EO

A ottantaquattro anni Jerzy Skolimowski si confronta con EO con uno dei film che più lo hanno segnato, Au hasard Balthazar di Robert Bresson. Lo fa da una prospettiva che rifugge il nitore ascetico a favore di una messa in scena maestosa che non tema il rapporto col grottesco, minimo comun denominatore dell’Europa attraversata dall’asinello protagonista.

EO hasard Balthazar

La storia di un asino di nome EO, che inizia in un circo polacco e finisce in un mattatoio italiano, una versione amara e umanistica di un “road movie”. Un ritratto delle relazioni sociali e dei cambiamenti culturali in atto nel mondo moderno. [sinossi]

L’asino non si chiama più Balthazar. Di più, non ha praticamente più nome: tutti lo chiamano EO, che altro non è se non l’onomatopea del raglio, quel verso straziante e straziato che contribuisce a donare al ciuchino l’aria di fragilità che lo rende così dolce, carezzevole, spaurito. Non si chiama più Balthazar, per quanto sia evidente e dichiarata la filiazione del nuovo film di Jerzy Skolimowski, che con coraggio – qualcuno oserebbe definirla sventatezza – rimette mano al capolavoro di Robert Bresson, universalmente riconosciuto come uno dei film “irripetibili” della storia del cinema. Chi mai rifarebbe Vertigo? Qualcuno sarebbe così folle da lanciarsi nella riscrittura di Quarto potere, o in quella di Tempi moderni, o ancora sprofonderebbe nell’impresa di firmare un remake di Deserto rosso? Esistono titoli, non molti, che dal momento della loro prima realizzazione appaiono non solo perfetti, ma unici, così assoluti da non permettere revisioni, così monolitici da non dare spazio alcuno alla ri-presa, alla replica per quanto infedele essa possa essere. Rientra in questa cerchia ristrettissima, in questa élite involontaria anche Au hasard Balthazar. O meglio, rientrava. A ottantaquattro anni, al diciottesimo lungometraggio di una carriera quasi sessantennale (l’esordio fu con Rysopis nel 1964), Skolimowski osa guardare negli occhi l’asino, la sua immutabile dolcezza, e fissarne la vita/martirio. Non lo chiama per nome perché non è più tempo di personalizzazioni: EO è un asino, probabilmente solo chi lo conosce bene potrebbe distinguerlo da altri della sua stessa specie. Basta il raglio a definirlo, basta quel suono che non possiede la classe del cavallo e lo relega a un ruolo subalterno: il cavallo è trattato con cura, lavato con grande attenzione, mentre EO trascina carretti per lui evidentemente troppo pesanti, mentre macchinari costruiti dall’uomo lo sovrastano, sfiorandolo e minacciandone in continuazione l’esistenza. Skolimowski, nella scritta bianca su schermo nero che anticipa i titoli di coda, ama sottolineare come il racconto sia stato portato avanti per ricordare le sofferenze di tutti gli animali che sono oggetti nelle mani dell’uomo, e in effetti il martirio verso cui si dirige l’asinello – chi ha visto l’opera di Bresson sa bene cosa aspettarsi da questa sua nuova versione – è anticipato e accompagnato da un numero spropositato di animali destinati a fine simile: agonizza la volpe colpita nella notte da un proiettile, e grugniscono i maiali in viaggio verso il mattatoio, proprio come le vacche cui si legherà senza volerlo anche il protagonista.

Lo scopo di Skolimowski, e quella scritta finale in qualche misura lo spiega con estrema nettezza di pensiero, non è quello di muoversi nelle acque in cui già si bagnò Bresson: pur rimanendo, a detta del regista polacco, uno dei film che più lo formarono e scioccarono, EO non è un remake di Au hasard Balthazar anche perché, come scritto dianzi, ciò non sarebbe possibile. Anzi, a voler essere precisi Skolimowski compie un’azione ostinatamente contraria a quella del regista francese, che vedeva nel racconto un’allegoria dell’umano. Bresson non concedeva antropomorfismi di sorta al suo asino, lo rappresentava nella sua nuda purezza animale, nella sua totale non consapevolezza che lo lasciava inerme nelle mani di un’umanità violenta: Skolimowski al contrario attribuisce un pensiero semplice ma radicato a EO, gli regala sogni, visioni, rimembranze di un passato felice, quello in cui lavorava al circo insieme a una ballerina che lo carezzava, se ne prendeva cura, lo amava. Il girovagare senza meta dell’asino, che attraversa l’Europa Unita nella sua noncuranza di tutto ciò che non la riguarda personalmente (la vicenda inizia in Polonia e termina in Italia), non è incosciente: nell’ottica di Skolimowski lui vorrebbe ricongiungersi alla ragazza, al punto da scappare da una fattoria in cui potrebbe condurre una vita tranquilla fino alla vecchiaia solo perché lei è andato a trovarlo. In questa scelta EO trova la sua collocazione: non un racconto morale, ma un road movie avventuroso verso l’ineluttabile. Per questo Skolimowski abbandona qualsiasi riferimento all’ascetismo biblico e al nitore dell’opera bressoniana per condurre il film in territori assai più ibridi, dove il dramma si lega al grottesco, e la violenza può esplodere nei modi più impensati – la gola tagliata di netto al camionista che sta cercando di rimorchiare una morta di fame, l’irruzione degli ultras per distruggere la festa dei tifosi della squadra avversa, che ha vinto solo perché EO, facendo rumore, ha distratto il calciatore al momento di tirare il rigore.

In questo modo può deflagrare anche lo strapotere visivo di Skolimowski, in cui l’immagine domina non attraverso la forza visionaria, che pure il rosso incandescente della prima sequenza può suggerire, ma per via di un controllo assoluto della macchina digitale: il naturale può essere glorificato, pare dire il regista, solo attraverso il digitale, perché può essere squadernato nei suoi dettagli solo all’apparenza insignificanti ma in realtà gloriosi, come una raganella che si getta nell’acqua del fiume, o un ragno che sta tessendo la tela. Paradosso per paradosso, Skolimowski pare a tratti cercare il punto di connessione solitamente invisibile tra Au hasard Balthazar e le avventure disneyane, i live action dell’epoca d’oro con protagonisti animali come ad esempio L’incredibile avventura. Non esiste però ritorno a casa per EO, l’asino senza neanche un nome. Il suo muoversi in territori splendidi e terribili non lo salverà mai dal suo destino. Non è casuale che Skolimowski perda il controllo del film solo quando deve staccarsi dall’asino e dal suo occhio languido per interessarsi, pur solo per pochi minuti, a una sottotrama tutta umana, con protagonista Isabelle Huppert – e non è peregrino pensare che sia proprio questo passaggio laterale ad aver garantito la produzione del film e la sua presenza in concorso a Cannes. L’umano svia dall’antropomorfo, riconduce a un grado di realtà, impedisce nella sua dialettica tutta dialogica la dialettica dell’occhio, del movimento naturale, dell’azione cinematica. In molti storceranno il naso di fronte a questo bizzarro e affascinante esperimento, che non ricerca l’allegoria e non si attiene al vero, ma insegue ancora e in modo genuino il sogno di un superamento dell’umano, attraverso la macchina da un lato, e l’animale dall’altro.

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