Tirailleurs

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L’intenzione di Tirailleurs, il film di Mathieu Vadepied che ha inaugurato Un certain regard, è quella di omaggiare i giovani delle colonie che vennero reclutati dalla Francia per combattere durante la Prima Guerra Mondiale. Un’ambizione nobile, che però preferisce lasciare sullo sfondo le evidenti colpe della Francia, senza quindi problematizzare davvero la questione.

Senegal, Francia

In un villaggio del Senegal, nel 1917, i francesi reclutano i giovani delle colonie per mandarli al fronte in Europa durante la Prima Guerra Mondiale e combattere per la “loro patria”: la Francia. Un padre dall’aspetto ancora giovanile si finge in età da armi per non abbandonare al suo destino il figlio: assieme finiranno nell’inferno delle trincee. [sinossi]

La sezione Un Certain Regard della selezione ufficiale del Festival di Cannes 2022 è stata aperta da Tirailleurs, secondo lungometraggio di Mathieu Vadepied interpretato dalla superstar Omar Sy (Quasi amici) qui impegnato anche nella produzione. Il regista, che ha un solido percorso come direttore della fotografia (ha studiato inoltre con Raymond Depardon), ha voluto realizzare un lavoro che rendesse omaggio al sacrificio degli africani durante la Grande Guerra e testimoniasse l’arroganza con cui i bianchi francesi strapparono via dalle loro famiglie, dalla loro vita, i nativi delle colonie per mandarli a morire nelle trincee di un conflitto che, ovviamente, non li riguardava nel modo più assoluto. Vadepied ha detto in conferenza stampa a Cannes che l’idea del film gli è venuta molti anni fa, dopo aver letto nel 1998 un articolo su Le Monde che riportava la morte dell’ultimo reduce africano della Prima Guerra Mondiale, deceduto proprio pochi giorni prima di ricevere la Legione d’Onore; Omar Sy, nato in Francia da padre senegalese e madre mauritana, a sua volta non poteva che essere sensibile alla materia e al progetto (Vadepied è stato inoltre il direttore della fotografia anche del mega-successo mondiale Quasi amici) che tra l’altro gli consegna un ruolo drammatico e forte, quello di un padre, Bakary, che non permette che suo figlio parta da solo per l’Europa, mandato al massacro.

L’assolatissimo villaggio del Senegal in cui inizia la vicenda si spegne ben presto tingendosi di colori cupi: i francesi sono arrivati e hanno bisogno di giovani fucilieri (tiralleur appunto) da buttare avanti, sfondando linee nemiche, per essere falcidiati. Thierno (Alassane Diong), il figlio di Bakary, sarà sicuramente reclutato così Bakary finge di essere più giovane, di non avere alcun rapporto con Thierno e riesce, con ciò, a partire con lui alla volta delle trincee. La luce accecante dell’Africa diventa blu scuro, grigio, nero: una notte senza fine da cui i protagonisti e gli spettatori non usciranno più, quella di una guerra di posizione sanguinaria e senza pietà che il cinema ci ha raccontato tante volte. È senza dubbio meritorio voler ricordare le armate africane rapite dai colonizzatori per essere trucidati nel confronto con i tedeschi e nella battaglia di Verdun del 1917 di cui il film parla (Cannes ospitò nel 2006, tra l’altro, il film Indigènes di Rachid Bouchared, che racconta le armate africane durante la Seconda Guerra Mondiale) e Vadepied dimostra di saper gestire bene le scene di guerra, scandendone l’azione in maniera chiara, mostrandone sangue e morti, imbastendo un meccanismo narrativo che vada oltre la cronaca di una sopraffazione inserendo un conflitto proprio tra padre e figlio. La scelta vivacizza la vicenda, ma risulta talvolta macchinosa e fin troppo schematica: arrivati in terra francese, Thierno viene sedotto dall’assertività fiera del tenente Chamberau (Jonas Bloquet), a capo dell’armata, che lo nota subito facendolo salire di grado dopo il primo tragico assalto ai tedeschi che ha ucciso i due caporali in carica. Se Thierno dunque immagina di poter diventare qualcosa di differente dall’essere un senegalese anonimo e subordinato, immaginando quindi di poter un giorno essere assimilato dalla Patria francese, l’obiettivo di Bakary resta invece sempre quello di tornare in Africa in ogni modo e cercando ogni scappatoia. Ironico e tristissimo – specie pensando all’oggi – il fatto che l’unico mezzo per rivedere la propria terra sia pagare dei negrieri al contrario, gente che in cambio di denaro organizza rimpatri per riportare i nativi nel loro Paese pieno di luce. Ma il figlio, ragione per cui Bakary si trova nell’orrore europeo, non vuole più tornare, vuole combattere, vuole distinguersi, e il conflitto tra i due diventa insanabile. Come Thierno con il tenente Chamberau, anche Bakary trova una spalla che come lui non vuol far altro che ripartire per il Senegal pagando lautamente i trafficanti di uomini. Il film si sviluppa con estrema essenzialità attorno a questo ribaltamento di ruoli grazie al quale il figlio diventa presto “superiore” del padre nell’armata, impartendogli ordini e rivendicando anche il suo status di adulto, e alla presenza di due comprimari che fanno da raddoppio alle differenti scelte dei due protagonisti. Il risultato fin qui, benché non entusiasmante, è calibrato grazie alla linea di demarcazione interna che disegna un dissidio non tanto tra francesi e tedeschi o francesi e africani, ma addirittura tra un padre e un figlio che maturano divergenti aspirazioni.

Il “problema” di Tirailleurs, alla fine, risulta però un altro: proprio portando in primo piano lo scontro interno alla famiglia, rimane sullo sfondo la violenza predatoria dei francesi, certo evidente nel trovare senegalesi costretti a farsi maciullare in Lorena, ma ben poco trattata dal film e destinata a essere più che altro un assunto che non viene più analizzato. Non a caso, infatti, Tirailleurs si chiude ricordando che la Francia insignì di medaglie anche i soldati delle colonie e, inoltre, rese omaggio già nel 1920 a tutti i soldati che persero la vita nella Grande Guerra ponendo alla base dell’Arco di Trionfo la tomba del Milite Ignoto, dedicata a tutti militari caduti e non identificati. Al che, il film, più che affondare il coltello nella piaga di un passato coloniale cui fa eco un presente comunque non sempre semplice per le seconde o terze generazioni, finisce per essere un omaggio all’armata africana e un monito per gli errori di un Paese che però sa sempre redimersi ed elaborare i propri scempi. I francesi sullo sfondo ma anche in primissimo piano dunque, essendo capaci di celebrare tutti coloro che anche da Paesi lontani si sono sacrificati per la Francia che un giorno del resto diventerà davvero la loro “casa” (e la star Omar Sy è perfetta per dimostrarlo). Un leggero senso di nazionalismo accompagna così i titoli di coda e l’uscita dalla sala…

Info
Tirailleurs sul sito del Festival di Cannes.

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