sull’umano, e sui propri limiti. Molto brava, ma non è certo una novità, Léa Seydoux. [r.m.]

11.16
Ieri serata davvero emozionante, iniziata con Armageddon Time di James Gray (di cui si scriverà tra poco) e proseguita con EO, il nuovo film di Jerzy Skolimowski. Il film, presentato in concorso, è una rielaborazione di Au hasard Balthazar; senza volersi ovviamente paragonare al capolavoro di Robert Bresson, Skolimowski cerca di raccontare una storia similare – la vita e la passione di un asinello (eo è il nome della bestiola, che rimanda all’onomatopea del raglio) – ma lo fa da una prospettiva in cui il nitore cristallino della rappresentazione sfuma in direzione del grottesco, quasi che la tragedia non possa che tradursi in farsa. Un’opera visivamente granitica, di raffinata intelligenza, che sbanda solo un momento, quando si sofferma troppo su una sottotrama umana. E forse non è un caso. [r.m.]

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Giovedì 19 maggio 2022
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17.11
Mike De Leon è un regista quasi completamente dimenticato. Qualche anno fa in Venezia Classici fu possibile applaudire il suo straordinario Batch ’81, e oggi in Cannes Classics è stato presentato il restauro digitale di un altro dei suoi classici “perduti”, Itim, noto in Francia con il titolo Les Rites de mai. Itim segnò l’esordio alla regia di De Leon nel 1976, e a distanza di quasi cinquant’anni dalla realizzazione continua a colpire per la sua capacità di far sprofondare lo spettatore in una tenebra ossessiva, che è la stessa che psicologicamente stanno sperimentando le due protagoniste, unite dal sentimento di una colpa insopprimibile, che è forse quella dell’esser vive. Il cinema filippino nasconde molte meraviglie nella sua decennale storia, per fortuna il recupero poco per volta lo rende di nuovo visibile. [r.m.]

13.41
La francese Lola Quivoron, considerata uno degli astri nascenti del cinema transalpino, esordisce alla regia di un lungometraggio con Rodéo, selezionato nel concorso di Un certain regard. Storia di una ragazza sbandata con un’unica passione, quella per le moto da cross e per la clandestinità, il film di Quivoron è teso, nervoso, livido il necessario – forse anche troppo – e mostra gran parte delle qualità della sua realizzatrice. Forse però sarebbe stato interessante indagare un po’ più in profondità il concetto di “desiderio” e di vita ai limiti, mentre Quivoron predilige una semplificazione eccessiva, anche nello sguardo. Interessante, in ogni caso. [r.m.]

12.55
Tratto dal romanzo omonimo di Paolo Cognetti, vincitore del premio Strega, Le otto montagne di Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeersch è una coproduzione franco-italo-belga supportata da un buon cast (Marinelli, Borghi, Timi…), scritta e diretta con piglio mainstream, a partire dalle scelte musicali, ma paradossalmente troppo distante dalle montagne che mette costantemente in scena. Una distanza che è inizialmente quella di Pietro\Berio e che è, inevitabilmente, quella dei suoi amici di città. I paesaggi spettacolari sembrano filtrati proprio da occhi di città, ammirati ma incapaci di restituirci la maestosità della montagna in tutte le sue amorevoli e letali declinazioni. [e.a.]

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Mercoledì 18 maggio 2022
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23.55
L’Italia era presente sulla Croisette, oltre al grandioso Esterno notte di Marco Bellocchio, anche con L’envol, primo film non prodotto in patria per Pietro Marcello. Tratto dal romanzo Le vele scarlatte che il russo Aleksandr Grin scrisse nel 1916 per veder pubblicato nel 1923, L’envol è una fiaba-anti-fiaba, che utilizza l’archetipo – il principe azzurro che deve arrivare a salvare l’eroina – per ragionare in realtà sulla mitopoiesi, sulla necessità del racconto, sul cinema come baluardo ultimo della narrazione popolare e sul potere femminile. Un’opera forse un po’ naïf e semplice, ma non per questo priva di fascino: Marcello porta con sé la dotazione di una messa in scena che recupera la pellicola e fa interagire le riprese odierne con il materiale d’archivio. [r.m.]

