Rodeo

Rodeo, esordio alla regia per la francese Lola Quivoron, è il racconto animalesco, notturno e imbastardito di una ragazza che ha un’unica passione viscerale, quella per la motocicletta. Quivoron dimostra di saper costruire immagini potenti, ma non trova altrettanta destrezza nella narrazione. In concorso a Un certain regard.

La ragazza in motocicletta

Julia vive di piccoli espedienti e dedica al motociclismo una passione divorante, quasi animalesca. Un giorno d’estate incontra una banda di motociclisti cross e si infiltra in questo ambiente clandestino, composto principalmente da giovani uomini. Prima che un incidente indebolisca la sua posizione all’interno della banda… [sinossi]

Bastano pochi minuti di visione di Rodeo, perfino quella sequenza iniziale in cui dopo un ripetuto litigio con il fratello e alcuni vicini di casa Julia, la ragazza protagonista, costringe un conoscente ad accompagnarla col camioncino nel quartiere in cui, con una strategia affinata in chissà quanto tempo, sfilerà la motocicletta al legittimo proprietario con la scusa di volerla provare prima di un acquisto per ipotizzare come in Francia il tanto discusso Titane, Palma d’Oro 2021, non sia passato invano. C’è l’elemento femminile, tanto in scena quanto dietro la macchina da presa, ovviamente, a far da ideale collante, ma non solo: il racconto di un’umanità selvatica e imbastardita, al punto da aver perduto perfino l’identità – molti dei “colleghi” di Julia la chiamano “sconosciuta” –, e ancor più la fascinazione del motore. Nel film di Julia Ducournau la protagonista, con una placca di titanio ficcata nella testa, arrivava a farsi ingravidare da un’automobile: per il suo esordio alla regia la compatriota Lola Quivoron non osa altrettanto, ma pone comunque al centro della narrazione il mezzo di trasporto, in questo caso rappresentato dalle moto da cross che sono l’unica vera passione della protagonista, una ragazza ricusata dai suoi stessi famigliari (la madre arriva a far cambiare la serratura alla porta d’ingresso pur di non vedersela comparire in casa) e che si fa adottare da un gruppo di motociclisti che agiscono clandestinamente operando anche per conto di un oscuro figuro che impartisce ordini via cellulare dalla prigione in cui è rinchiuso.

Rodeo, che al Festival di Cannes 2022 compete nella sezione Un certain regard dove è stato accolto alla proiezione ufficiale da selve di applausi, è un film affascinante, di cui si parlerà probabilmente soprattutto per la messa in scena di una femminilità riottosa, indomita e del tutto priva di soggezione nei confronti della virilità maschile: un elemento senza dubbio interessante, e che in questi primi giorni sulla Croisette è stato possibile incrociare in più di una occasione (si pensi a Le vele scarlatte di Pietro Marcello, ma anche alla rappresentazione di Antonina Miljukova in Tchaikovsky’s Wife di Kirill Serebrennikov), ma che pure non sembra davvero colto in modo certosino dalla giovane cineasta. Come molti suoi coetanei Quivoron sembra interessata soprattutto a mostrare l’esteriorità di ciò che accade, senza interrogarsi – se non in modo superficiale, volutamente epidermico – sulle reazioni profonde, sul modo in cui i traumi agiscono nella mente umana. In Rodeo tale propensione la si può facilmente constatare nel processo onirico della protagonista, che di notte sogna Abra, il centauro che durante un rodeo clandestino è caduto dalla motocicletta sbattendo la testa, per poi finire in coma e morire. Quivoron comprende che in quell’ideale “passaggio di consegne” (il ragazzo aveva fornito le prime erudizioni sul comportamento da seguire a Julia), con relativo fantasma da dover esorcizzare, si cela la dialettica tutta interna della protagonista, eppure non si sofferma più di tanto su questo aspetto, lasciandolo cadere nel vuoto dopo un paio di apparizioni notturne. Un esempio che trova conferma paradigmatica sia nel rapporto tra Julia e il ragazzo che di lei s’è invaghito, sia in quello tra la ragazza e la moglie del capo in prigione, unico istante di reale possibilità affettiva del film.

Quivoron, cui non manca di certo la capacità di costruire l’immagine e di donarle potenza, sembra però arrancare di fronte alla narrazione: è molto efficace la rappresentazione di questo mondo sotterraneo e criminale, ma al di là dell’esibizione non si entra mai nel discorso delle dinamiche relazionali, ma neanche si va a evidenziare la struttura che permette il tutto. Forse non è casuale che la giovane cineasta abbia tratto ispirazione per questa sua prima incursione nel lungometraggio dal film di diploma che portò a termine per la Fémis nel 2016: anche Au loin, Baltimore ruotava attorno ai motociclisti cross delle periferie, ma lo faceva partendo da una base documentaria, dalla conoscenza diretta della regista con questa realtà e dalla frequentazione. Lì bastava in un certo senso l’azione, sia per la durata del lavoro (meno di mezz’ora), sia per la volontà di stupire lo spettatore con un microcosmo a sé stante, lontano dalle traiettorie usuali dello sguardo. E anche in Rodeo a rubare l’attenzione dell’occhio è soprattutto il gesto atletico sulla motocicletta, la fusione ideale tra umano e meccanico, il superamento dei limiti tanto sociali quanto della velocità. A venir meno è l’approfondimento concreto sull’umano in scena, quella Julia di cui resta solo la riottosità, e che avvampa nella notte come tutte le falene, in attesa di una consacrazione che forse non troverà nella vita, ma avrebbe meritato nel Cinema, riuscendoci però solo in parte. Cosa si agita davvero nella testa di questa ragazza che sgomita per trovare un proprio posto in un mondo di suo così squilibrato? Non lo si saprà mai, e resta l’amaro in bocca.

Info
Rodeo sul sito del Festival di Cannes.

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