23.44
Oggi comunque è stata la giornata che il festival ha dedicato al mito di Tom Cruise, visto che veniva presentato Top Gun: Maverick di Joseph Kosinski, seguito del cult-movie di Tony Scott: un’opera che vive grazie al mito-Cruise, e che trova senso proprio nella messa in scena del corpo di questa figura totemica della Settima Arte, forse l’ultimo grande divo hollywoodiano. Aerei che sfrecciano in cielo, fiumi di folla davanti al Palais, urla “Tom! Tom!”, disperate ricerche di un invito alla proiezione. Anche questo è Cannes. [r.m.]

23.25
Moro non deve morire. Esterno notte esordisce ancora con un sogno, quello della liberazione dell’ostaggio e con essa di un’altra Italia impossibile. Perché sogno era in Buongiorno, notte e sogno resta nel fluviale capolavoro che Marco Bellocchio ha (nuovamente) dedicato alla storia centrale della Repubblica italiana ovvero il rapimento del presidente della democrazia cristiana che voleva legittimare il partito comunista come forza di governo. Questa volta Bellocchio non fa però solo i conti con la psicopatologia dei brigatisti e con i loro fantasmi ma con l’intero sistema politico e culturale (la Chiesa, la famiglia) di un paese a sovranità limitata. E forse Bellocchio fa i conti anche con sé stesso, non perché Buongiorno, notte fosse un film imperfetto (anzi, perfetto era e resta nella scelta del punto di vista) ma perché dopo quasi venti anni il regista de Il traditore allarga lo sguardo sul Paese, per dirci chi eravamo ieri, e chi siamo oggi, forse per sempre. nel farlo riesce a essere attuale più che mai, raccontando propaganda e ingerenze atlantiche. E a omaggiare il cinema politico passato ma anche recente (Rosi, Volontè e il sorrentiniano Divo) in una visione d’insieme che solo ai grandissimi è possibile. Esterno notte è un capolavoro. [e.b.]

18.25
Kirill Serebrennikov torna in concorso a Cannes con Tchaikovsky’s Wife, racconto della donna che sposò il grande compositore nonostante la sua omosessualità e il suo evidente distacco affettivo e rifiutò sempre, in ogni modo, il divorzio. Il cinema di Serebrennikov in fin dei conti è una certezza: grande qualità nella messa in scena, ma l’impressione che non ci sia poi molto da dire, anche se il tema di fondo (l’ossessione matrimoniale in un’epoca in cui la donna diventava quasi proprietà del marito) è senza dubbio affascinante. Straordinaria in ogni caso l’interpretazione di Alyona Mikhailova. [r.m.]

08.50
Operazione commerciale e nulla più, Coupez! di Michel Hazanavicius strapperà risate al grande pubblico, in buona parte ignaro dell’originale. Il film aggiunge davvero poco, pochissimo, e smarrisce inevitabilmente il senso della pellicola giapponese. Il passaggio al mainstream è, infatti, già un depotenziamento logico, metacinematografico. Apertuta fiacca, ma che conferma le traiettorie di Hazanavicius, sempre più legato a un cinema da rifare. [e.a]

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Martedì 17 maggio 2022
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15.09
Il primo giorno di festival, si sa, vive nell’attesa del film d’apertura, Coupez! di Michel Hazanavicius, remake transalpino del cult-movie nipponico Zombie contro zombie di Shinichiro Ueda. In compenso in Salle Buñuel si inaugura Cannes Classics con La maman et la putain, capolavoro di Jean Eustache. Un inizio al limite della perfezione. [r.m]

14.19
Eccoci! Acclimatarsi a Cannes non è mai immediato, e quest’anno tra robot che si “rubano” i biglietti elettronici e altre amenità lo stress l’ha fatta da padrona perfino prima dell’arrivo in Costa Azzurra. Per contro la Croisette come sempre sembra un mondo a parte, dove gli echi della guerra, della crisi internazionale e della calante pandemia non arrivano. Inizia la giostra… [r.m]

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Info
Il sito ufficiale del Festival di Cannes 2022.

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